Il potere del Pranayama

 

Cari amici dello yoga, il post di oggi è dedicato alla intrinseca bellezza che lo studente scopre approcciando gradualmente la pratica del pranayama. Anche se sono tanti anni che svolgiamo le nostre pratiche di pranayama, rivederne le basi, scendere ancor più approfonditamente nei dettagli, avere il dono di saper guardare nella vastità dell’attimo, tutto ciò conduce a quel che Patanjali illustra nel secondo Pada al verso 44 : “Svadhyayat Ista Devata Samprayogah”, ovvero Ritornare al Sé (in Sé stessi), Riscoprire il Divino. Queste brevi ma incisive parole di B.K.S.Iyengar che seguono, descrivono fedelmente quegli “attimi di Grazia” dove è possibile, sia pur per qualche istante, fluire con la Bellezza inerente la pratica del pranayama.

 

“Quando digiuniamo, purifichiamo i nostri corpi; otteniamo un apprezzamento del cibo che solitamente diamo per scontato. Abbiamo anche l’opportunità di riconoscere quanto ci basiamo sul cibo per il nostro benessere emotivo e anche come fonte d’intrattenimento. Quando evitiamo pettegolezzi inutili, risparmiamo energia ele nostre menti potrebbero divenire più focalizzate.

Quando controlliamo la nostra respirazione, interrompiamo un processo automatico che avviene in ogni momento, Questo è un metodo molto profondo e intenso di tapas che è prontamente accessibile a qualsiasi praticante. Sebbene molti nell’odierna società hanno una pratica di asana ben sviluppata, sono pochi gli studenti che svolgono delle pratiche profonde nel pranayama.

Il pranayama ha una intima relazione con la pazienza: la tecnica può essere di qualsiasi tipo ma la consapevolezza è il fattore più importante. L’attenta consapevolezza condurrà la mente a percepire il respiro. Attraverso questa osservazione si insediano equilibrati movimenti ritmici. E nel momento in cui diveniamo consapevoli del nostro respiro, cambia il modello del respiro stesso: e questa è la sua bellezza”.

Fonte: B.K.S. Iyengar

Cancellare i Samaskara: usare lo yoga per rigenerare il cervello

 

Cari amici dello yoga, il post di oggi scaturisce da un consiglio che B.K.S.Iyengar diede a Patricia Walden, che si trovò a fronteggiare un periodo di depressione ricorrente, e per il quale chiese aiuto a Guruji per supportarla con lo yoga. “Fai un passo, non importa quanto piccolo”. Questo fu il consiglio dato a Patricia da Guruji. Poco alla volta, un piccolo passo alla volta, il progresso può essere fatto: e lo si farà. Patricia dice che il primo passo è stabilire una intenzione, o Sankalpa. “Ponetelo in termini di qualcosa di raggiungibile, qualcosa nel presente”, dice Patricia Walden. “Siate sicuri di concretizzare l’intenzione in parole che la rendono qualcosa che state facendo, e non che avrete intenzione di fare”.

Col tempo, introducendo una pratica di yoga regolare può aiutare le persone che soffrono con la depressione a cambiare i loro samskara, i modelli mentali ed emozionali alla radice della depressione. I nostri samskara, secondo la filosofia yogica, sono le impressioni latenti delle azioni passate, le quali creano la tendenza a ripetere queste azioni. Noi imagazziniamo e accumuliamo queste impressioni, che influenzeranno le nostre future azioni e reazioni. Il potere di prendere un passo alla volta è che noi possiamo cambiare questi modelli intraprendendo nuove azioni. Ogni volta che facciamo una nuova azione, come per esempio praticare uno specifico asana per la depressione, vengono formati nuovi sentieri neuronali, e più spesso noi facciamo la nuova azione, più forte le connessioni neuronale diventano: questa abilità del cervello di ricablare sé stesso è conosciuto come neuroplasticità.

“In questo processo, la chiave è la ripetizione”, spiega Patricia Walden. “Nel caso dello yoga , questo vuol dire PRATICARE, ogni giorno”.

Un altro piccolo potente passo nel cancellare i vecchi Samskaras e creare nuovi sentieri neuronali positivi, come Patricia Walden fa riferimento, è il prendersi delle “pause preziose”. Questo può essere diviso in due momenti di riflessione: 1) Identificare i modelli di pensiero negativi quando si verificano; 2) Porre uno spazio attorno a loro e…prendere una pausa, semplicemente osservandoli e senza reagire loro. Osservarli come modelli di fluttuazione della mente.

“Se possiamo prenderci un momento per fare un passo indietro e percepire i modelli di pensiero invece di esservi catturati all’interno, gradualmente questo processo ci darà il potere di valutare una differente reazione, di creare un nuovo samskara”, spiega Patricia Walden. La fisiologia ha influenza sui sentimenti e viceversa: questo è  perché gli asana dello yoga possono essere un potente strumento per alleviare la depressione. Gli asana fondamentali per le persone depresse sono le aperture del torace, che riaprono il torace chiuso e collassato e il respiro superficiale tipico di chi soffre di disturbi depressivi.

Se c’è tempo solo per un asana, Guruji raccomanda Setu Bandha Sarvangasana. Questa posizione stimola le ghiandole surrenali, apre il torace, e crea la chiusura del mento di Jalandara Bandha, che stimola il nervo vago, calmando così il sistema nervoso simpatico. In questo asana il cervello si acquieta ma il torace si apre: questa è una potente combinazione per le persone intrappolate nei movimenti della loro mente.

Concludo il post rincuorando ogni praticante: ricordate che nulla è perso nella nostra pratica, per piccolo che sia. Ogni piccolo passo che intraprendiamo per diventare esseri umani sempre migliori, ogni piccolo gesto di amorevole condivisione che avremo con i compagni di pratica, ogni imput donatoci dall’insegnante e che abbiamo cura di mettere in pratica, tutto questo non farà altro che mettere in fila tanti preziosi “momenti di pausa positivi”, che formeranno nuovi sentimenti, nuove aperture del cuore e ci radicheranno gradualmente sul meraviglioso sentiero senza fine che è lo yoga. Buona pratica!

Fonte: Yoganusasanam – Iyengar Yoga Delhi

La moderazione nello Yoga: praticare con equilibrio

 

Cari amici dello yoga, il post di oggi è una traduzione estratta da un discorso di Prashant su come uno studente dovrebbe approcciare la sua pratica. Come più volte spiegato da Guruji e come sottolinea Prashant stesso tuttora, la pratica è un mezzo, non un fine, della meravigliosa conoscenza dello yoga. Riporto questo suo breve estratto con le sue stesse parole per ricordarci sempre dove siamo diretti, e perché dedichiamo la nostra vita alla diffusione di questa vasta Vidya (conoscenza).

“Per qualcuno che è eccessivamente consapevole del corpo come una modella, un foruncolo sul viso è una grande tragedia. Sfortunatamente la stessa cosa accade alla maggior parte di voi che sono abituati a praticare lo yoga riferendosi al corpo. FARE FARE FARE finche arrivate ad essere come “anatre morte” (sfiniti). Quando non siete più nel fiore dell’età e il vostro corpo non farà più quel che era abituato a fare, la vostra pratica finirà invariabilmente in totale frustrazione. Posso già vedere molti di voi lamentarsi sempre: la mia schiena dolorante, il mio dolore agli inguini, i miei dolori alle ginocchia… Se la praticate gli asana come un fine quello non è yoga. Rendete gli asana un MEZZO: siate consapevoli del respiro e della mente, PIU’ CHE CONSAPEVOLI DEL CORPO”.

 

Fonte: Prashant Iyengar

Uscire dalla bolla della nostra vita

 

 

 

Cari amici dello Yoga nel post di oggi voglio riportare le parole di Prashant Iyengar, figlio di B.K.S. Iyengar sull’importanza di usare le azioni corporee nella nostra pratica, per svincolarci dai legami dell’ego e scendere profondamente nel santuario delle nostre anime, così da poter capire ancor più profondamente che lo Yoga non è una semplice e meccanica ripetizione di posizioni, ma un prezioso strumento donatoci dai saggi per poter effettuare Swadhyaya, la conoscenza di noi stessi, in un processo a spirale che si dipana all’Infinito, dove il vaso della nostra consapevolezza diviene gradualmente sempre più vasto. Vi auguro una buona pratica, ricordando sempre le parole di Prashant.

 

“Le qualità e le identità che attribuiamo a noi stessi come – Io sono un indiano/americano/cinese oppure -sono un uomo, una donna, vecchio, in salute, malato, ecc. sono attrazioni gravitazionali nei confronti del nostro corpo. Agiscono come parassiti. Di solito viviamo la nostra vita come in una bolla. Questa bolla ci limita quando ci aggrappiamo a delle particolari qualità che esercitano la loro influenza su di noi. Attraverso i Sarira-Kriyas (le azioni corporee) di pura coordinazione voi lasciate andare la presa di questa bolla. Entriamo in una dimensione di noi stessi che è universale e onnipervadente.

Ci sono molti Sarira (corpo) Kriyas (azioni) che posso affrancarci da questo pesante fardello. Per esempio, esalare con consapevolezza dai lobi del vostro cervello, dai muscoli della vostra schiena, dalle vostre pelvi, dai vostri occhi. In similimomenti di coordinazione, scoprirete di avere una differente esperienza di voi stessi. Lo yoga non riguarda(solo) l’azione delle posture: girate il vostro piede a sinistro in dentro e il vostro piede destro in fuori. Ma è usare i Sarira Kriyas per entrare nel santuario all’interno di voi stessi, che è Universale.”

Fonte:Traduzione da una classe di Prashant Iyengar del 09/02/2017, RIMYI, a cura di Zoe Stewart e Bobby Clennell.

Rudra Vina: lo strumento del Signore Narada Muni

 

 

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Cari amici dello yoga, il post di oggi è dedicato ad uno strumento indiano chiamato Rudra Vina. Nei miei frequenti viaggi in India ho assistito a dei bajan e a concerti di assolo, dove le note struggenti di questo divino strumento vibravano melodiosamente nei più profondi recessi dell’anima. La Vina è considerata uno tra i più antichi strumenti indiani.

La Rudra Vina e la  sono provenienti dalle regioni del Sud dell’India mentre la Vichitra Vina proviene dalla cultura industana del nord dell’India. Il nome deriva da un’arpa dell’antico Egitto, il Bin. La Vina è uno strumento molto decorativo: è spesso riccamente scolpita e decorata in avorio, oro e argento. La forma è derivata da una cetra a bastone ed è in genere caratterizzata da un manico lungo e largo che costituisce l’asse dello strumento, da un gran numero di capotasti e dalla presenza di risuonatori, in genere due zucche svuotate.

La Rudra Vina e la Saraswati Vina possiedono sette corde di cui quattro da tocco e tre che si allungano sulla parte sinistra del manico. Le corde non sono mai pizzicate da un plettro, ma soltanto dalle unghie del musicista che vengono lasciate crescere lunghissime. La Vichitra (“strana”) Vina è completamente priva di tasti ed è suonata poggiata in posizione orizzontale facendo scorrere sulle corde una palla di vetro o di pietra tenuta nella mano sinistra; emette un suono grave.

Nel Mahabarata Narada Muni viene descritto come grande esperto di questo mistico strumento. Grande saggio, figlio di Brahma, viaggia costantemente nei tre mondi allo scopo di diffondere le glorie di Krishna, cantando e suonando la sua Vina. Grazie a poteri speciali, è in grado di viaggiare per tutti i pianeti sia materiali che spirituali. E’ uno dei 12 Mahajana. Dedico questo brano a tutti i praticanti dello yoga, affinché possano goderne durante le loro pratiche.