Cosa ci spinge a praticare lo Yoga?

 

images71pjjl0h

 

 

Cari amici dello yoga il post di oggi che vi propongo è una riflessione sul perché oggi sempre più persone si avvicinano a questa meravigliosa pratica che è lo yoga. Col passare degli anni mi chiedo cosa, nel profondo, mi ha guidato e mi sta tutt’ora guidando verso questa scienza dell’anima, che inizia il suo approccio dal corpo. E’ DAL corpo che iniziamo ad intraprendere questo sentiero, e alla vista di un profano potrebbe essere assimilato alle ginnastiche occidentali.

Molte persone pensano che lo yoga sia solo uno dei tanti metodi di fitness anche per la pubblicità di molte stelle dello spettacolo: Madonna, Uma Thurman, Gwinet Paltrow, Beyoncè, Sting, gli All Blacks del rugby, ecc. Per cui avere un corpo sano, robusto e flessibile e prevenire i vari disturbi e possibili infortuni sembra la motivazione primaria con la quale le persone si avvicinano alla pratica. Ma lo yoga è molto, molto di più.

Nella cultura occidentale siamo stati educati a FARE, e questo aspetto tendiamo a portarlo anche nella nostra pratica. Lo yoga ci insegna che prima di fare molto più importante è SENTIRE, percepire dentro. Nello yoga ci viene insegnato non solo a fare gli asana e il pranayama con accurata precisione, ma anche ad eseguirli al fine di esplorare noi stessi, per aumentare il nostro “sentire” e penetrare in sfere più profonde di quella fisica: il nostro corpo, certo, ma anche i cinque sensi, la respirazione, il nostro buddhi, il nostro manas e il nostro profondo Sé. E questo accadrà solo se siamo attivi a livello fisico. Se FACCIAMO. Il che è impossibile penetrare queste sfere stando pigramente seduti su un divano senza utilizzare il nostro corpo.

B.K.S.Iyengar era solito ripetere “Dei due aspetti dell’asana, sforzo fisico e compenetrazione della nostra mente, l’ultimo è alla fine il più importante. La compenetrazione della nostra mente E’ la nostra méta.”  Non dovremmo tanto essere distolti dal movimento fisico esterno, quanto focalizzarci sulle azioni che si fanno, le sensazioni che otteniamo e le reazioni del nostro corpo-mente-respiro. La pratica degli asana sarà d’immenso beneficio per il nostro corpo ma questo è solo un derivato, non lo scopo primario.

Parlando dell’azione nell’ asana Iyengar la descrive  come “Movimento più intelligenza. Il mondo è pieno di movimento. Ciò di cui il mondo ha bisogno è di più movimento COSCIENTE, più azione.”  Osservando attentamente un asana nella sua struttura noteremo molta azione e poco movimento, in realtà. Tuttavia è vero anche che la pratica degli asana non è soltanto azione. E’ una speciale forma di attività che ci permette di esplorare la nostra realtà interna, di pacificare la mente, di sviluppare l’osservazione interiore e divenire meditativi. In sintesi la penetratività interna, come ho accennato poco sopra. Ecco perché Patanjali descrive l’asana come Sthirata-Sukata (comoda e stabile), perché in ogni postura ci dovrebbe essere una sottile armonia tra azione e rilassamento (sentire).

Sempre in Vita nello Yoga  Iyengar fa luce su aspetti sconosciuti della pratica scrivendo “L’equilibrio tra attività e passività trasforma il cervello attivo in testimone (silenzioso)” E ancora “Quando c’è SFORZO, la pratica dello yoga è puramente fisica, e conduce al disequilibrio e al giudizio errato”. Osservando le nostre reazioni, le nostre tendenze e le nostre modalità comportamentali durante la nostra pratica, esploriamo noi stessi in una più profonda ampiezza e arriviamo a una più intima connessione interiore. Scopo ultimo della pratica è conoscere meglio sé stessi, sviluppare più consapevolezza  e più sensibilità.

Per vivere meglio abbiamo bisogno di sviluppare l’intelligenza, che altro non è se non l’abilità di agire al meglio in questo mondo e vivere una vita gioiosa e pacifica. Ecco perché abbiamo bisogno di praticare quotidianamente, determinati a continuare questa ricerca interiore, per scendere sempre più profondamente in noi stessi e trasformare noi stessi. Parole facili a dirsi, ma la cui realizzazione necessita di anni di pratica regolare e disciplinata.

Vorrei chiudere con le parole di Iyengar su questa indagine costante dei processi interiori: “Continuate ad analizzare, e attraverso l’analisi arriverete a comprendere. Nello yoga è richiesta una costante analisi dell’azione… L’analisi e la sperimentazione devono procedere assieme…L’unica guida è l’analisi durante l’esercizio: solo attraverso tentativi ed errori potrete progredire. Più numerosi saranno i tentativi, minori saranno gli errori. E quando i dubbi diminuiscono, diminuiscono anche gli sforzi…”  Vi auguro una pratica sempre più consapevole e profonda.

 

Fonte:  B.K.S.Iyengar – Vita nello Yoga – Edizione Mediterranee

Eyal Shifroni: Why do we practice Yoga?

 

,

Approfondire la nostra pratica

meditationonkrsna11

 

Cari amici dello yoga dopo la breve pausa estiva di riposo dalle fatiche invernali, eccoci pronti a metter mano all’aratro della nostra pratica, per preparare il terreno della nostra coscienza alla semina degli insegnamenti yogici, antichi come le montagne ma pur sempre attuali. Nei post precedenti ho spesso evidenziato che la pratica dello yoga non consiste solo ed esclusivamente nell’esecuzione degli asana,  e che la pratica degli asana non si svolge solo sul piano fisico, ma coinvolge creativamente molti aspetti della nostra coscienza.

Iyengar nella spiegazione degli Yoga Sutra indica con sadhana (la pratica) tutti i petali del raro fiore dello yoga, che comprendono la sfera fisica, fisiologica, energetica, mentale, intellettuale e spirituale. Il sadhana deve essere condotto con applicazione costante, consapevolezza e devozione. secondo la tradizione dello yoga  Anche i livelli di un praticante si dividono dal livello mrdu (morbido) al livello tivra-samvegin (supremamente intenso), dove una naturale scala evolutiva di trasformazione e di sfumature intermedie si estende dal basso in alto. Oggi voglio approfondire i tre principi cardine della nostra pratica yoga.

 

Perché si pratica: scopo ed obiettivo della sadhana

Dobbiamo sempre aver chiaro il perché pratichiamo una determinata sequenza di posizioni o un certo asana, e mai dimenticarlo durante la nostra pratica. “Mai perdere la visione del Sé”, recita un antico adagio dello yoga. Dobbiamo inoltre avere chiaro quale sia lo scopo effettivo della pratica: apprendere? Consolidare? Studiare? Raggiungere la maturità dell’asana?

 

Lo stato d’animo personale

Anche l’approccio alla pratica è molto importante. La Bhagavad Gita insegna che i frutti della nostra pratica dipendono dallo spirito col quale noi intraprendiamo la pratica stessa. Nel Linga Maha Purana un verso declama “L’aspirante deve sempre intraprendere la pratica con un buon umore”.

 

La sequenza appropriata, o Vinyasa

L’etimologia della parola Vinyasa indica “ordine”, “disposizione”, “posizionare”, “posizione” (degli arti), “disporre”, “piazzare”. Probabilmente il termine veniva usato nell’antica arte della gioielleria, come l’ arte di disporre le gemme, e il concetto raggiunse le scritture dello yoga grazie alla Mimamsa Darsana. E’ indispensabile una sequenzialità di asana appropriata per arrivare all’asana desiderato, scegliendo un giusto metodo con il quale ottenere attraverso quell’asana gli effetti desiderati o gli stati di coscienza suscitati dall’asana stessa. Iyengar definisce Vinyasa come “una sequenza per raggiungere lo stato finale dell’asana dove la mente e l’intelligenza, uniti armoniosamente con l’energia (prana) e la consapevolezza cosciente (prajna), vengono costruiti in sequenza e gradualmente all’interno del sistema di pratica.” Vamana Rishi era solito ripetere “Oh yogi, mai accingersi alla pratica senza una sequenza appropriata (di asana)”.

 

I tre stadi della pratica di un asana

Ogni yogasana deve essere eseguito nel rispetto dei “tre stadi della pratica di un asana”. Così gli yogi avevano diviso la pratica di un asana in tre stadi, prendendo a prestito dal Sad Linga (commentari vedici) i termini per il primo e terzo stadio:

1) Upakrama o inizio dell’asana: come entrare nell’asana. Vacaspati Misra, Vijnana Bhiksu and Bhoja Raja, antichi studiosi delle scritture, ritengono che la parola asana abbia la propria radice etimologica  nella parola “as” (sièdere) e la definiscono come asyate nena, ovvero la procedura e il modo attraverso il quale si entra nella posizione. Sfortunatamente la maggior parte dei praticanti dell’Iyengar yoga  si sentono coinvolti solamente in questo stadio e su un livello puramente fisico. Prashant Iyengar insiste spesso sul fatto che upakrama deve educare il corpo, la mente, la consapevolezza e l’intelligenza ad entrare nella posizione e a raggiungere lo scopo dell’asana stessa.

2) Sthiti, ovvero il mantenimento dell’asana: come stare nella posizione. Questo è lo stadio dove si creano gli effetti profondi dell’asana. Quando Iyengar praticava si rimaneva stupefatti nel vedere la stabilità e il profondo stato introspettivo con i quali eseguiva ogni postura. Si può considerare questo stadio asana-jaya, o conquista della posizione.

3) Upasamhara o conclusione dell’asana, la ricapitolazione o come chiudere l’asana.

Con lo studio onesto di questi stadi dell’asana e con l’applicazione dei tre punti cardine della pratica, avremo modo di vivificare continuamente ciò che i nostri insegnanti ci tramandano. La nostra pratica diverrà più profonda e matura, e gli asana inizieranno a raccontare nel nostro Cuore la storia antica ma sempre nuova di questa Vidya suprema: lo yoga. Buona pratica a voi tutti!

 

Gabriella Giubilaro al centro yoga Surya

IMG_20160528_171630

 

Cari amici dello yoga, nel post di oggi vi racconterò dell’intensivo svolto da Gabriella Giubilaro il 28 maggio scorso per inaugurare il mio nuovo studio yoga Surya in Civitavecchia.  Il cambio di domicilio dalla vecchia sede all’odierna in via Adige 3 è avvenuta in fretta e furia nella prima metà di marzo. Non ho fatto nulla di ufficiale per inaugurare yogicamente lo studio.

Ho chiesto alla mia insegnante formatrice Gabriella Giubilaro di venire a “battezzare” ufficialmente il centro, e con la gentilissima collaborazione di Adriana Calò e dei suoi ragazzi dello studio Corpo e Mente sempre di Civitavecchia, abbiamo dato vita a un bellissimo evento di pratica . Conosco Gabriella dal 2002, e durante le mie lezioni ho sempre parlato che tutto ciò che insegno ha radici nell’insegnamento da lei trasmessomi con infinita pazienza e precisione assoluta.

Ho frequentato regolarmente negli anni la fonte dell’insegnamento a Firenze, trasmettendo al meglio di me stesso tutto ciò che mi venne dato nel Syllabus dell’Introductory nei lunghi mesi di preparazione del teacher-training. Questo ho insegnato ai miei ragazzi, giorno dopo giorno, mese dopo mese , anno dopo anno. Ho provato e riprovato fino allo sfinimento quegli imput così preziosi, e tutt’ora li riprovo per scoprire sempre più sottigliezze con cui arricchire la  mia pratica e quella dei miei ragazzi.

IMG_20160528_172020

Ho sempre parlato del suo approccio con lo Yoga molto diretto, pratico, essenziale ma squisitamente umano, con la promessa che un giorno l’avrei portata qui a Civitavecchia. Quel giorno è arrivato, e molti studenti dell’Iyengar yoga della mia città hanno potuto conoscere una delle pietre angolari dello Yoga Iyengar italiano ed internazionale. Tutt’ora vedo regolarmente Gabriella, per essere certo che questa precisione nell’insegnamento non vada persa a causa dell’incuria del tempo e della mia interpretazione personale. Il tema del seminario è stato come il lavoro sui piedi e nelle gambe possa avere un effetto rigenerante ed efficace sulla spina dorsale. Il bello della pratica tra studenti con esperienza in questi casi è che le nozioni di base vengono ampliate ed approfondite in una maniera diversa da quando si fa un teacher-training. C’è molta più maturità in chi studia e l’insegnante può spiegare e dare correzioni che migliorano e stabilizzano ulteriormente la pratica personale dei partecipanti.

IMG_20160528_183426

Il bello di Gabriella è che si dona completamente, spiegando sempre con semplicità e chiarezza le dinamiche dello Yoga e il significato degli Yoga Sutra. I partecipanti ne sono rimasti entusiasti, e già stanno chiedendo QUANDO rifaremo una esperienza così profonda dello Yoga. Ognuno ha ricevuto indicazioni, correzioni personali e risorse sulla pratica da fare a casa. In ultimo con un armonium indiano abbiamo cantato tutti insieme il canto al Sole, il Gayatri Mantra, a lungo, rimanendo nel silenzio meditativo per qualche minuto. Attimi di Eternità pura che scorrevano…Ho ripensato al paziente lavoro di Gabriella su di me, agli infiniti semi di pratica che ha lasciato nella mia anima e che lentamente negli anni hanno germinato. Tra le tante cose belle che ci ha lasciato quel sabato di maggio, questa frase: “Ricordate sempre che nello Yoga non dovete fare il vostro massimo, ma dare il meglio di voi stessi. Allora la vostra pratica sarà perfetta, indipendentemente dal vostro livello di pratica”.

IMG_20160528_204420

Mentre mangiavamo tutti assieme in cerchio su quello stesso luogo di pratica, gli ho detto “Vedi Gabriella quanti fiori stupendi hanno prodotto i semi che tu hai fiduciosamente lanciato tanti anni fa?” Mi ha guardato. Ha sorriso silenziosamente, chinando lievemente il capo. Ti aspettiamo ancora Gabriella…

 

Il Sole condensato in suono: il Gayatri mantra

Gayatri

 

Cari amici dello yoga, il post di oggi è dedicato al mantra più popolare e conosciuto in tutta l’India: il Gayatri mantra. Secondo l’antica tradizione dei Rishi questo mantra rappresenta la “madre di tutti i Veda”. Ricordo a Rishikesh la mattina  all’alba, i devoti si bagnavano nelle gelide acque del Gange intonando sommessamente il Gayatri mantra. Stessa cosa anche a Benares, quando anch’io mi sono bagnato nelle acque del Gange al primo albeggiare: era un inininterrotto salmodiare del Gayatri.

Il Sole (Surya) rappresenta la rappresentazione visiva dell’Assoluto, al quale ci si rivolge non solo per le lodi mattutine ma anche per chiedere l’illuminazione spirituale. La Madre Divina Savitri è la madre di ogni creatura che vive in questo Universo, e nelle Upanishad viene come il supremo Sé che vive nell’essere umano: l’Atman. Il Gayatri un tempo era strettamente riservato a individui di casta brahmanica, ed era assolutamente proibito alle caste inferiori di leggerlo o pronunciarlo, pena severi castighi. Oggi questa restrizione si è allentata e la maggior parte degli Hindu cantano questo mantra come offerta alla divinità interiore.

Al rito di passaggio Upanayana tra il sesto e il dodicesimo anno, i ragazzi di casta brahmanica vengono iniziati alla corretta pronuncia e all’uso regolare del Gayatri: loro dovere fondamentale sarà di intonarlo tre volte al giorno, all’alba, a mezzogiorno e al tramonto per promuovere le forze spirituali in sé stessi e nell’Universo. Il Gayatry scaturisce da un verso dello Yajur Veda e dal verso 3/62/10 del Rig Veda, la parte degli Inni Sacri vedici. Nella Chandogya Upanishad  il verso III.12.1-6 declama: “La Gayatri è tutto il Sé esistente. Gayatri è la parola, tutto il Sé esistente che canta (Gaya-ti) e protegge (Traya-te) tutto ciò che esiste”. Nella Bhagavad Gita il Signore Krishna al verso 10:35 asserisce: “…Tra i mantra sono il Gayatri”… Il Gayatri è composto da 24 sillabe, e secondo la tradizione fu il Rishi Viswamitra che lo compose, in quanto fu il primo dei 24 Rishi che lo capirono nelle sue più recondite profondità e sfumature, come ci riportano le cronache dei Purana.

Nel corso dei secoli a venire il mantra fu più considerato come l’espressione vocale di Savitri, la madre Divina come Sole e consorte del dio Brahma. Questo breve accenno sul Gayatri ci farà apprezzare ancor di più il suo significato profondo e interiore, la sua magnetica musicalità senza tempo e l’uso nelle pratiche meditative che possiamo fare all’alba e al tramonto. Vi auguro uno studio proficuo e luminoso!

 

Gayatri Mantra

Om Bhur Bhuva Svaha

Tat Savithur Varenyam

Bhargo Devasya Dheemahi

Dhiyo Yonah Prachodayat

(pronuncia: om bur buva suaà, tat savitur, variniam, bargo deva siadi-maì, diò ionà praciodayàt)

Gayatri Mantra: “Meditiamo sulla gloria del creatore, che ha creato l’universo, che è degno di adorazione, che è l’incarnazione della conoscenza e della luce, che rimuove il peccato e l’ignoranza. Possa egli illuminare il nostro intelletto”

Un Mantra è una breve formula spirituale che ha la capacità di elevare la coscienza di chi lo recita. Ogni mantra ha una vibrazione unica. In un suo libro, Swami Sivananda scrisse che, tra tutti i mantra, Il Gayatri era il più potente e glorioso. Il significato delle parole del Gayatri Mantra è il seguente:

OM Il suono primordiale

BHUR Bhu Loka (piano fisico) – si riferisce agli elementi che formano il corpo fisico

BHUVA Bhuva Loka (piano astrale) – Si riferisce al potere nell’uomo che anima il corpo, ossia la Prana Sakthi

SVAHA Swarga Loka (piano causale)

TAT Si riferisce al supremo

SAVITUR Ciò da cui tutto nasce

VARENYAM degno di essere adorato

BHARGO La luce radiante che dona saggezza.

DEVASYA Realtà divina

DHEEMAHI Noi meditiamo

DHI YO Buddhi, intelletto

YO che

NAH nostro

PRACHODAYAT illuminare

Questa è secondo me la traduzione che trovo più adeguata per il Gayatri:

“Meditiamo sul Creatore Onnipotente che è il principio, la mèta e la fine di ogni cosa. Egli è il solo degno di essere adorato, poiché tutto risiede all’interno del Suo essere. La realizzazione del Supremo è fonte di luce e conoscenza e rimuove sofferenza e ignoranza. Possa Egli, attraverso il nostro impegno e la Sua Grazia, illuminare il nostro intelletto e condurci alla realizzazione del Sé.”

Thích Nhất Hạnh: la meditazione dei sassolini

images[4] (2)

Cari amici dello yoga nel post di oggi voglio segnalarvi una semplice e stupenda pratica meditativa del Maestro buddhista vietnamita Thich Nhat Hanh, dove grazie al sostegno del respiro possiamo allentare la morsa delle vrittis mentali e posizionarci “come una solida montagna” sulla piana della nostra consapevolezza. In questo tipo di meditazione tutto ruota attorno al respiro e si dipana in un continuum spazio-temporale dove la presenza nell’attimo che fluisce è il cardine di questa pratica.

Stare e non fare. Ascoltare il flusso respiratorio. Stabilizzare la seduta per radicarsi alla Terra. Osservare le fluttuazioni della mente che arrivano, si manifestano e si dissolvono, come vapore nell’aria. Praticatelo in un ambiente naturale: al mare, in un bosco, su un prato, sotto un albero, aumentando molto gradatamente nei giorni il tempo di pratica. Iniziate con molto poco.

Cinque o dieci minuti all’inizio sono sufficienti. Dobbiamo comprendere grazie alla pratica, quanto la nostra mente sia presa nei propri meccanismi e come spesso corra come un criceto su una ruota…Man mano si creerà spazio all’interno della nostra coscienza, con il quietarsi delle onde mentali. E in quello spazio il fiore della libertà da io,mio ed Ego inizierà a sbocciare e a diffondere la sua inebriante fragranza: è l’alba del vostro risveglio dal sonno della coscienza. Vi auguro una respirazione cosciente.

“Possiamo sederci tutti in cerchio e affidare a un bambino il ruolo di maestro di campana. Ognuno avrà con sé il sacchettino con i quattro sassolini, preparato in precedenza. Ci potremo sedere sulle sedie, se ne abbiamo di altezza giusta che permettano ai bambini di avere i piedi ben appoggiati a terra, possibilmente senza appoggiarsi allo schienale, oppure ci siederemo a terra su cuscini, con le gambe incrociate. Possiamo anche sovrapporre due o più cuscini e sederci sopra di essi, dopo esserci inginocchiati con le gambe ai lati dei cuscini. L’importante è che la schiena resti eretta ma morbida e flessibile, con la cima della testa verso l’alto; possiamo tenere gli occhi aperti o socchiusi, con sguardo sfocato diretto davanti a noi verso il basso.

Ascoltiamo insieme i tre suoni di campana che aprono la meditazione dei sassolini, accompagnandoli con la consapevolezza del respiro.
…………………

Versa fuori dal sacchetto i sassolini e mettili per terra alla tua sinistra. Prendi un sassolino e guardalo: il primo sassolino rappresenta un fiore; rappresenta anche la tua stessa freschezza e la natura di fiore che è in te.
Metti il sassolino sul palmo della mano sinistra e poi appoggia la sinistra sulla destra, anch’essa a palmo in su, per dare inizio alla tua meditazione sulla tua natura di fiore:

Inspirando, mi vedo come un fiore.
Espirando, mi sento fresco. 

Non si tratta di fare finta: tu sei un fiore nel giardino dell’umanità.
Vediti come un fiore. È utilissimo sorridere durante la pratica: un fiore sorride sempre.
Pratica tre volte “fiore/fresco” ad ogni inspirazione ed espirazione …………
Ora prendi il sassolino e posalo a terra alla tua destra.

Ora prendi il secondo sassolino e guardalo.
Questo sassolino rappresenta una montagna.
Una montagna è simbolo di solidità. Tu sei te stesso, sei stabile, sei solido. Se non sei solido non puoi essere veramente felice: ti lascerai smuovere da provocazioni, rabbia, paura, rimorso o ansia.

Questa meditazione è meglio praticarla in posizione seduta perché nel mezzo loto o nel loto completo il corpo si sente molto stabile e solido: anche se arriva qualcuno e ti dà una spinta, non cadi.
Dopo aver posato il secondo sassolino nel palmo della mano sinistra e appoggiato la sinistra sulla destra, a palmo in su, cominci a meditare sulla montagna.

Inspirando, mi vedo come una montagna.
Espirando, mi sento solido.

Ripeti “montagna/solido” tre volte, ad ogni inspirazione ed espirazione. ………….
Quando sei solido non è più tanto facile farti perdere l’equilibrio, nel corpo e nella mente.
Puoi prendere il sassolino e posarlo a terra alla tua destra.

Prendi ora il terzo sassolino e posalo sul palmo della sinistra, che andrà a raggiungere la
destra posata in grembo a palmo in su. Il terzo sassolino rappresenta l’acqua tranquilla.
Capita di vedere un laghetto o uno stagno che ha acque così calme da riflettere con precisione tutto ciò che ha intorno: è così tranquillo che riesce a riflettere il cielo azzurro, le nuvole bianche, le montagne, gli alberi; puoi puntare la macchina fotografica sul lago e fare una foto del cielo e delle montagne che vi sono riflesse, proprio identiche.
Quando hai la mente calma, questa riflette le cose così come sono e tu non sei vittima di percezioni erronee. Quando la tua mente invece è disturbata da forti desideri, rabbia o gelosia percepisci le cose in maniera sbagliata. Le percezioni erronee generano in noi molta rabbia, paura, violenza e ci spingono a fare o dire cose che distruggono tutto.
Questa pratica ti aiuta a recuperare la calma e la pace, rappresentata dall’acqua tranquilla.

Inspirando, mi vedo come acqua tranquilla.
Espirando, rifletto le cose come sono in realtà.

Ripeti “acqua-rifletto” tre volte, ad ogni inspirazione ed espirazione……………
Non si tratta di un pensiero di buon augurio: con la consapevolezza del respiro puoi dare pace al respiro, al corpo, ai sentimenti. Ora puoi posare il sassolino alla tua destra.

Il quarto sassolino rappresenta lo spazio e la libertà. Se nel cuore non hai spazio a sufficienza, ti sarà molto difficile sentirti felice. Quando sistemi i fiori, capisci bene che i fiori hanno bisogno di un po’ di spazio, intorno, per irradiare la loro bellezza.(1)
Ogni persona ha bisogno a sua volta di spazio. Se vuoi bene a una persona, una delle cose più preziose che le puoi offrire è lo spazio, e quello non lo si può comprare al supermercato!
Visualizza la luna che veleggia nel cielo: ha un sacco di spazio intorno a sé, che fa parte della sua bellezza. Molti discepoli del Buddha hanno descritto il loro maestro come una luna piena che veleggia nel cielo vuoto.

Inspirando mi sento come spazio.
Espirando, mi sento libero. 

Ripeti “spazio – libero” tre volte, ad ogni inspirazione ed espirazione ………….

Ogni persona ha bisogno di libertà e spazio. Anche in famiglia, offri spazio a tua volta alle persone care. Puoi offrir loro anche il dono di questa meditazione dei sassolini: così potrai aiutare ogni tuo familiare ad allontanare le preoccupazioni, le paure e la rabbia che ha dentro di sé.
Qui termina la meditazione dei sassolini. Ascoltiamo di nuovo i tre suoni di campana; poi ci alzeremo e ci inchineremo gli uni agli altri con il gesto del loto per ringraziarci di avere praticato insieme.”

(1) È una delle regole fondamentali dell’ikebana,
l’arte giapponese di disporre i fiori diffusa in tutto l’Oriente. (NdT)

consapevolezza

Fonte: Associazione Essere Pace

Gabriella Giubilaro insegna Adho Mukha Vrkshasana

 

 

Cari amici dello yoga, oggi condivido con voi una lezione su Adho Mukha Vrkshsana tenuta da Gabriella Giubilaro, insegnante senior e mia formatrice nello yoga Iyengar. Anche se in lingua inglese, le spiegazioni sono chiare e gli allievi che eseguono l’asana mostrano tipologie di corpi differenti che approcciano l’asana con lievi variazioni, pur rispettando le linee-guida e le azioni dettate da Gabriella.

Viene spiegato cosa fare e cosa non fare. Come preparare il corpo alla posizione estendendo le gambe e la schiena correttamente, dove posizionare le mani nella giusta distanza e come salire. Ad uno studente viene suggerito l’uso di una cinta per ottimizzare la presa dell’asana e il suo mantenimento. La stessa precisione nelle azioni viene descritta anche nella discesa dall’asana, fase non meno importante della salita.

Un utile promemoria per i miei studenti e per chiunque voglia rinfrescare la memoria delle azioni da fare in Adho Mukha Vrikshasana. Gabriella Giubilaro sarà ospite nel nostro nuovo centro di yoga Surya a Civitavecchia il giorno 28/05/2016. E’ un onore e una gioia per me averla nel mio studio: ripenso a quel lontano giorno del 2002 alla convention con Geeta Iyengar a Montecatini quando la conobbi a gli chiesi di poter iniziare a studiare con lei.

Da quel giorno quel dorato filo didattico non ha mai cessato di dipanarsi, e questo sodalizio nello yoga si va sempre più rinsaldando: è grazie a Gabriella e alla sua forte spinta che sono quel che sono in questo yoga, e per me sarà sempre un punto di riferimento. Buona pratica!

I monaci Gyuto: i cantori tantrici del Tibet

 

 

I monaci dell’istituzione monastica tibetana di Gyuto, assieme a quelli di Gyume, sono conosciuti per il loro tradizionale canto armonico, chiamato anche “accordo a una voce”. Si tratta di una forma di meditazione cantata tramandata dal fondatore del loro ordine monastico. E’ possibile ascoltare il loro coro in esibizioni pubbliche.

Chi li ascolta riferisce che il loro canto intona una nota fondamentale così bassa da sembrare un ruggito di un animale, una nota incredibilmente profonda che non sembra neanche umana, attorno alla quale altre note armoniche risuonano come fossero “un coro di scolari in falsetto” (Goldman). I monaci Gyuto fanno parte dell’antica tradizione Gelug. Esperti di canto armonico, i loro vocalizzi sono mantra rivolte alle divinità del buddhismo tibetano Vajrayana, descrivono gli stati della mente e cosa il praticante deve fare per ottenere la liberazione dalla tirannia dell’ego.

Ascoltandoli, si viene trasportati magicamente in quegli ambienti senza tempo che sono i monasteri tibetani. Ho avuto la fortuna di poter assistere ai canti mistici di questi monaci nei monasteri del Ladakh, nell’estremo nord dell’India, ai confini con il Tibet. Le loro sonorità penetrano nell’anima e risvegliano antiche memorie di vite passate. Anche se la mente razionale non comprende le parole dei mantra l’anima capisce, riconosce e ricorda. Potete utilizzare questo brano durante la vostra  pratica del pranayama, della meditazione e durante lo shavasana. La mente verrà acquietata e la nostra consapevolezza di esseri spirituali eterni che stanno sperimentando una esperienza nel mondo materiale, diverrà sempre più chiara. Buon viaggio quindi tra i picchi innevati dove i monasteri tibetani torreggiano come guardiani silenti, sulle ali impalpabili di questi mantra senza tempo: il canto eterno del Dharma.