Il significato del Pranam, il saluto indiano

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Secondo la tradizione kriya yoga l’energia vitale che scorre all’interno del nostro corpo verso l’alto nella spina dorsale e al cervello è chiamata prana. L’energia vitale che fluisce verso il basso e verso l’esterno dal cervello e dalla spina dorsale è chiamata apana.

Quando ci inchiniamo nel pranam (saluto) in avanti, così che il mento incontri il petto, mentre le nostre mani sono giunte sullo sterno, curviamo il nostro corpo in avanti, ed abbiamo più consapevolezza della nostra interezza corporea e mentale. Questo inoltre favorisce l’unione delle correnti di vita di prana e apana all’interno del corpo: ecco il senso profondo  dell’atto di fare pranam. Pranam nel senso yogico è quindi la forma più alta di pranayama.

Se notate, prana, pranayama e pranam hanno la stessa etimologia. Anche la parola prono, che indica il distendersi, ha la stessa radice indoeuropea. Quando prana e apana vengono riunificate dallo yogi in se stesso, ciò rappresenta lo stato di coscienza più elevato. E quando lo yogi ha conseguito questo stato d’armonizzazione col proprio Sé, ciò è conosciuto col termine di Yogastha: radicato nell’unione interna (yoga).

Quando il Signore Krishna manifestò la sua cosmica coscienza al discepolo Arjuna, come descritto nella Bhagavadgītā, lo fece da quello stato di Yogastha, e aiutò Arjuna a conseguire il medesimo stato di coscienza. A quel punto, la comunicazione tra i due era corretta e comprensibile.

Pranam indica che si dovrebbe essere in uno stato meditativo. Quando voi parlate a qualcuno da tale stato di coscienza, e quando egli si trova nello stesso stato, allora si stabilisce la corretta comunicazione. Praticate dunque l’introspezione, grazie alla quale conoscerete il significato recondito di ogni cosa.

Riflessioni sul pranayama alla luce del kriya yoga

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Nella tradizione del kriya yoga di Lahiri Mahasaya viene posta molta enfasi sul lavoro tramite il pranayama, tanto che esso diventa una vera e propria sadhana (pratica yogica), da svolgere con estrema regolarità e precisione.
Gli yogi asseriscono che i nostri organi di azione, i cinque sensi, si proiettano nell’azione smossi da qualche obiettivo specifico. Negli Yoga Shastra è scritto “Chale vate chalachittam”: significa che il movimento del pranavayu, del vento del prana, mantiene la nostra mente, chitta, in perpetuo movimento e agitata, “kinetic”, come dice Lahiri Mahasaya. Ne consegue la necessità di placare le onde della mente e del cuore con una “azione” specifica, o karma.

Il termine karma proviene dalla radice sancrita “kr”, agire, effettuare. Tramite il Pranakarma, come insegna il kriya yoga, il flusso del prana viene modulato e incanalato nella spina dorsale, per essere offerto come oblazione nei centri cerebrali superiori: solo così la mente e il cuore possono essere pacificati e resi idonei per il dharana (concentrazione) e il pratyahara (ritiro dei sensi dall’esterno verso l’interno), due dei rami o angha dell’ottuplice sentiero di Patanjali, l’autore degli Yoga Sutra.

L’Universo ci ha dotati di un corpo umano, una preziosissima opportunità alla quale persino i Devata (gli dei) aspirano, secondo i Veda. Uno strumento eccellente per praticare il pranayama e la meditazione, per poter accelerare notevolmente la nostra evoluzione e far risplendere attraverso questo stesso corpo-strumento la luce dello spirito. Come vedete, mi sto ricollegando ai post precedenti: ci sarà un filo conduttore che legherà i vari argomenti, e vi prego di ricorrere al vostro discernimento per poter leggere “tra le righe”, connettendo tra loro gli argomenti che vi propongo ed utilizzandoli come una sorta d’alchimia di ricerca personale.

Tramite il corpo possiamo procurarci la nostra rovina psicofisica, ma anche lavorare per la nostra evoluzione e il raffinamento del nostro intelletto e del nostro sentire. Patanjali con il termine chitta indica quella sfera della mente/sentimento, che come le onde del mare è agitata dal vayu (vento) del prana agitato, fuori controllo. Avete mai assistito al mare in burrasca o, peggio, ancora vi siete mai trovati in navigazione in simili condizioni? Ebbene, lo stato di un respiro agitato con una mente e cuore fuori controllo ricalca la stessa situazione! A chi di noi almeno una volta nella vita non è successo di vivere questa esperienza destabilizzante, per motivi più o meno seri? Ricordate come era allora il vostro flusso respiratorio, la vostra mente, come il cuore batteva all’impazzata, e come i pensieri turbinavano come foglie al vento?

Questo perché i tre elementi di prana, respiro e mente sono tre anelli inscindibili di una catena unica: se destabilizzo uno dei tre anche gli altri due saranno toccati inesorabilmente. Ma se pongo sotto controllo tramite il pranayama il flusso respiratorio, anche la mia mente e il flusso del prana saranno modulati e ridotti pressoché a zero, entrando nello stato di ritiro dei sensi (pratyahara). Vedete dunque, praticanti di ogni tradizione, quanta importanza assume il lavoro con il pranayama, o Pranakarma.

Mettete mano a questa arte sublime di controllo del prana, studiate, ricercate, provate, cadete e continuamente rialzatevi, poiché nessuno dei vostri sforzi sarà mai invano: alla lunga sarete ripagati di ogni vostra fatica. Lahiri Mahasaya era solito ripetere “Banat, banat, ban jay!”, che significa “facendo e rifacendo (il Pranakarma) un giorno troverete che tutto sarà compiuto!”, riferendosi al controllo della mente, alle qualità divine dell’anima, e all’armonico sviluppo interiore.

Vi auguro di essere toccati anche voi dal Fuoco Sacro della ricerca, affinché possiate essere d’esempio, stimolo e servizio per gli altri, alleviando nei vostri simili la triplice sofferenza di corpo, mente ed anima.

L’arte di entrare nel sonno yogicamente

Questo raro filmato girato nel 1936 a Londra, testimonia il controllo che uno yogi ha sulla sua mente e sui suoi stati di coscienza. Paramahansa Yogananda fu un grande maestro della tradizione del kriya yoga, e quì dà un cenno su come scendere nello stato di sonno profondo, e su come addormentarsi, fissando la propria mente in Ajna chakra, il punto tra le sopracciglia che gli indiani identificano come “terzo occhio”.

A proposito di asana…

Nell’ottuplice sentiero di Patanjali o Ashtanga Yoga, il terzo anga o stadio dello yoga è rappresentato da asana. Asana significa postura, posizione: nella tradizione del kriya yoga asana indica la postura seduta sul pavimento per intraprendere lo studio del pranayama e della meditazione. Ma l’India è un continente, e la scienza dello yoga disseminata dall’Himalaya a Capo Comorin contempla infinite variazioni di sfumature d’interpretazione, tutte assolutamente valide e con  ragioni storico-culturali che si rifanno all’ambiente, alle condizioni climatiche, alle epoche che le hanno generate.

Questa è una premessa e vorrei che chiunque pratichi lo yoga o meno la prendesse in esame, così da capire che ognuna delle pratiche yogiche valide a noi oggi pervenute hanno una loro ragion d’essere. L’asana non è soltanto esercizio ginnico: anzi, per la mia esperienza non lo è affatto. Perché? Semplice. In un esercizio ginnico automatico la mia mente può andarsene tranquillamente a spasso, e pur facendo quell’esercizio (per esempio sollevare un manubrio, saltellare con la corda) posso parlare, ascoltare musica e via dicendo. Date un occhiata all’interno di una qualsiasi palestra e giudicate voi stessi. Nell’asana il principio è opposto: il punto di forza delle posture yogiche è proprio la capacità di formare un tipo di mente allenata e disciplinata. Il corpo viene gradatamente conquistato dalla pratica degli asana, e reso dal praticante  veicolo adatto a  manifestare le qualità dello spirito. Credo che la differenza sia sostanziale. Oltre agli innumerevoli doni che gli asana elargiscono in leggerezza, salute radiante e saldezza del corpo. Non è poco, sperimentate voi stessi e valutate.

Conosciamo molti grandi talenti sportivi o dello spettacolo come ballerini, atleti di svariate discipline (pugili, calciatori, ginnasti, sciatori),attori, acrobati e via dicendo, ma spesso si nota che non c’è armonia tra il fisico statuario ed il controllo che hanno sulla  mente. Per loro il corpo è TUTTO, ma troppo spesso si percepiscono delle note stridenti nell’equilibrio delle loro personalità. Il praticante di yoga non disdegna affatto il corpo, anzi, ne ha una cura oculata e disciplinata, ma al contempo lavora al controllo della mente, dei sensi ed è teso alla coltivazione del proprio ambiente interno. Le due cose vanno inscindibilmente di pari passo nello yoga. La differenza tra i Devata (gli dei) e gli Asura (esseri demoniaci) come descritto nei Veda è sostanziale: i Devata praticano lo yoga per offrirne i  frutti della pratica all’Eterno, e non per se stessi; gli Asura per gratificare il piacere dei propri sensi e per ottenerne potere, prestigio, fama, nome, gloria. La celebrazione del proprio ego, insomma!

Il vero praticante usa gli strumenti evoluti degli asana per forgiare il suo corpo non solo per il giusto piacere, ma per avere energia da mettere a disposizione nel servizio verso tutti gli esseri senzienti, durante la sua esistenza terrena. Vedete dunque che cambiano molte prospettive. La prima cosa che gli asana donano è una salute radiante, che non si ottiene con denaro ma solo con un continuo, regolare e disciplinato lavoro su se stessi. “Mens sana in corpore sano”, dicevano i Latini. E dicevano bene, perché sapevano dell’inscindibile equilibrio  psicosomatico che intercorre tra mente e corpo. Nell’esecuzione degli asana anche un principiante si rende conto delle potenzialità di potersi liberare dalle limitazioni fisiche e dalle numerose distrazioni mentali, così da poter praticare per la mera gioia di praticare e non per ottenere un qualcosa. Anche se i molteplici benefici psicofisici seguiranno inevitabilmente. Ricordate, praticanti di ogni sistema, le vostre prime esperienza negli asana? Accanto alla fatica e allo stupore iniziali c’erano anche benessere, e tanto entusiasmo d’imparare. E quest’ultimo spero non abbandoni mai nessuno di noi, perché è il carburante che ci spinge attraverso quel mondo fantastico che è l’ottuplice sentiero dello yoga.

Praticate, diventate yogi esperti, ognuno con la sua sfumatura di bellezza che lo contraddistingue, e invitate gli altri a praticare, così da poter essere utili l’uno all’altro nel mutuo infinito perfezionamento.

Pranayama, ovvero l’uso cosciente del respiro

La parola Pranayama è composta da prana, che indica energia, luce, e yama, che indica regolazione, misurazione, controllo.Ricordo quando, appena diciassettenne, mi ingegnavo con le prime esperienze nell’uso del respiro secondo la tradizione yogica. Al solo pensarci oggi sorrido: quante peripezie affrontate per tentare di cavalcare la tigre del respiro! Ma già da quei primi rudimentali approcci col mio respiro, capivo che non è possibile praticare pranayama senza essere coscientemente vigili e stabiliti nel presente. È precisamente questo che percepisce chiunque si metta all’opera con il pranayama. Se la mente non è presente nel guidare il respiro, il processo diventa praticamente impossibile!

Col tempo e l’esperienza scoprii l’unità che sottende corpo, mente e respiro, tre anelli inscindibili che formano un’unica catena. Insomma, l’esperienza comune nelle pratiche respiratorie yogiche è la direzione della coscienza nel presente e l’interiorizzazione della consapevolezza.

Ecco perché il pranayama è uno degli elementi dell’ottuplice sentiero di Patanjali, o Ashtanga Yoga. La parola Ashtanga è composta da ashta, otto, e anga, membra.

La nostra mente vive quasi sempre o nelle ansie del futuro o nei rimpianti del passato: raramente è ben stabile nel presente. Vivendo nel presente noi effettuiamo invece un semplice ma fondamentale processo. Cioè spostiamo il nostro equilibrio dal sistema nervoso simpatico a quello parasimpatico, con l’effetto di ottenere sensazioni calmanti e rigeneranti, la diminuzione della frequenza cardiaca e respiratoria, la conseguente regolarizzazione della pressione sanguigna. Ritengo che già solo questi elementi, nel mondo caotico e veloce in cui viviamo, possano essere considerati un validissimo strumento di auto-aiuto e un inizio di autoconoscenza.
La pratica costante e regolare dona gradatamente qualità come serenità, autocontrollo, stabilità emotiva e psichica. La pratica personale e l’esperienza ottenuta con i miei allievi in tanti anni d’insegnamento mi portano a testimoniare la validità del pranayama, anche come preventivo di molti disturbi psicosomatici.

Questa è solo una breve introduzione, ma in seguito esploreremo questo tema, analizzandolo nei suoi molteplici aspetti, tipologia di pratiche, metodologie e implicazioni psiche-soma.