Lo stalliere avido

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“C’era una volta un Imperatore. Egli disse al suo stalliere che se si fosse messo a cavalcare sulle sue terre, gli avrebbe donato tutta la terra che fosse riuscito a solcare col suo cavallo.
Sicuro di sè, lo stalliere montò sul suo cavallo e cavalcò più velocemente possibile ore ed ore per coprire più terra che poteva. Continuò a cavalcare. Anche quando era stanco o affamato, non si fermava perchè voleva coprire più terra possibile.
Lo stalliere arrivò ad un punto in cui aveva cavalcato su un’area enorme, ma era ormai esausto e stava morendo. “Perchè mi sono spinto cosi all’estremo per conquistare cosi tanta terra? Ora sto per morire ed ho bisogno solo di un piccolo pezzo per essere seppellito.”.

La storia dello stalliere è simile al viaggio della nostra Vita. Chiediamo sempre di più a noi stessi per guadagnare più soldi, per ottenere potere e riconoscimenti. Trascuriamo la nostra salute e il tempo che ci è stato concesso in attività senza un senso e troppo spesso nocive per noi.

Un giorno, quando ci guarderemo indietro, realizzeremo che non avevamo veramente bisogno di tutto questo, e che non possiamo piu’ far tornare indietro il tempo che abbiamo perso”.

Il Sole condensato in suono: il Gayatri mantra

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Cari amici dello yoga, il post di oggi è dedicato al mantra più popolare e conosciuto in tutta l’India: il Gayatri mantra. Secondo l’antica tradizione dei Rishi questo mantra rappresenta la “madre di tutti i Veda”. Ricordo a Rishikesh la mattina  all’alba, i devoti si bagnavano nelle gelide acque del Gange intonando sommessamente il Gayatri mantra. Stessa cosa anche a Benares, quando anch’io mi sono bagnato nelle acque del Gange al primo albeggiare: era un inininterrotto salmodiare del Gayatri.

Il Sole (Surya) rappresenta la rappresentazione visiva dell’Assoluto, al quale ci si rivolge non solo per le lodi mattutine ma anche per chiedere l’illuminazione spirituale. La Madre Divina Savitri è la madre di ogni creatura che vive in questo Universo, e nelle Upanishad viene come il supremo Sé che vive nell’essere umano: l’Atman. Il Gayatri un tempo era strettamente riservato a individui di casta brahmanica, ed era assolutamente proibito alle caste inferiori di leggerlo o pronunciarlo, pena severi castighi. Oggi questa restrizione si è allentata e la maggior parte degli Hindu cantano questo mantra come offerta alla divinità interiore.

Al rito di passaggio Upanayana tra il sesto e il dodicesimo anno, i ragazzi di casta brahmanica vengono iniziati alla corretta pronuncia e all’uso regolare del Gayatri: loro dovere fondamentale sarà di intonarlo tre volte al giorno, all’alba, a mezzogiorno e al tramonto per promuovere le forze spirituali in sé stessi e nell’Universo. Il Gayatry scaturisce da un verso dello Yajur Veda e dal verso 3/62/10 del Rig Veda, la parte degli Inni Sacri vedici. Nella Chandogya Upanishad  il verso III.12.1-6 declama: “La Gayatri è tutto il Sé esistente. Gayatri è la parola, tutto il Sé esistente che canta (Gaya-ti) e protegge (Traya-te) tutto ciò che esiste”. Nella Bhagavad Gita il Signore Krishna al verso 10:35 asserisce: “…Tra i mantra sono il Gayatri”… Il Gayatri è composto da 24 sillabe, e secondo la tradizione fu il Rishi Viswamitra che lo compose, in quanto fu il primo dei 24 Rishi che lo capirono nelle sue più recondite profondità e sfumature, come ci riportano le cronache dei Purana.

Nel corso dei secoli a venire il mantra fu più considerato come l’espressione vocale di Savitri, la madre Divina come Sole e consorte del dio Brahma. Questo breve accenno sul Gayatri ci farà apprezzare ancor di più il suo significato profondo e interiore, la sua magnetica musicalità senza tempo e l’uso nelle pratiche meditative che possiamo fare all’alba e al tramonto. Vi auguro uno studio proficuo e luminoso!

 

Gayatri Mantra

Om Bhur Bhuva Svaha

Tat Savithur Varenyam

Bhargo Devasya Dheemahi

Dhiyo Yonah Prachodayat

(pronuncia: om bur buva suaà, tat savitur, variniam, bargo deva siadi-maì, diò ionà praciodayàt)

Gayatri Mantra: “Meditiamo sulla gloria del creatore, che ha creato l’universo, che è degno di adorazione, che è l’incarnazione della conoscenza e della luce, che rimuove il peccato e l’ignoranza. Possa egli illuminare il nostro intelletto”

Un Mantra è una breve formula spirituale che ha la capacità di elevare la coscienza di chi lo recita. Ogni mantra ha una vibrazione unica. In un suo libro, Swami Sivananda scrisse che, tra tutti i mantra, Il Gayatri era il più potente e glorioso. Il significato delle parole del Gayatri Mantra è il seguente:

OM Il suono primordiale

BHUR Bhu Loka (piano fisico) – si riferisce agli elementi che formano il corpo fisico

BHUVA Bhuva Loka (piano astrale) – Si riferisce al potere nell’uomo che anima il corpo, ossia la Prana Sakthi

SVAHA Swarga Loka (piano causale)

TAT Si riferisce al supremo

SAVITUR Ciò da cui tutto nasce

VARENYAM degno di essere adorato

BHARGO La luce radiante che dona saggezza.

DEVASYA Realtà divina

DHEEMAHI Noi meditiamo

DHI YO Buddhi, intelletto

YO che

NAH nostro

PRACHODAYAT illuminare

Questa è secondo me la traduzione che trovo più adeguata per il Gayatri:

“Meditiamo sul Creatore Onnipotente che è il principio, la mèta e la fine di ogni cosa. Egli è il solo degno di essere adorato, poiché tutto risiede all’interno del Suo essere. La realizzazione del Supremo è fonte di luce e conoscenza e rimuove sofferenza e ignoranza. Possa Egli, attraverso il nostro impegno e la Sua Grazia, illuminare il nostro intelletto e condurci alla realizzazione del Sé.”

Il Buddha e i due cani

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Si tramanda che il Buddha insegnando ai suoi più intimi discepoli la dottrina dell’impermanenza della realtà, raccontasse questa storia che oggi vi propongo su come quel che noi vediamo, in verità, sia un riflesso della nostra vera natura interiore.

Un giorno due cani entrarono dentro una stanza in due diversi momenti. Il primo cane entrò, stette qualche secondo, e uscì fuori che scondinzolava felice. Qualche minuto dopo, entrò il secondo cane il quale, dopo essere stato anche lui per breve tempo, uscì dalla stanza guardandosi furtivamente attorno e ringhiando rabbiosamente.

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Un ragazzo assistette alla scena e non riuscì a capire il perché di tanto discorde comportamento. Mosso dalla curiosità, si alzò e fece per entrare all’interno della stanza, per capire cosa avesse reso un cane tanto gioioso e l’altro così infuriato. All’interno della stanza, con grande sorpresa, rimase stupefatto perché le mura erano interamente ricoperte di specchi.

Allora comprese cosa veramente era accaduto. Il primo cane aveva trovato decine di altri cani che scodinzolavano e si mostravano felici, ed usci scodinzolando allegramente.

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Il secondo cane aveva trovato altrettante decine di cani che lo guardavano rabbiosamente mostrando le zanne e ne uscì fuggendo, spaventato da quella torma di cani inferociti. Il Buddha con questa parabola voleva intendere che il mondo esterno altro non è che un riflesso speculare di ciò che in realtà siamo dentro. I nostri più intimi pensieri e sentimenti, reiterati negli anni, si trasformano in modelli comportamentali.  E con i nostri ripetuti schemi comportamentali, lentamente forgiamo i nostri destini, perché la nostra mente ha il potere di plasmare la realtà esterna. Ecco perché Patanjali all’inizio degli Yoga Sutra asserisce “Yoga Chitta Vritti Nirodha”, e cioè che lo yoga serve per controllare le fluttuazioni della mente agitata. Come è la nostra mente, così sarà la percezione del mondo attorno a noi…

Shiva Nataraja: la danza della creazione cosmica

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Si narra nei Purana che Vishnu e Shiva, un giorno, si recarono nella foresta per incontrare i demoni. Per non farsi riconoscere Shiva si tramutò in donna. I demoni lanciarono contro le due divinità una tigre dai magici poteri, ma usando una sola unghia Shiva la uccise, la scuoiò e si cinse i fianchi con la sua pelle.

Subito gli mandarono contro un demone nano maligno e potente, Apashmara Purusha, il demone del’ignoranza (Avidya). Il Signore Shiva lo rovesciò a terra e iniziò a danzare sul suo capo la danza selvaggia chiamata Tāṇḍava or Tāṇḍava-nṛtya. Durante la misteriosa danza  manifestò i cinque poteri sacri: pancha-krtya, che sono:

1) Srishti, il potere della creazione, rappresentato dal tamburo sul quale Shiva fa risuonare il pranava, suono primordiale dal quale emanano i ritmi ed i cicli della creazione.

2) Sthiti, la durata della creazione (mantenimento).

3) Samhara, il potere della distruzione, rappresentato dal fuoco che Shiva ha nella mano sinistra superiore (riassorbimento della creazione nell’Assoluto Immanifesto).

4) Tirobhava, il potere che nasconde la verità, permettendo la crescita e la realizzazione del proprio destino, rappresentato dal piede destro che schiaccia il demone.

5) Anugraha, il potere di concedere la grazia della conoscenza (Vidya), rappresentato dal piede sinistro alzato e dalla mano sinistra abbassata (favore, riconoscimento).

Il cerchio di fuoco rappresenta Prabhamandala, il cosmo e la coscienza senza tempo e anche l’AUM, dove la A rappresenta lo stato di veglia, la U lo stato del sogno, la M il sonno profondo ed il silenzio che segue la recitazione dell’Aum: l’Eterno non manifesto.

I cinque poteri, le cinque attività di Shiva Nataraja vengono manifestate sia simultaneamente che una dopo l’altra. Simultaneamente: nell’istante, come singola vibrazione o pulsazione di eternità. Una dopo l’altra: in successione con lo scorrere del tempo. Le tre mani superiori simboleggiano la creazione, il mantenimento e la distruzione. Il piede che schiaccia la testa del demone dell’ignoranza è l’occultamento, il velo di Maya. Il piede sollevato è la grazia che libera dal ciclo di morte e rinascita.

Per ingannare i demoni della foresta Shiva Nataraja si traveste da donna, ed è come donna che svela la sua natura divina (Shiva ardhanari). La mano abbassata di Nataraja  mostra anche l’unione tra i primi tre poteri: creazione,durata, distruzione-riassorbimento. Con gli ultimi due, il celarsi e il concedere la grazia.

Shiva, il ribelle, l’eccentrico, da un lato si nasconde e contemporaneamente ci offre la chiave per ritrovarlo. Celarsi e nascondersi… Il tempo viene rappresentato dal tamburo (Damaru) ed il fato viene rappresentato dal cerchio di fuoco, l’aureola che circonda Shiva Nataraja, Colui che danzando crea e distrugge l’Universo in cicli cosmici che si perpetuano nell’Eterno Presente.

 

Fonte: Ananda K. Coomaraswamy – La danza di Shiva. Arte e civiltà dell’India – 1918

Osservare il torrente mentale

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Un giorno il Buddha stava attraversando una foresta.
Era assetato, per cui disse ad Ananda, il suo primo discepolo: “Ananda, torna indietro. A qualche miglio da qui abbiamo attraversato un torrente. Portami un po’ d’acqua”. Ananda tornò indietro, ma quando raggiunse il torrente vide che alcuni carri che l’avevano attraversato ne avevano agitate le acque, che erano ormai diventate fangose.
Ritornò dal Buddha a mani vuote…Ma il Buddha insistette, e gli ripeté: “Torna indietro e portami dell’acqua da quel torrente”.

Ananda non comprendeva quell’insistenza, ma ritornò al torrente. E mentre si stava incamminando, il Buddha gli ingiunse: “E non tornare, se l’acqua è ancora sporca! Se è sporca siediti semplicemente sulla riva, in silenzio. Non fare nulla, non entrare nel torrente. Siedi sulla riva in silenzio. E osserva”.

Ananda ritornò al torrente. Il Buddha aveva ragione. L’acqua ora era quasi limpida, le foglie erano ridiscese sul fondo e il fango si era sedimentato. Ma il torrente ancora non era cristallino, per cui Ananda si sedette sulla riva e osservò semplicemente lo scorrere dell’acqua. Pian piano il torrente diventò limpido come cristallo.

Allora tornò, danzando, porse l’acqua al Buddha e lo ringraziò: “Ora riesco a comprendere il messaggio: era ciò di cui avevo effettivamente bisogno in questo momento. La stessa cosa infatti è vera per la mia mente. Se mi butto nell’acqua tornerò a renderla fangosa. Se mi tuffo nella mente nasceranno più problemi, altri torneranno in superficie. Sedendo di fianco al torrente ho appreso la tecnica… ora mi siederò di fianco alla mia mente, ne osserverò tutta la sporcizia e tutti i problemi e tutte le foglie morte e le ferite e i rancori e i ricordi e i desideri. Senza farmi coinvolgere, distaccato, siederò sulla riva e aspetterò il momento in cui ogni cosa sarà limpida come cristallo”.