Neurofisiologia della meditazione

images[6]

Dhyana o meditazione è il settimo angha, o ramo, dell’ottuplice sentiero di Patanjali e in chi pratica lo yoga è un elemento da sviluppare accanto alla pratica degli asana.

Il grande rishi Patanjali aveva così strutturato l’Ashtanga Yoga od ottuplice sentiero: Yama, Nyama, Asana, Pranayama, Pratyahara, Dharana, Dhyana, Samadhi. Come si può notare, Dhyana viene dopo Pranayama (controllo del flusso del prana tramite il respiro), Prathyahara (il ritiro del flusso degli organi dei sensi verso l’interno) e Dharana (la concentrazione).

Nella tradizione del kriya yoga di Lahiri Mahasaya viene insegnato al praticante a regolare il flusso del prana vayu per renderlo calmo, con una quotidiana e regolare pratica del pranayama. Attraverso la pratica si placa il flusso tumultuoso di respiro e prana, ottenendo così gradualmente il Pratyahara, ovvero il ritiro della mente dai sensi  verso l’interno. Solo allora la mente non sarà trascinata come le foglie dal vento nei vortici delle attrazioni o repulsioni dei sensi: a quel punto la mente viene resa ekagrata, fissa cioè in un unico punto. È lo stadio di Dharana o concentrazione. E quando Dharana viene mantenuto yogicamente, come un filo di olio che scorre ininterrottamente da un recipiente all’altro, esso pian piano ci introduce allo stato di meditazione, o Dhyana.

Riflettete perciò su quanto sia sottile il lavoro che sottende la meditazione: stabilità e capacità di poter sedere in una postura comoda e stabile; controllo del flusso del prana per poter stabilizzare la mente; capacità di poter ritirare la mente dai sensi verso l’interno; mantenere la mente su un unico punto, concentrandola come si fa con i raggi solari convogliandoli in un punto con una lente d’ingrandimento; mantenere gradualmente  quel flusso di concentrazione per poi fluire con la luce del proprio essere più profondo, o Dhyana.

Scriverò altri post più approfonditi sui vari angha dell’ottuplice sentiero, per poterne avere  una visione anche alla luce delle pratiche meditative e per potervi lasciare ulteriori spunti per la vostra pratica e la vostra ricerca personale.

Aggiungo il link a un post di Yoga Sutra  un interessante blog che ho avuto la fortuna di incontrare e che condivido con tutti i sinceri ricercatori dello yoga: 4 studi scientifici su meditazione, sistema nervoso e circolazione. Tratta degli effetti meravigliosi sul sistema sul sistema nervoso quando si effettua anche un minimo di pratica meditativa.

Lo Swami Sri Yukteswar nell’ashram di Serampore


Questo raro filmato del 1935 fa vedere lo Swami Sri Yuktewar Giri, la figura in piedi: sicuramente il più grande discepolo diretto di Lahiri Mahasaya, nel suo ashram in Serampore, nel distretto di Hooghly, nel Bengala occidentale. Seduto alla sua destra c’è Swami Yogananda Giri, conosciutissimo per aver diffuso la scienza del Kriya Yoga pranayama nel mondo occidentale. Ogni volta che capito a Calcutta, odierna Kolkata, non manco mai di fare visita a questo ashram, dove si pratica tutt’ora una delle più antiche tradizioni yogiche.
Ho meditato molte volte in quei sacri luoghi, e posso testimoniare che tra le loro mura  aleggia tutt’ora l’impalpabile presenza di questi giganti spirituali.

Riflessioni sul pranayama alla luce del kriya yoga

pranayama_mare

Nella tradizione del kriya yoga di Lahiri Mahasaya viene posta molta enfasi sul lavoro tramite il pranayama, tanto che esso diventa una vera e propria sadhana (pratica yogica), da svolgere con estrema regolarità e precisione.
Gli yogi asseriscono che i nostri organi di azione, i cinque sensi, si proiettano nell’azione smossi da qualche obiettivo specifico. Negli Yoga Shastra è scritto “Chale vate chalachittam”: significa che il movimento del pranavayu, del vento del prana, mantiene la nostra mente, chitta, in perpetuo movimento e agitata, “kinetic”, come dice Lahiri Mahasaya. Ne consegue la necessità di placare le onde della mente e del cuore con una “azione” specifica, o karma.

Il termine karma proviene dalla radice sancrita “kr”, agire, effettuare. Tramite il Pranakarma, come insegna il kriya yoga, il flusso del prana viene modulato e incanalato nella spina dorsale, per essere offerto come oblazione nei centri cerebrali superiori: solo così la mente e il cuore possono essere pacificati e resi idonei per il dharana (concentrazione) e il pratyahara (ritiro dei sensi dall’esterno verso l’interno), due dei rami o angha dell’ottuplice sentiero di Patanjali, l’autore degli Yoga Sutra.

L’Universo ci ha dotati di un corpo umano, una preziosissima opportunità alla quale persino i Devata (gli dei) aspirano, secondo i Veda. Uno strumento eccellente per praticare il pranayama e la meditazione, per poter accelerare notevolmente la nostra evoluzione e far risplendere attraverso questo stesso corpo-strumento la luce dello spirito. Come vedete, mi sto ricollegando ai post precedenti: ci sarà un filo conduttore che legherà i vari argomenti, e vi prego di ricorrere al vostro discernimento per poter leggere “tra le righe”, connettendo tra loro gli argomenti che vi propongo ed utilizzandoli come una sorta d’alchimia di ricerca personale.

Tramite il corpo possiamo procurarci la nostra rovina psicofisica, ma anche lavorare per la nostra evoluzione e il raffinamento del nostro intelletto e del nostro sentire. Patanjali con il termine chitta indica quella sfera della mente/sentimento, che come le onde del mare è agitata dal vayu (vento) del prana agitato, fuori controllo. Avete mai assistito al mare in burrasca o, peggio, ancora vi siete mai trovati in navigazione in simili condizioni? Ebbene, lo stato di un respiro agitato con una mente e cuore fuori controllo ricalca la stessa situazione! A chi di noi almeno una volta nella vita non è successo di vivere questa esperienza destabilizzante, per motivi più o meno seri? Ricordate come era allora il vostro flusso respiratorio, la vostra mente, come il cuore batteva all’impazzata, e come i pensieri turbinavano come foglie al vento?

Questo perché i tre elementi di prana, respiro e mente sono tre anelli inscindibili di una catena unica: se destabilizzo uno dei tre anche gli altri due saranno toccati inesorabilmente. Ma se pongo sotto controllo tramite il pranayama il flusso respiratorio, anche la mia mente e il flusso del prana saranno modulati e ridotti pressoché a zero, entrando nello stato di ritiro dei sensi (pratyahara). Vedete dunque, praticanti di ogni tradizione, quanta importanza assume il lavoro con il pranayama, o Pranakarma.

Mettete mano a questa arte sublime di controllo del prana, studiate, ricercate, provate, cadete e continuamente rialzatevi, poiché nessuno dei vostri sforzi sarà mai invano: alla lunga sarete ripagati di ogni vostra fatica. Lahiri Mahasaya era solito ripetere “Banat, banat, ban jay!”, che significa “facendo e rifacendo (il Pranakarma) un giorno troverete che tutto sarà compiuto!”, riferendosi al controllo della mente, alle qualità divine dell’anima, e all’armonico sviluppo interiore.

Vi auguro di essere toccati anche voi dal Fuoco Sacro della ricerca, affinché possiate essere d’esempio, stimolo e servizio per gli altri, alleviando nei vostri simili la triplice sofferenza di corpo, mente ed anima.