Lo yoga e il ciclo mestruale in una donna: riflessioni.

Durante i giorni del ciclo mestruale, dobbiamo per forza seguire lo stesso ritmo di tutte le altre partecipanti alla lezione di yoga?

Potrebbe risultare scomodo praticare in modo diverso, mentre chi ci circonda continua con la sequenza abituale. Potremmo chiederci se stiamo facendo abbastanza, o esitare a parlarne con l’insegnante.

In una lezione di gruppo, le esigenze individuali CONTANO COMUNQUE.

Nel suo insegnamento sulla pratica femminile, Geetaji sottolinea l’importanza di COMPRENDERE il PROPRIO corpo. Anche durante le mestruazioni, le esigenze individuali VARIANO. La scelta degli asana, la sequenza e il supporto possono essere ADATTATI di conseguenza.

Un cuscino può sostenere la schiena in una posizione supina. Una coperta piegata può sostenere la testa in un piegamento n avanti. Anche la disposizione dei props merita attenzione, aiutandoci a trovare un supporto ADEGUATO senza sforzi inutili.

Durante le mestruazioni, l’approccio Iyengar mette da parte le inversioni come Śīrṣāsana e Sarvāṅgāsana, e si concentra su posizioni SUPINE ed ESTENSIONI in avanti ADATTE, guidate da un insegnante certificato che conosce le varie modalità di intervento.

L’apprendimento consiste ANCHE nel modo in cui osserviamo NOI STESSI.

Riusciamo a RICONOSCERE la stanchezza senza giudicarci?
Riusciamo a notare QUANDO l’addome si contrae?
Riusciamo a concederci il riposo QUANDO ne abbiamo bisogno?

Essere in grado di eseguire una posizione è un aspetto importante. Capire COME il corpo reagisce è un altro.

La costanza nella pratica di una donna include apprendere COME adattarsi. Praticare in modo diverso può comunque essere una pratica SIGNIFICATIVA.

Se sei nel periodo del ciclo, informa il tuo insegnante PRIVATAMENTE PRIMA della lezione, in modo che possa guidarti verso gli adattamenti per TE più appropriati.

Ed ora rifletti: quando la tua pratica necessita di cambiare, cosa ti sembra più difficile: “RALLENTARE”, “RIPOSARE” o “praticare in MODO DIVERSO”?

Questo ti darà ancor più consapevolezza su come approcciare la pratica nei giorni del ciclo mestruale, e ti aiuterà a capire di COSA tu abbia bisogno in quel momento della tua vita. Da lì si formerà gradualmente la TUA esperienza.

Ispirato agli insegnamenti di Geeta S. Iyengar in “LA PRATICA DELLE DONNE DURANTE TUTTO IL MESE”.

SRADDHA: LA FIDUCIA DI CONTINUARE

Cosa ti spinge a continuare a praticare quando, al momento, non hai ancora prove concrete sui benefici dello yoga?

Non ogni pratica offre sempre un riscontro IMMEDIATO.

Puoi praticare Uttānāsana, per esempio, per settimane con le stesse istruzioni:
Solleva le rotule.
Porta indietro le cosce.
Allunga il busto e via dicendo.

In alcuni giorni l’azione ti sembra chiara.
In altri giorni no.

Eppure, CONTINUI a praticare.

Lo Yoga Sūtra I.20 inizia con una parola che descrive questa qualità:

ŚRADDHĀ.

Viene spesso tradotto come FEDE. Ma nella pratica, Śraddhā può essere inteso come qualcosa di molto oggettivo:
la fiducia di CONTINUARE ANCHE PRIMA che il risultato sia garantito.

Non si tratta di una fede cieca.
Non è fingere che ogni istruzione abbia un SENSO.
Non è neanche forzarsi a credere che i progressi DEBBANO arrivare.

Śraddhā è qualcosa di più silenzioso.

Qualcosa che ti dice: vale la pena di dedicarmi completamente in questa pratica.

Così torni a Uttānāsana.

Posiziona i piedi.
Sistema le gambe.
Estendi il busto.
Presta di nuovo attenzione.

La posizione potrebbe non sembrare drasticamente diversa.
Non è questo il punto.
Qualcosa dentro di te è rimasto ABBASTANZA SALDO da permetterti di continuare la tua indagine.

Patañjali pone Śraddhā prima ancora di Vīrya: energia, forza, sforzo.

Quest’ordine è importante.
Prima di uno sforzo prolungato, ci deve essere qualcosa che renda lo sforzo DEGNO di essere fatto.

Śraddhā non ti promette un risultato.

Ma ti dà una ragione per perseverare nella pratica, per continuare ad andare avanti ANCHE quando tutto sembra apparire senza un risultato apprezzabile.

SRADDHA aiuta a praticare quando i progressi non sono evidenti, quando si naviga per giorni al buio. Allora la luce di questa fulgida perseveranza ci aiuta ad intravedere per qualche attimo la terra d’approdo che, sia pur lontana, si staglia all’orizzonte e ci da nuove speranze per rimanere saldi nella nostra ricerca, senza vacillare mai nella fiducia in sé stessi. SRADDHA.

CONTINUITÀ NELLA NOSTRA PRATICA

Lo yoga non finisce quando scendiamo dal tappetino e ce ne ritorniamo alle nostre attività quotidiane

Ma allora lo yoga è qualcosa che pratichiamo per un’ora o una disciplina che continua per tutto il giorno?

Quando l’attenzione e la consapevolezza di sé entrano nelle nostre attività quotidiane, sedersi, mangiare, parlare, pensare e interagire con gli altri, allora SI: possono DIVENTARE PARTE della pratica yoga.

Prendendo ispirazione da ciò che apprendiamo nello shala di pratica, iniziamo a osservare dentro noi stessi

Da DOVE viene QUESTO pensiero?
PERCHÉ reagisco in QUESTO modo?
DOVE mi porterà QUESTA azione?

Man mano che col passare del tempo la nostra pratica si fa più matura , passiamo dall’essere completamente assorbiti dalle vrittis (onde agitate) della nostra mente mente, al diventare testimoni del suo flusso: Apprendiamo a osservare il corpo, il respiro, i pensieri, le emozioni, i gusti e le antipatie, TUTTO ciò che si agita all’interno, con maggiore OBIETTIVITÀ.

E questo punto la vita quotidiana diventa il NOSTRO laboratorio. OGNI INTERAZIONE rivela schemi abituali che si ripetono da decenni. Ogni difficoltà offre una PREZIOSA OPPORTUNITÀ di monitorare e studiare le nostre reazioni. Ogni momento ci DONA un modo di praticare la consapevolezza e l’equilibrio proprio nel luogo e nel momento GIUSTO, proprio DOVE capita di trovarci: famiglia, rapporti sociali, lavoro, relazioni.

Il tappetino da yoga ci offre un luogo DOVE IMPARARE, dove CAPIRE le strategie, ma la Vita ci offre un luogo DOVE APPLICARE ciò che abbiamo imparato e COME utilizzarlo in modo che possa essere da aiuto a noi stessi e di ispirazione agli altri

La VERA pratica non si limita a una sessione programmata di una, due o tre volte alla settimana, ma si espande in una continua ricerca di comprensione, di ascolto, di profonda osservazione e di studio giornaliero che abbraccia la globalità della nostra Vita. Non siamo fatti a compartimenti stagni, ogni cosa che facciamo in bene o in male influisce sul nostro vissuto quotidiano, per cui possiamo dirigere il focus della nostra mente verso una osservazione e uno studio di sé stessi, Swadhyaya, che possa portare pace e armonia per noi stessi e per chi circonda.

Per concludere vi chiedo in che modo la vostra pratica dello yoga arriva ad influenzare il vostro modo di reagire alla vita di tutti i giorni? Come potete utilizzare anche il più (apparentemente) piccolo ambito della vostra vita per arrivare a cambiare in meglio, gradualmente, voi stessi?

Da DOVE potete iniziare a travasare la pratica che fate sul tappetino nella Vita quotidiana?

RESPIRA: SEI VIVO!

“Nei manuali di yoga si menzionano tre fasi del respiro: inspirazione (puraka), espirazione (rechaka) e ritenzione controllata (kumbhaka). La pausa corrisponde al kumbhaka. Deve essere controllata, deve essere sotto il vostro controllo.

Chiunque abbia controllato la pausa è vittorioso ed è libero dal richiamo della morte. Ha controllato la morte. È così che fanno gli yogi. QUESTO è il pranayama. Il respiro è legato al processo MENTALE e al corpo, è un ANELLO di congiunzione. Chi è responsabile del mantenimento di questo legame? Perché non si spezza questolegame? Il respiro è il PONTE tra i due, e finché questo respiro è INTATTO, siete vivi. Nel momento in cui si separano, si chiama morte. La separazione tra il processo mentale e il corpo è chiamata MORTE.”

Swami Rama

Il post di oggi parla del pranayama e delle sue implicazioni interiori. Possiamo resistere circa 21 giorni senza mangiare, appena poco poco più di una settimana senza bere, ma dopo massimo 3 minuti, per le persone più robuste, senza il respiro sopraggiunge la morte. Non solo: il cervello in caso di eventuale scampato pericolo, riporterà probabilmente dei danni permanenti per mancata ossigenazione delle cellule cerebrali. Che dire di più? Il respiro è il nostro sostentamento principale, senza il quale possono avvenire gravi danni nel nostro corpo e non ultima la morte.

Prima di qualsiasi pranayama — prima di Ujjayi, prima di Viloma — arriva un’istruzione più silenziosa: OSSERVA il respiro.Non modificarlo. OSSERVALO.

Geeta S. Iyengar lo ha espresso chiaramente:
“Il pranayama non è controllo del respiro.
È L’ESPANSIONE della forza vitale.
Non controlli il respiro,
RIMUOVI gli ostacoli che lo LIMITANO.”

— Geeta S. Iyengar, Yoga: A Gem for Women, Capitolo sul Pranayama

Non si parla quindi di controllo, ma di RIMOZIONE. SI rimozione di tutto ciò che lo limita e lo costringe.

In realtà il respiro sa GIÀ COME respirare. Il nostro compito è smettere di ostacolarlo, e tutto questo inizia in modo SEMPLICE. Ti siedi.Ti rilassi. OSSERVI.

L’inspirazione è lunga o corta?
L’espirazione è fluida o si blocca?
Dove si ferma il respiro: nel petto, nella gola, nella pancia? Inizialmente NON serve una tecnica, ma solo ATTENZIONE.

Solo quando OSSERVIAMO il respiro e prepariamo il corpo attraverso gli asana, iniziamo a MODELLARLO.

Il respiro è potente. Merita RISPETTO. Il pranayama si apprende PROGRESSIVAMENTE, sotto la guida di un INSEGNANTE QUALIFICATO. Prima di sederti per il pranayama, chiediti:
Riesci a osservare dieci respiri senza cercare di cambiarne nemmeno uno? Che cosa noti quando smetti di cercare di controllare il respiro? QUESTA è la maniera corretta per poter iniziare una pratica proficua di pranayama. E con questo vi invito il giovedì sera alle 19.30 nel mio Centro Yoga Civitavecchia SURYA, dove vi verranno spiegati gli elementi fondamentali per poter dare inizio alla vostra pratica personale di questa meravigliosa disciplina che è lo Yoga. Vi aspettiamo.

COSA CI INSEGNA IL TAPPETINO SUL MOVIMENTO QUOTIDIANO?

Ci esercitiamo sul tappetino.

Ma il movimento non rimane LÌ.

Prendiamo per esempio Uttānāsana.
Una flessione in avanti può sembrare semplice.Eppure, con la pratica, iniziamo a studiare ciò che di solito accade automaticamente:
DOVE si trova il peso sui piedi? COSA fanno le gambe?
COME si muovono le articolazioni dell’anca?
COSA succede alla colonna vertebrale?
DOVE c’è uno sforzo superfluo?

Geeta S. Iyengar ha detto:
“L’asana non è semplicemente una postura FISICA.
È uno STATO DELL’ESSERE.
Quando sei in un’asana, non stai solo facendo,
stai DIVENTANDO.”— Geeta S. Iyengar, Yoganusasanam Convention, RIMYI Pune, 2014

DIVENTARE…

Poi, qualcosa cade a terra…

Niente tappetino.
Niente insegnante.
Nessuna posizione da eseguire.

SEMPLICEMENTE ti pieghi. Ma forse percepisci il movimento in modo diverso.

Non perché stai cercando di ricreare Uttānāsana nella vita di tutti i giorni.

Perché la pratica ti ha insegnato a prestare attenzione a COME ti muovi.

Questo potrebbe essere UNO dei modi più silenziosi in cui l’āsana continua ANCHE al di fuori del tappetino.
La posizione finisce.

La CONSAPEVOLEZZA non deve finire.

Quale movimento quotidiano percepisci ora in modo diverso, grazie allo yoga?
Sei curioso di scoprire come lo Yoga Iyengar sviluppa l’attenzione ATTRAVERSO il movimento?
Queste sono le domande che qualunque praticante arriva a porsi, perché frutto di una indagine profonda che dovrebbe avere luogo durante la pratica degli asana e l’osservazione del flusso respiratorio nel Pranayama. Ed è proprio questo ampliamento dell’attenzione che porta la consapevolezza dal tappetino, alle piccole e grandi cose di tutti i giorni: proprio come Geeta sottolineava. Uno STATO DELL’ESSERE. Uno stato che va continuamente ricercato e affinato, per essere poi travasato nel nostro vissuto di ogni giorno. Cambia la vostra percezione della Vita. E chi è attorno a voi, lo percepisce.