Carrie Owerko: Il tuo corpo è Spazio

Cari amici dello yoga il post che vi propongo oggi è la traduzione di un articolo-poesia scritto dall’insegnante senior di Iyengar yoga Carrie Owerko. Le sue stupende parole ci fanno riflettere su come noi viviamo e percepiamo il nostro corpo. La sua profonda esperienza d’insegnamento ha distillato queste parole apparentemente semplici ma dense di profondo significato per chi, come noi, è alla costante ricerca in questo esteso campo esperienziale che è lo yoga. I centri di yoga Surya e Corpo e Mente di Civitavecchia avranno l’onore di ospitare questa grande insegnante e il piacere di poter approfondire con lei la pratica dello yoga Iyengar nei giorni 27/27/28 maggio 2017 proprio a Civitavecchia, in un albergo che si affaccia sul mare. Invitiamo tutti a partecipare e a condividere assieme il suo insegnamento in 3 giorni di pratica primaverile all’insegna di yoga, sole e profumo del mare. Buona viaggio esperienziale nel vostro corpo!

 

Canto il corpo elettrico” scriveva Walt Withman in una parte di Leaves of grasses. Si!: I nostri corpi sono spazi che cantano. “Il tuo corpo è uno spazio che vede” è una mostra della brillante artista Lia Halloran. Si! Il corpo è uno spazio che vede. Il vostro corpo è anche uno spazio che sente. Il vostro corpo ha i fossili e le impronte dei propri antenati. Il vostro corpo possiede una forza vitale antica di milioni di anni. Essa vuole esprimersi. Essa si manifesta. “Canto il corpo elettrico”  scriveva Walt Withman. Si, io lo percepisco. Il mio corpo è uno spazio che canta. Il vostro corpo era uno spazio che viveva nel mare. E’ uno spazio che uscì fuori dall’acqua. E’ stato una tenue creatura d’acqua.

E’ stato coraggioso e aggressivo. E’ stato timido e impaurito. Il vostro corpo è uno spazio antico. E’ uno spazio che ricorda. Il vostro corpo è uno spazio che è allo stesso tempo potente e fragile. Può essere ferito. Può percepire il pericolo e difendersi senza la vostra cosciente partecipazione. A volte prova a difendersi quando non c’è una minaccia presente. A volte ripone la sua fiducia nei luoghi sbagliati. Il vostro corpo è uno spazio che sente.

Noi ci ascoltiamo, ci vediamo e ci percepiamo l’un l’altro col nostro spazio-corpo e nel fare ciò ci “sentiamo” l’un l’altro. Questa è empatia. Il vostro corpo è uno spazio che conosce il canto degli uccelli e di suo cugino, il canto umano.Il vostro corpo è uno spazio che danza. Danzare è “cantare il corpo elettrico” nello spazio.

Questo spazio di espressione, di libertà, può risultare minaccioso per coloro che non hanno permesso a sé stessi, o non gli è stato permesso da altri, di avere una voce, o che non gli è stato permesso di lasciar risplendere il loro “corpo elettrico” ed esprimere la loro corrente vitale in movimento perfettamente incarnato.

Il vostro corpo è uno spazio che conosce. Il mio corpo è uno spazio che sa. Sa che   questa piccola vita  è un soffio di inalazione ed esalazione, uno sfiorar di brezza su un filo d’erba, sottili gocce di pioggia, che evaporano mentre sto scrivendo.

Il mio corpo è spazio che può scegliere di respirare profondamente col vento, e piangere liberamente con la pioggia. Può cantare con gli uccelli e danzare l’elettrica corrente che Withman descriveva. Perché il mio corpo è spazio che vive. E il mio corpo è spazio che muore.

Lo scrittore, psichiatra e reduce dell’Olocausto Viktor Frankl disse: “Fra stimolo e risposta c’è uno spazio. In quello spazio c’è il nostro potere di scegliere la nostra risposta. Nella nostra risposta giace la nostra crescita e libertà”. Il mio corpo è uno spazio che vede, ed è uno spazio che canta. Scelgo di cantare per l’amore del canto, di danzare per l’amore della danza, e di vivere il più liberamente possibile col mio intero corpo, così com’è.

Fonte: Carrie Owerko, “Your body is space”

 

Asana e Chitta

 

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Cari amici dello yoga, il post di oggi parla del rapporto tra mente e asana, la finalità degli asana e il profondo influsso che la mente riceve dalla pratica delle posizioni. Nell’esecuzione di una posizione vengono presi in considerazione solo la mente e il corpo, mentre in realtà i suoi  effetti sono molto più profondi. Patanjali dice nei sui Yoga Sutra che lo yoga controlla le onde agitate di Chitta, la mente. Per Chitta Patanjali intende la mente con le sue poliedriche sfaccettature. Nella nostra lingua non esiste un termine analogo per descrivere la mente. Chitta è un termine molto “tecnico” che possiamo tradurre con “ciò che riguarda la mente”.

Quando attraverso lo yoga noi indaghiamo la natura della mente questo viene chiamato “Chittavijanana”, o conoscenza della mente riguardo la sua reazione ad uno sforzo o il suo atteggiamento nell’affrontarlo. Uno degli strumenti che abbiamo a disposizione sono gli asana,che svolgono una benefica azione sul corpo, mentre alcuni ritengono che altri settori dello yoga si occupano degli effetti benefici su psiche, consapevolezza, intelligenza e sfera emotiva. Nulla di più erroneo…

Lo yoga non divide l’essere umano in compartimenti stagni, ma come diceva Guruji è “un viaggio dalla periferia verso il Centro, e dal Centro verso la periferia contemporaneamente”. Non c’è dualità alcuna. Nel verso II/46 Patanjali dice “Sthira sukham asanam”, gli asana sono posizioni stabili e comode”. Nel verso II/47 dice ancora “prayatna shathilya anantasamapattibhyam” e cioè che si arriva all’asana solo quando c’è assenza di sforzi strenui e quindi la mente è resa in grado di essere assorbita nell’Infinito.

Se ne deduce che gli asana portano in direzione di uno stato mentale neutro dove non c’è più tensione; che gli asana non sono eseguiti con sforzi strenui a discapito del corpo. Facili o difficili che siano le posizioni sono a prescindere dal corpo e sono per Chitta. E ancora nel verso II/48 “tato dwandwa anhabhighatah” l’asana porta la mente verso lo stato neutrale. E’ chiaro che Patanjali non intendeva che Yogasana sia solo ed esclusivamente lavorare sul corpo, ma lasciava sottoindendere che lavorato correttamente porti la mente verso uno stato neutro e non duale, libero dalle varie vrittis che la affliggono.

Quindi l’obiettivo degli asana E’ Chitta attraverso lo strumento del corpo. Non solo: i principi di Comodo e Stabile, sthira sukham asanam, sono riferiti a Chitta. Gli Yogasana sono eseguiti dal corpo ma rivolti a Chitta. Per Yogasana si intende una azione svolta a livello integrale che avvolge l’essere umano dal corpo fisico alla sfera emotiva fino agli stati profondi della coscienza. Quindi Yog è lo stato meditativo che si crea nel dipanarsi della struttura geometrica di un asana: la mente viene progressivamente offerta al Sé interiore, fino al raggiungimento dello stato meditativo estremo, il Samadhi. Questo presuppone una intensa ricerca di pratica personale, dove si esplora la mente nei suoi più profondi recessi. Per scrivere il post ho preso spunto da uno scritto di Prashant Iyengar che mi ha illuminato sul perché praticare, e sta cambiando la mia ricerca nell’ambito degli Yogasana: Chiitavijnana of Yogasana, un piccolo libricino che a mio avviso richiederà anni per essere ben assimilato nei suoi contenuti profondi.

Ecco perché la stabilità e comodità di un asana come descritto da Patanjali sono accezioni del corpo e della mente insieme. Solo quando si riescono a trovare queste condizioni l’asana da dentro il nostro cuore racconterà il “Canto del Beato”, la BhagavadGita che l’anima canta da tempo immemorabile e che noi, confusi e assordati dal clamore delle vrittis nel campo di battaglia della Chitta, non riusciamo al momento ad ascoltare. Buona pratica e buon ascolto del Canto!

Cosa ci spinge a praticare lo Yoga?

 

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Cari amici dello yoga il post di oggi che vi propongo è una riflessione sul perché oggi sempre più persone si avvicinano a questa meravigliosa pratica che è lo yoga. Col passare degli anni mi chiedo cosa, nel profondo, mi ha guidato e mi sta tutt’ora guidando verso questa scienza dell’anima, che inizia il suo approccio dal corpo. E’ DAL corpo che iniziamo ad intraprendere questo sentiero, e alla vista di un profano potrebbe essere assimilato alle ginnastiche occidentali.

Molte persone pensano che lo yoga sia solo uno dei tanti metodi di fitness anche per la pubblicità di molte stelle dello spettacolo: Madonna, Uma Thurman, Gwinet Paltrow, Beyoncè, Sting, gli All Blacks del rugby, ecc. Per cui avere un corpo sano, robusto e flessibile e prevenire i vari disturbi e possibili infortuni sembra la motivazione primaria con la quale le persone si avvicinano alla pratica. Ma lo yoga è molto, molto di più.

Nella cultura occidentale siamo stati educati a FARE, e questo aspetto tendiamo a portarlo anche nella nostra pratica. Lo yoga ci insegna che prima di fare molto più importante è SENTIRE, percepire dentro. Nello yoga ci viene insegnato non solo a fare gli asana e il pranayama con accurata precisione, ma anche ad eseguirli al fine di esplorare noi stessi, per aumentare il nostro “sentire” e penetrare in sfere più profonde di quella fisica: il nostro corpo, certo, ma anche i cinque sensi, la respirazione, il nostro buddhi, il nostro manas e il nostro profondo Sé. E questo accadrà solo se siamo attivi a livello fisico. Se FACCIAMO. Il che è impossibile penetrare queste sfere stando pigramente seduti su un divano senza utilizzare il nostro corpo.

B.K.S.Iyengar era solito ripetere “Dei due aspetti dell’asana, sforzo fisico e compenetrazione della nostra mente, l’ultimo è alla fine il più importante. La compenetrazione della nostra mente E’ la nostra méta.”  Non dovremmo tanto essere distolti dal movimento fisico esterno, quanto focalizzarci sulle azioni che si fanno, le sensazioni che otteniamo e le reazioni del nostro corpo-mente-respiro. La pratica degli asana sarà d’immenso beneficio per il nostro corpo ma questo è solo un derivato, non lo scopo primario.

Parlando dell’azione nell’ asana Iyengar la descrive  come “Movimento più intelligenza. Il mondo è pieno di movimento. Ciò di cui il mondo ha bisogno è di più movimento COSCIENTE, più azione.”  Osservando attentamente un asana nella sua struttura noteremo molta azione e poco movimento, in realtà. Tuttavia è vero anche che la pratica degli asana non è soltanto azione. E’ una speciale forma di attività che ci permette di esplorare la nostra realtà interna, di pacificare la mente, di sviluppare l’osservazione interiore e divenire meditativi. In sintesi la penetratività interna, come ho accennato poco sopra. Ecco perché Patanjali descrive l’asana come Sthirata-Sukata (comoda e stabile), perché in ogni postura ci dovrebbe essere una sottile armonia tra azione e rilassamento (sentire).

Sempre in Vita nello Yoga  Iyengar fa luce su aspetti sconosciuti della pratica scrivendo “L’equilibrio tra attività e passività trasforma il cervello attivo in testimone (silenzioso)” E ancora “Quando c’è SFORZO, la pratica dello yoga è puramente fisica, e conduce al disequilibrio e al giudizio errato”. Osservando le nostre reazioni, le nostre tendenze e le nostre modalità comportamentali durante la nostra pratica, esploriamo noi stessi in una più profonda ampiezza e arriviamo a una più intima connessione interiore. Scopo ultimo della pratica è conoscere meglio sé stessi, sviluppare più consapevolezza  e più sensibilità.

Per vivere meglio abbiamo bisogno di sviluppare l’intelligenza, che altro non è se non l’abilità di agire al meglio in questo mondo e vivere una vita gioiosa e pacifica. Ecco perché abbiamo bisogno di praticare quotidianamente, determinati a continuare questa ricerca interiore, per scendere sempre più profondamente in noi stessi e trasformare noi stessi. Parole facili a dirsi, ma la cui realizzazione necessita di anni di pratica regolare e disciplinata.

Vorrei chiudere con le parole di Iyengar su questa indagine costante dei processi interiori: “Continuate ad analizzare, e attraverso l’analisi arriverete a comprendere. Nello yoga è richiesta una costante analisi dell’azione… L’analisi e la sperimentazione devono procedere assieme…L’unica guida è l’analisi durante l’esercizio: solo attraverso tentativi ed errori potrete progredire. Più numerosi saranno i tentativi, minori saranno gli errori. E quando i dubbi diminuiscono, diminuiscono anche gli sforzi…”  Vi auguro una pratica sempre più consapevole e profonda.

 

Fonte:  B.K.S.Iyengar – Vita nello Yoga – Edizione Mediterranee

Eyal Shifroni: Why do we practice Yoga?

 

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Il Sole condensato in suono: il Gayatri mantra

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Cari amici dello yoga, il post di oggi è dedicato al mantra più popolare e conosciuto in tutta l’India: il Gayatri mantra. Secondo l’antica tradizione dei Rishi questo mantra rappresenta la “madre di tutti i Veda”. Ricordo a Rishikesh la mattina  all’alba, i devoti si bagnavano nelle gelide acque del Gange intonando sommessamente il Gayatri mantra. Stessa cosa anche a Benares, quando anch’io mi sono bagnato nelle acque del Gange al primo albeggiare: era un inininterrotto salmodiare del Gayatri.

Il Sole (Surya) rappresenta la rappresentazione visiva dell’Assoluto, al quale ci si rivolge non solo per le lodi mattutine ma anche per chiedere l’illuminazione spirituale. La Madre Divina Savitri è la madre di ogni creatura che vive in questo Universo, e nelle Upanishad viene come il supremo Sé che vive nell’essere umano: l’Atman. Il Gayatri un tempo era strettamente riservato a individui di casta brahmanica, ed era assolutamente proibito alle caste inferiori di leggerlo o pronunciarlo, pena severi castighi. Oggi questa restrizione si è allentata e la maggior parte degli Hindu cantano questo mantra come offerta alla divinità interiore.

Al rito di passaggio Upanayana tra il sesto e il dodicesimo anno, i ragazzi di casta brahmanica vengono iniziati alla corretta pronuncia e all’uso regolare del Gayatri: loro dovere fondamentale sarà di intonarlo tre volte al giorno, all’alba, a mezzogiorno e al tramonto per promuovere le forze spirituali in sé stessi e nell’Universo. Il Gayatry scaturisce da un verso dello Yajur Veda e dal verso 3/62/10 del Rig Veda, la parte degli Inni Sacri vedici. Nella Chandogya Upanishad  il verso III.12.1-6 declama: “La Gayatri è tutto il Sé esistente. Gayatri è la parola, tutto il Sé esistente che canta (Gaya-ti) e protegge (Traya-te) tutto ciò che esiste”. Nella Bhagavad Gita il Signore Krishna al verso 10:35 asserisce: “…Tra i mantra sono il Gayatri”… Il Gayatri è composto da 24 sillabe, e secondo la tradizione fu il Rishi Viswamitra che lo compose, in quanto fu il primo dei 24 Rishi che lo capirono nelle sue più recondite profondità e sfumature, come ci riportano le cronache dei Purana.

Nel corso dei secoli a venire il mantra fu più considerato come l’espressione vocale di Savitri, la madre Divina come Sole e consorte del dio Brahma. Questo breve accenno sul Gayatri ci farà apprezzare ancor di più il suo significato profondo e interiore, la sua magnetica musicalità senza tempo e l’uso nelle pratiche meditative che possiamo fare all’alba e al tramonto. Vi auguro uno studio proficuo e luminoso!

 

Gayatri Mantra

Om Bhur Bhuva Svaha

Tat Savithur Varenyam

Bhargo Devasya Dheemahi

Dhiyo Yonah Prachodayat

(pronuncia: om bur buva suaà, tat savitur, variniam, bargo deva siadi-maì, diò ionà praciodayàt)

Gayatri Mantra: “Meditiamo sulla gloria del creatore, che ha creato l’universo, che è degno di adorazione, che è l’incarnazione della conoscenza e della luce, che rimuove il peccato e l’ignoranza. Possa egli illuminare il nostro intelletto”

Un Mantra è una breve formula spirituale che ha la capacità di elevare la coscienza di chi lo recita. Ogni mantra ha una vibrazione unica. In un suo libro, Swami Sivananda scrisse che, tra tutti i mantra, Il Gayatri era il più potente e glorioso. Il significato delle parole del Gayatri Mantra è il seguente:

OM Il suono primordiale

BHUR Bhu Loka (piano fisico) – si riferisce agli elementi che formano il corpo fisico

BHUVA Bhuva Loka (piano astrale) – Si riferisce al potere nell’uomo che anima il corpo, ossia la Prana Sakthi

SVAHA Swarga Loka (piano causale)

TAT Si riferisce al supremo

SAVITUR Ciò da cui tutto nasce

VARENYAM degno di essere adorato

BHARGO La luce radiante che dona saggezza.

DEVASYA Realtà divina

DHEEMAHI Noi meditiamo

DHI YO Buddhi, intelletto

YO che

NAH nostro

PRACHODAYAT illuminare

Questa è secondo me la traduzione che trovo più adeguata per il Gayatri:

“Meditiamo sul Creatore Onnipotente che è il principio, la mèta e la fine di ogni cosa. Egli è il solo degno di essere adorato, poiché tutto risiede all’interno del Suo essere. La realizzazione del Supremo è fonte di luce e conoscenza e rimuove sofferenza e ignoranza. Possa Egli, attraverso il nostro impegno e la Sua Grazia, illuminare il nostro intelletto e condurci alla realizzazione del Sé.”

Thích Nhất Hạnh: la meditazione dei sassolini

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Cari amici dello yoga nel post di oggi voglio segnalarvi una semplice e stupenda pratica meditativa del Maestro buddhista vietnamita Thich Nhat Hanh, dove grazie al sostegno del respiro possiamo allentare la morsa delle vrittis mentali e posizionarci “come una solida montagna” sulla piana della nostra consapevolezza. In questo tipo di meditazione tutto ruota attorno al respiro e si dipana in un continuum spazio-temporale dove la presenza nell’attimo che fluisce è il cardine di questa pratica.

Stare e non fare. Ascoltare il flusso respiratorio. Stabilizzare la seduta per radicarsi alla Terra. Osservare le fluttuazioni della mente che arrivano, si manifestano e si dissolvono, come vapore nell’aria. Praticatelo in un ambiente naturale: al mare, in un bosco, su un prato, sotto un albero, aumentando molto gradatamente nei giorni il tempo di pratica. Iniziate con molto poco.

Cinque o dieci minuti all’inizio sono sufficienti. Dobbiamo comprendere grazie alla pratica, quanto la nostra mente sia presa nei propri meccanismi e come spesso corra come un criceto su una ruota…Man mano si creerà spazio all’interno della nostra coscienza, con il quietarsi delle onde mentali. E in quello spazio il fiore della libertà da io,mio ed Ego inizierà a sbocciare e a diffondere la sua inebriante fragranza: è l’alba del vostro risveglio dal sonno della coscienza. Vi auguro una respirazione cosciente.

“Possiamo sederci tutti in cerchio e affidare a un bambino il ruolo di maestro di campana. Ognuno avrà con sé il sacchettino con i quattro sassolini, preparato in precedenza. Ci potremo sedere sulle sedie, se ne abbiamo di altezza giusta che permettano ai bambini di avere i piedi ben appoggiati a terra, possibilmente senza appoggiarsi allo schienale, oppure ci siederemo a terra su cuscini, con le gambe incrociate. Possiamo anche sovrapporre due o più cuscini e sederci sopra di essi, dopo esserci inginocchiati con le gambe ai lati dei cuscini. L’importante è che la schiena resti eretta ma morbida e flessibile, con la cima della testa verso l’alto; possiamo tenere gli occhi aperti o socchiusi, con sguardo sfocato diretto davanti a noi verso il basso.

Ascoltiamo insieme i tre suoni di campana che aprono la meditazione dei sassolini, accompagnandoli con la consapevolezza del respiro.
…………………

Versa fuori dal sacchetto i sassolini e mettili per terra alla tua sinistra. Prendi un sassolino e guardalo: il primo sassolino rappresenta un fiore; rappresenta anche la tua stessa freschezza e la natura di fiore che è in te.
Metti il sassolino sul palmo della mano sinistra e poi appoggia la sinistra sulla destra, anch’essa a palmo in su, per dare inizio alla tua meditazione sulla tua natura di fiore:

Inspirando, mi vedo come un fiore.
Espirando, mi sento fresco. 

Non si tratta di fare finta: tu sei un fiore nel giardino dell’umanità.
Vediti come un fiore. È utilissimo sorridere durante la pratica: un fiore sorride sempre.
Pratica tre volte “fiore/fresco” ad ogni inspirazione ed espirazione …………
Ora prendi il sassolino e posalo a terra alla tua destra.

Ora prendi il secondo sassolino e guardalo.
Questo sassolino rappresenta una montagna.
Una montagna è simbolo di solidità. Tu sei te stesso, sei stabile, sei solido. Se non sei solido non puoi essere veramente felice: ti lascerai smuovere da provocazioni, rabbia, paura, rimorso o ansia.

Questa meditazione è meglio praticarla in posizione seduta perché nel mezzo loto o nel loto completo il corpo si sente molto stabile e solido: anche se arriva qualcuno e ti dà una spinta, non cadi.
Dopo aver posato il secondo sassolino nel palmo della mano sinistra e appoggiato la sinistra sulla destra, a palmo in su, cominci a meditare sulla montagna.

Inspirando, mi vedo come una montagna.
Espirando, mi sento solido.

Ripeti “montagna/solido” tre volte, ad ogni inspirazione ed espirazione. ………….
Quando sei solido non è più tanto facile farti perdere l’equilibrio, nel corpo e nella mente.
Puoi prendere il sassolino e posarlo a terra alla tua destra.

Prendi ora il terzo sassolino e posalo sul palmo della sinistra, che andrà a raggiungere la
destra posata in grembo a palmo in su. Il terzo sassolino rappresenta l’acqua tranquilla.
Capita di vedere un laghetto o uno stagno che ha acque così calme da riflettere con precisione tutto ciò che ha intorno: è così tranquillo che riesce a riflettere il cielo azzurro, le nuvole bianche, le montagne, gli alberi; puoi puntare la macchina fotografica sul lago e fare una foto del cielo e delle montagne che vi sono riflesse, proprio identiche.
Quando hai la mente calma, questa riflette le cose così come sono e tu non sei vittima di percezioni erronee. Quando la tua mente invece è disturbata da forti desideri, rabbia o gelosia percepisci le cose in maniera sbagliata. Le percezioni erronee generano in noi molta rabbia, paura, violenza e ci spingono a fare o dire cose che distruggono tutto.
Questa pratica ti aiuta a recuperare la calma e la pace, rappresentata dall’acqua tranquilla.

Inspirando, mi vedo come acqua tranquilla.
Espirando, rifletto le cose come sono in realtà.

Ripeti “acqua-rifletto” tre volte, ad ogni inspirazione ed espirazione……………
Non si tratta di un pensiero di buon augurio: con la consapevolezza del respiro puoi dare pace al respiro, al corpo, ai sentimenti. Ora puoi posare il sassolino alla tua destra.

Il quarto sassolino rappresenta lo spazio e la libertà. Se nel cuore non hai spazio a sufficienza, ti sarà molto difficile sentirti felice. Quando sistemi i fiori, capisci bene che i fiori hanno bisogno di un po’ di spazio, intorno, per irradiare la loro bellezza.(1)
Ogni persona ha bisogno a sua volta di spazio. Se vuoi bene a una persona, una delle cose più preziose che le puoi offrire è lo spazio, e quello non lo si può comprare al supermercato!
Visualizza la luna che veleggia nel cielo: ha un sacco di spazio intorno a sé, che fa parte della sua bellezza. Molti discepoli del Buddha hanno descritto il loro maestro come una luna piena che veleggia nel cielo vuoto.

Inspirando mi sento come spazio.
Espirando, mi sento libero. 

Ripeti “spazio – libero” tre volte, ad ogni inspirazione ed espirazione ………….

Ogni persona ha bisogno di libertà e spazio. Anche in famiglia, offri spazio a tua volta alle persone care. Puoi offrir loro anche il dono di questa meditazione dei sassolini: così potrai aiutare ogni tuo familiare ad allontanare le preoccupazioni, le paure e la rabbia che ha dentro di sé.
Qui termina la meditazione dei sassolini. Ascoltiamo di nuovo i tre suoni di campana; poi ci alzeremo e ci inchineremo gli uni agli altri con il gesto del loto per ringraziarci di avere praticato insieme.”

(1) È una delle regole fondamentali dell’ikebana,
l’arte giapponese di disporre i fiori diffusa in tutto l’Oriente. (NdT)

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Fonte: Associazione Essere Pace

I tesori nascosti nelle scritture vediche

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Cari amici dello yoga nel poster di oggi voglio parlare della profondità delle scritture vediche e come spesso personaggi,contesti, episodi e molto altro abbiano dei riferimenti con le pratiche yogiche e con i numerosi ostacoli e fasi di lavoro che il praticante incontra sul suo sentiero.

Le scritture dell’antica tradizione vedica sono sempre da intendersi a doppio senso. Ciò di cui trattano è un continuo riferimento alla sadhana che avviene all’interno di un devoto quando pratica le varie fasi dello yoga. Nella sua introduzione ai commenti della Bhagavad Gita, Paramahansa Yogananda fa riferimento al corpo-mente come lo Kshetrajna ( il campo) di Kurukshetra, dove le forze del bene e del male raffigurate dai Pandava e dai Kaurava, quotidianamente combattono la loro eterna battaglia per avere la supremazia sull’anima del devoto praticante.

Ogni giorno i sensi si organizzano per trascinare via dalla sadhana e dallo spirito di ricerca l’attenzione del praticante. Usando metafore e un linguaggio fiorito, le scritture descrivono minuziosamente questa eterna battaglia che ogni giorno viene combattuta all’interno delle nostre anime. Battaglie con morti, feriti gravi, atti di puro eroismo e sacrificio, vincite e perdite. Nessuno di noi è escluso da questa guerra: gli antichi Rishi ne erano coscienti, e chi si avvicina alla pratica dello yoga vede profilarsi innanzi le schiere della propria mente agitata pronte a scagliarsi contro armi in pugno. E che armi! Prendiamo la scrittura epica del Ramayana, che in India viene quotidianamente cantata e rappresentata nel teatro classico.

L’epopea del Ramayana si svolge quotidianamente all’interno del nostro corpo. La nostra anima è il Signore Rama, sublime modello di purezza, integrità morale e rappresentante del Dharma sulla terra. La nostra mente viene rappresentata da Sita, il cui ideale di vita è mantenersi pura nella sadhana per unirsi al suo divino sposo, il Signore Rama. Il fratello di Rama, Lakshamana rappresenta la pura consapevolezza al servizio dell’anima. Hanuman, il devoto guerriero-scimmia rappresenta il potere del Prana smosso da una intensa e regolare pratica del pranayama. Il demone Ravana, che rapì Sita trascinandola prigioniera nell’isola di Lanka, rappresenta il nostro Ego e viene raffigurato come un essere mostruoso a dieci teste: i 5 jnana indriya (organi di percezione) e i 5 karma indriya (organi di azione), mediante le quali Ravana divora insaziabilmente la nostra più tenue aspirazione alla sadhana e alla ricerca del Sè divino. Quando ogni giorno la mente ( Sita) viene rapita da Ravana, la nostra anima diventa irrequieta e va disperatamente alla sua ricerca. Di per se stessa l’anima non può unificarsi alla mente spiritualizzata, ma ha bisogno di un possente e fedele guerriero che gli fa da tramite: il Prana ( Hanuman) del respiro, che fedelmente segue l’anima ovunque essa vada.

Col potente aiuto del prana, grazie alla pratica regolare, disciplinata e devota del pranayama, la mente (Sita) ritrova il suo divino sposo, l’Anima (il Signore Rama), e il divino equilibrio viene ristabilito. Dopo una feroce battaglia, Rama sconfigge Ravana, e l’Età dell’Oro viene instaurata sul pianeta. Riflettendo sul personaggio di Hanuman, ci fa capire i significati profondi del PERCHE’ le scritture usarono le figure di questi divini personaggi per istruire i praticanti. Hanuman è una scimmia, un Vanara, ma è il brahmachari PERFETTO.

Le scimmie non controllano affatto i propri impulsi sessuali. Le scimmie, rispetto agli esseri umani, fanno cose sensa senso e sono abbastanza ottuse. Hanuman ha una conoscenza della sadhana e del Dharma supremi, ed è considerato il Principe di tutti i devoti (Baktha), colui che si squarciò il petto ed apparve l’immagine di Rama e Sita abbracciati: la sua mente è sempre centrata sul Sè eterno. Questo a significare che un VERO devoto possiede quella Shradda (fede) che lo rende come Dio stesso, ovvero una incarnazione di Amore e Vidya (conoscenza del Dharma). Vi auguro un profondo studio della Gita e del Ramayana, tesori immortali di una scienza antica come le montagne dell’Himalaya: lo yoga.

 

Il potere risanante della Pazienza

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Cari amici dello yoga, oggi voglio prendere come spunto un pensiero del Maestro bulgaro Aivanhov per fare un parallelo tra gli Yama e i Nyama dell’ottuplice sentiero di Patanjali, e la virtù della pazienza. Sia nello yoga che in qualunque altra tradizione spirituale come quella antica dei Padri del deserto, la Pazienza viene spesso citata ed elogiata come una potere che può cambiare la realtà circostante.

 Gandhi ne fece l’arma principale nel suo movimento Satyagraha che, a lunga scadenza, fiorì e fruttificò con la liberazione pacifica dell’India. Si potrebbero citare infiniti episodi dove il Buddha, i maestri del buddhismo tibetano e tante altre tradizioni spirituali elogiano il potere spirituale trasformante della Pazienza. Aivanhov addirittura descrive il benefico influsso che questa virtù possiede nel rimodulare la reattività del nostro carattere verso gli episodi quotidiani della vita.

 Lasciandovi alle sue penetranti parole do a voi, come piccolo esercizio, il fare un parallelo tra la pazienza e gli Yama e i Nyama di Patanjali. Sono sicuro che troverete tanti elementi di riflessione dentro il vostro Cuore, elementi che potrete donare ai vostri allievi per chi insegna, e grazie ai quali irrobustire la vostra pratica, per gli studenti e gli allievi. E questo si chiama Swadhyaya

 « Siate pazienti e vivrete a lungo. Voi direte: «Ma non è possibile. Bisogna spendere talmente tante energie per sopportare le situazioni e le persone difficili!». No, al contrario. È proprio nell’impazienza che sprecate più energie. La calma e la pazienza rafforzano la vitalità e allungano la vita. Chi, dopo essere esploso contro le persone o gli avvenimenti, esclama: «Ah, ora mi sento meglio!», non si rende conto che quel “meglio” in realtà è una grande perdita. Provi ad analizzarsi per sapere cos’è che in lui si sente meglio: la sua natura superiore o la sua natura inferiore? E un attimo dopo, ripensando a quell’esplosione, è davvero contento di sé? Non dice forse a se stesso che sarebbe stato preferibile potersi controllare?
Cercate di sperimentare in voi l’efficacia di quella virtù che è la pazienza. Piuttosto che ricorrere a ogni sorta di sciroppi, pozioni, elisir e altre bevande, bevete un po’ di pazienza! Sarà quest’ultima a rianimare in voi le potenze della vita, che sono potenze inimmaginabili.  »

Fonte: Omram Mikhael Aivanhov, Pensieri quotidiani 2016