Carrie Owerko: Il tuo corpo è Spazio

Cari amici dello yoga il post che vi propongo oggi è la traduzione di un articolo-poesia scritto dall’insegnante senior di Iyengar yoga Carrie Owerko. Le sue stupende parole ci fanno riflettere su come noi viviamo e percepiamo il nostro corpo. La sua profonda esperienza d’insegnamento ha distillato queste parole apparentemente semplici ma dense di profondo significato per chi, come noi, è alla costante ricerca in questo esteso campo esperienziale che è lo yoga. I centri di yoga Surya e Corpo e Mente di Civitavecchia avranno l’onore di ospitare questa grande insegnante e il piacere di poter approfondire con lei la pratica dello yoga Iyengar nei giorni 27/27/28 maggio 2017 proprio a Civitavecchia, in un albergo che si affaccia sul mare. Invitiamo tutti a partecipare e a condividere assieme il suo insegnamento in 3 giorni di pratica primaverile all’insegna di yoga, sole e profumo del mare. Buona viaggio esperienziale nel vostro corpo!

 

Canto il corpo elettrico” scriveva Walt Withman in una parte di Leaves of grasses. Si!: I nostri corpi sono spazi che cantano. “Il tuo corpo è uno spazio che vede” è una mostra della brillante artista Lia Halloran. Si! Il corpo è uno spazio che vede. Il vostro corpo è anche uno spazio che sente. Il vostro corpo ha i fossili e le impronte dei propri antenati. Il vostro corpo possiede una forza vitale antica di milioni di anni. Essa vuole esprimersi. Essa si manifesta. “Canto il corpo elettrico”  scriveva Walt Withman. Si, io lo percepisco. Il mio corpo è uno spazio che canta. Il vostro corpo era uno spazio che viveva nel mare. E’ uno spazio che uscì fuori dall’acqua. E’ stato una tenue creatura d’acqua.

E’ stato coraggioso e aggressivo. E’ stato timido e impaurito. Il vostro corpo è uno spazio antico. E’ uno spazio che ricorda. Il vostro corpo è uno spazio che è allo stesso tempo potente e fragile. Può essere ferito. Può percepire il pericolo e difendersi senza la vostra cosciente partecipazione. A volte prova a difendersi quando non c’è una minaccia presente. A volte ripone la sua fiducia nei luoghi sbagliati. Il vostro corpo è uno spazio che sente.

Noi ci ascoltiamo, ci vediamo e ci percepiamo l’un l’altro col nostro spazio-corpo e nel fare ciò ci “sentiamo” l’un l’altro. Questa è empatia. Il vostro corpo è uno spazio che conosce il canto degli uccelli e di suo cugino, il canto umano.Il vostro corpo è uno spazio che danza. Danzare è “cantare il corpo elettrico” nello spazio.

Questo spazio di espressione, di libertà, può risultare minaccioso per coloro che non hanno permesso a sé stessi, o non gli è stato permesso da altri, di avere una voce, o che non gli è stato permesso di lasciar risplendere il loro “corpo elettrico” ed esprimere la loro corrente vitale in movimento perfettamente incarnato.

Il vostro corpo è uno spazio che conosce. Il mio corpo è uno spazio che sa. Sa che   questa piccola vita  è un soffio di inalazione ed esalazione, uno sfiorar di brezza su un filo d’erba, sottili gocce di pioggia, che evaporano mentre sto scrivendo.

Il mio corpo è spazio che può scegliere di respirare profondamente col vento, e piangere liberamente con la pioggia. Può cantare con gli uccelli e danzare l’elettrica corrente che Withman descriveva. Perché il mio corpo è spazio che vive. E il mio corpo è spazio che muore.

Lo scrittore, psichiatra e reduce dell’Olocausto Viktor Frankl disse: “Fra stimolo e risposta c’è uno spazio. In quello spazio c’è il nostro potere di scegliere la nostra risposta. Nella nostra risposta giace la nostra crescita e libertà”. Il mio corpo è uno spazio che vede, ed è uno spazio che canta. Scelgo di cantare per l’amore del canto, di danzare per l’amore della danza, e di vivere il più liberamente possibile col mio intero corpo, così com’è.

Fonte: Carrie Owerko, “Your body is space”

 

Prashant Iyengar e il potere dello yoga

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Le qualità e le identità che attribuiamo a noi stessi come “Io sono indiano/americano/ cinese” oppure “Io sono un uomo, una donna, vecchio, giovane, sano, malato, ecc.” sono attrazioni gravitazionali sul nostro corpo. Sono come dei parassiti. Generalmente noi viviamo la nostra vita come “sballati”. Questo stato di “sballo” ci rende mentalmente ristretti poiché ci aggrappiamo a determinate qualità che hanno influenza su di noi.

Attraverso sarira (corpo) kriyas (azioni) di pura coordinazione vi sottraete a quello “sballo”. Entriamo in una dimensione di noi stessi che è universale e che tutto compenetra. Ci sono molti sarira (corpo) kriyas (azioni) che possono spazzare via e liberarci da questo pesante fardello. Per esempio inalate con consapevolezza dai lobi del vostro cervello, dai muscoli della vostra schiena, dai vostri inguini, dai vostri occhi. In questi momenti di intensa coordinazione, scoprirete di avere una diversa esperienza di voi stessi.

Lo yoga non sono soltanto le azioni della posizione, come girare il vostro piede sinistro in dentro e il destro in fuori. E’ saper usare i sarira-kriyas (le azioni corporee yogiche) per entrare nel santuario all’interno di voi stessi, che è universale.

 

Da un estratto di una classe di Prashant Iyengar del 9 febbraio 2017, a cura di Zoe Stewart e Bobby Clennell.

Le risorse dello yoga per gli stati ansiogeni

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Cari amici dello yoga, il post di oggi parla delle molteplici risorse che la pratica dello yoga ci mette a disposizione per aiutarci a fare fronte verso una problematica tipica della società dei nostri giorni: gli stati ansiogeni. Nella mia esperienza di insegnamento dello yoga, svolgo un lavoro incrociato con la psicologa-psicoterapeuta Cinzia De Angelis dove spesso si integra il lavoro psicoterapeutico con le pratiche dello yoga Iyengar. I risultati sono stupendi. Persone con vissuti traumatici dolorosi riassaporano lentamente i primi barlumi di pace mentale, il ritmo sonno-veglia si ristabilisce, gli stati ansiogeni che generano diversi disturbi psicosomatici iniziano ad allentare la presa sulla mente dei praticanti. E tutto questo in tempo apprezzabile.

Ai giorni nostri la competitività in campo lavorativo, la sempre crescente velocità dei ritmi di vita, la miriade d’informazioni che il nostro cervello è costretto ogni giorno a processare causano un livello di distress ingestibile per il nostro sistema nervoso. A causa di tutto questo gli stati ansiogeni sono il vissuto emotivo quotidiano di molti e spesso si cronicizzano a tal punto da sabotare il normale svolgimento della vita personale. Sono disordini mentali da non sottovalutare e molto più comuni di quel che si immagina: panico, paure, angoscia che inabilitano le normali attività sociali di un individuo, iperattività motoria, palpitazioni cardiache, alterazione del ritmo sonno-veglia, disturbi del comportamento ecc. Le cause possono essere indotte (traumi) o genetiche, ma quel che a noi interessa è come lo yoga possa intervenire per ridurre la complessa sintomatologia di questi disordini mentali.

Negli Yoga Sutra  capitolo 2.3 Sadhana Pada, Patanjali parla dei Klesha o afflizioni mentali e di come sia indispensabile la pratica dello yoga per avere la disciplina della mente e dei pensieri. La pratica di una corretta sequenzialità di asana e di pranayama mirati a dare sollievo a queste sofferenze mentali, allevierà con successo i disturbi psicosomatici appena descritti. Uno studio pubblicato nel maggio del 2007 sul Journal of Alternative and Complementary Medicine ha dimostrato che i livelli di GABA aumentano dopo anche solo una sessione di yoga. Il GABA è il principale neurotrasmettitore che inibisce la trasmissione nervosa al cervello, agendo così come calmante. Questo indica come lo yoga contribuisce ad alleviare quei disordini legati a bassi livelli di GABA come l’ansia e la depressione.

Uno studio medico dell’Università di Westminster parla chiaramente dei profondi effetti ottenuti su un campione pazienti donne con un periodo di pratica di due mesi per cinque volte a settimana, comparato con un altro campione di pazienti donne trattate solo farmacologicamente. I risultati che ne scaturirono furono soddisfacenti. Fu effettuata una seconda indagine con lo yogaterapia sugli effetti dello yoga per la depressione e l’ansia femminile, dove un numero di 34 pazienti che praticarono due volte a settimana per novanta minuti a sessione, fu messa a riscontro con un numero di 31 pazienti che non ricevettero alcun trattamento con lo yoga. Dopo appena due mesi di pratica i livelli di ansia del gruppo delle praticanti diminuì sensibilmente, molto più che nel gruppo-controllo delle 31 che non fecero nessuna pratica. I risultati furono così sorprendenti che i ricercatori conclusero che lo yoga rappresenta un eccellente supporto di complemento nell’approccio psicoterapico ai disturbi comportamentali ansiogeni, in quanto reca sollievo dallo stress, dona una consapevolezza mentale più acuta e permette una modulazione ottimale delle endorfine: la sensazione di paura, smarrimento e impotenza viene resa gestibile, cosa che permette una migliore qualità di vita nei pazienti.

Voglio invitare voi tutti al seminario su “Yoga e gestione dell’ansia” di sabato 11 febbraio, tenuto dalla Dottoressa Cinzia De Angelis e da me nel Centro Yoga Surya di Civitavecchia. Verrà spiegato come gestire i vari disturbi ansiogeni a cura della psicologa unito ad una pratica di asana e pranayama mirata per ridurne i sintomi. Se lo yoga è studiato correttamente e correttamente praticato anche tra le quattro mura di casa, i suoi effetti sorprendenti non tarderanno a presentarsi. Vi auguro una buona pratica rigenerante!

Lo stalliere avido

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“C’era una volta un Imperatore. Egli disse al suo stalliere che se si fosse messo a cavalcare sulle sue terre, gli avrebbe donato tutta la terra che fosse riuscito a solcare col suo cavallo.
Sicuro di sè, lo stalliere montò sul suo cavallo e cavalcò più velocemente possibile ore ed ore per coprire più terra che poteva. Continuò a cavalcare. Anche quando era stanco o affamato, non si fermava perchè voleva coprire più terra possibile.
Lo stalliere arrivò ad un punto in cui aveva cavalcato su un’area enorme, ma era ormai esausto e stava morendo. “Perchè mi sono spinto cosi all’estremo per conquistare cosi tanta terra? Ora sto per morire ed ho bisogno solo di un piccolo pezzo per essere seppellito.”.

La storia dello stalliere è simile al viaggio della nostra Vita. Chiediamo sempre di più a noi stessi per guadagnare più soldi, per ottenere potere e riconoscimenti. Trascuriamo la nostra salute e il tempo che ci è stato concesso in attività senza un senso e troppo spesso nocive per noi.

Un giorno, quando ci guarderemo indietro, realizzeremo che non avevamo veramente bisogno di tutto questo, e che non possiamo piu’ far tornare indietro il tempo che abbiamo perso”.

Asana e Chitta

 

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Cari amici dello yoga, il post di oggi parla del rapporto tra mente e asana, la finalità degli asana e il profondo influsso che la mente riceve dalla pratica delle posizioni. Nell’esecuzione di una posizione vengono presi in considerazione solo la mente e il corpo, mentre in realtà i suoi  effetti sono molto più profondi. Patanjali dice nei sui Yoga Sutra che lo yoga controlla le onde agitate di Chitta, la mente. Per Chitta Patanjali intende la mente con le sue poliedriche sfaccettature. Nella nostra lingua non esiste un termine analogo per descrivere la mente. Chitta è un termine molto “tecnico” che possiamo tradurre con “ciò che riguarda la mente”.

Quando attraverso lo yoga noi indaghiamo la natura della mente questo viene chiamato “Chittavijanana”, o conoscenza della mente riguardo la sua reazione ad uno sforzo o il suo atteggiamento nell’affrontarlo. Uno degli strumenti che abbiamo a disposizione sono gli asana,che svolgono una benefica azione sul corpo, mentre alcuni ritengono che altri settori dello yoga si occupano degli effetti benefici su psiche, consapevolezza, intelligenza e sfera emotiva. Nulla di più erroneo…

Lo yoga non divide l’essere umano in compartimenti stagni, ma come diceva Guruji è “un viaggio dalla periferia verso il Centro, e dal Centro verso la periferia contemporaneamente”. Non c’è dualità alcuna. Nel verso II/46 Patanjali dice “Sthira sukham asanam”, gli asana sono posizioni stabili e comode”. Nel verso II/47 dice ancora “prayatna shathilya anantasamapattibhyam” e cioè che si arriva all’asana solo quando c’è assenza di sforzi strenui e quindi la mente è resa in grado di essere assorbita nell’Infinito.

Se ne deduce che gli asana portano in direzione di uno stato mentale neutro dove non c’è più tensione; che gli asana non sono eseguiti con sforzi strenui a discapito del corpo. Facili o difficili che siano le posizioni sono a prescindere dal corpo e sono per Chitta. E ancora nel verso II/48 “tato dwandwa anhabhighatah” l’asana porta la mente verso lo stato neutrale. E’ chiaro che Patanjali non intendeva che Yogasana sia solo ed esclusivamente lavorare sul corpo, ma lasciava sottoindendere che lavorato correttamente porti la mente verso uno stato neutro e non duale, libero dalle varie vrittis che la affliggono.

Quindi l’obiettivo degli asana E’ Chitta attraverso lo strumento del corpo. Non solo: i principi di Comodo e Stabile, sthira sukham asanam, sono riferiti a Chitta. Gli Yogasana sono eseguiti dal corpo ma rivolti a Chitta. Per Yogasana si intende una azione svolta a livello integrale che avvolge l’essere umano dal corpo fisico alla sfera emotiva fino agli stati profondi della coscienza. Quindi Yog è lo stato meditativo che si crea nel dipanarsi della struttura geometrica di un asana: la mente viene progressivamente offerta al Sé interiore, fino al raggiungimento dello stato meditativo estremo, il Samadhi. Questo presuppone una intensa ricerca di pratica personale, dove si esplora la mente nei suoi più profondi recessi. Per scrivere il post ho preso spunto da uno scritto di Prashant Iyengar che mi ha illuminato sul perché praticare, e sta cambiando la mia ricerca nell’ambito degli Yogasana: Chiitavijnana of Yogasana, un piccolo libricino che a mio avviso richiederà anni per essere ben assimilato nei suoi contenuti profondi.

Ecco perché la stabilità e comodità di un asana come descritto da Patanjali sono accezioni del corpo e della mente insieme. Solo quando si riescono a trovare queste condizioni l’asana da dentro il nostro cuore racconterà il “Canto del Beato”, la BhagavadGita che l’anima canta da tempo immemorabile e che noi, confusi e assordati dal clamore delle vrittis nel campo di battaglia della Chitta, non riusciamo al momento ad ascoltare. Buona pratica e buon ascolto del Canto!

Cosa ci spinge a praticare lo Yoga?

 

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Cari amici dello yoga il post di oggi che vi propongo è una riflessione sul perché oggi sempre più persone si avvicinano a questa meravigliosa pratica che è lo yoga. Col passare degli anni mi chiedo cosa, nel profondo, mi ha guidato e mi sta tutt’ora guidando verso questa scienza dell’anima, che inizia il suo approccio dal corpo. E’ DAL corpo che iniziamo ad intraprendere questo sentiero, e alla vista di un profano potrebbe essere assimilato alle ginnastiche occidentali.

Molte persone pensano che lo yoga sia solo uno dei tanti metodi di fitness anche per la pubblicità di molte stelle dello spettacolo: Madonna, Uma Thurman, Gwinet Paltrow, Beyoncè, Sting, gli All Blacks del rugby, ecc. Per cui avere un corpo sano, robusto e flessibile e prevenire i vari disturbi e possibili infortuni sembra la motivazione primaria con la quale le persone si avvicinano alla pratica. Ma lo yoga è molto, molto di più.

Nella cultura occidentale siamo stati educati a FARE, e questo aspetto tendiamo a portarlo anche nella nostra pratica. Lo yoga ci insegna che prima di fare molto più importante è SENTIRE, percepire dentro. Nello yoga ci viene insegnato non solo a fare gli asana e il pranayama con accurata precisione, ma anche ad eseguirli al fine di esplorare noi stessi, per aumentare il nostro “sentire” e penetrare in sfere più profonde di quella fisica: il nostro corpo, certo, ma anche i cinque sensi, la respirazione, il nostro buddhi, il nostro manas e il nostro profondo Sé. E questo accadrà solo se siamo attivi a livello fisico. Se FACCIAMO. Il che è impossibile penetrare queste sfere stando pigramente seduti su un divano senza utilizzare il nostro corpo.

B.K.S.Iyengar era solito ripetere “Dei due aspetti dell’asana, sforzo fisico e compenetrazione della nostra mente, l’ultimo è alla fine il più importante. La compenetrazione della nostra mente E’ la nostra méta.”  Non dovremmo tanto essere distolti dal movimento fisico esterno, quanto focalizzarci sulle azioni che si fanno, le sensazioni che otteniamo e le reazioni del nostro corpo-mente-respiro. La pratica degli asana sarà d’immenso beneficio per il nostro corpo ma questo è solo un derivato, non lo scopo primario.

Parlando dell’azione nell’ asana Iyengar la descrive  come “Movimento più intelligenza. Il mondo è pieno di movimento. Ciò di cui il mondo ha bisogno è di più movimento COSCIENTE, più azione.”  Osservando attentamente un asana nella sua struttura noteremo molta azione e poco movimento, in realtà. Tuttavia è vero anche che la pratica degli asana non è soltanto azione. E’ una speciale forma di attività che ci permette di esplorare la nostra realtà interna, di pacificare la mente, di sviluppare l’osservazione interiore e divenire meditativi. In sintesi la penetratività interna, come ho accennato poco sopra. Ecco perché Patanjali descrive l’asana come Sthirata-Sukata (comoda e stabile), perché in ogni postura ci dovrebbe essere una sottile armonia tra azione e rilassamento (sentire).

Sempre in Vita nello Yoga  Iyengar fa luce su aspetti sconosciuti della pratica scrivendo “L’equilibrio tra attività e passività trasforma il cervello attivo in testimone (silenzioso)” E ancora “Quando c’è SFORZO, la pratica dello yoga è puramente fisica, e conduce al disequilibrio e al giudizio errato”. Osservando le nostre reazioni, le nostre tendenze e le nostre modalità comportamentali durante la nostra pratica, esploriamo noi stessi in una più profonda ampiezza e arriviamo a una più intima connessione interiore. Scopo ultimo della pratica è conoscere meglio sé stessi, sviluppare più consapevolezza  e più sensibilità.

Per vivere meglio abbiamo bisogno di sviluppare l’intelligenza, che altro non è se non l’abilità di agire al meglio in questo mondo e vivere una vita gioiosa e pacifica. Ecco perché abbiamo bisogno di praticare quotidianamente, determinati a continuare questa ricerca interiore, per scendere sempre più profondamente in noi stessi e trasformare noi stessi. Parole facili a dirsi, ma la cui realizzazione necessita di anni di pratica regolare e disciplinata.

Vorrei chiudere con le parole di Iyengar su questa indagine costante dei processi interiori: “Continuate ad analizzare, e attraverso l’analisi arriverete a comprendere. Nello yoga è richiesta una costante analisi dell’azione… L’analisi e la sperimentazione devono procedere assieme…L’unica guida è l’analisi durante l’esercizio: solo attraverso tentativi ed errori potrete progredire. Più numerosi saranno i tentativi, minori saranno gli errori. E quando i dubbi diminuiscono, diminuiscono anche gli sforzi…”  Vi auguro una pratica sempre più consapevole e profonda.

 

Fonte:  B.K.S.Iyengar – Vita nello Yoga – Edizione Mediterranee

Eyal Shifroni: Why do we practice Yoga?

 

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Approfondire la nostra pratica

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Cari amici dello yoga dopo la breve pausa estiva di riposo dalle fatiche invernali, eccoci pronti a metter mano all’aratro della nostra pratica, per preparare il terreno della nostra coscienza alla semina degli insegnamenti yogici, antichi come le montagne ma pur sempre attuali. Nei post precedenti ho spesso evidenziato che la pratica dello yoga non consiste solo ed esclusivamente nell’esecuzione degli asana,  e che la pratica degli asana non si svolge solo sul piano fisico, ma coinvolge creativamente molti aspetti della nostra coscienza.

Iyengar nella spiegazione degli Yoga Sutra indica con sadhana (la pratica) tutti i petali del raro fiore dello yoga, che comprendono la sfera fisica, fisiologica, energetica, mentale, intellettuale e spirituale. Il sadhana deve essere condotto con applicazione costante, consapevolezza e devozione. secondo la tradizione dello yoga  Anche i livelli di un praticante si dividono dal livello mrdu (morbido) al livello tivra-samvegin (supremamente intenso), dove una naturale scala evolutiva di trasformazione e di sfumature intermedie si estende dal basso in alto. Oggi voglio approfondire i tre principi cardine della nostra pratica yoga.

 

Perché si pratica: scopo ed obiettivo della sadhana

Dobbiamo sempre aver chiaro il perché pratichiamo una determinata sequenza di posizioni o un certo asana, e mai dimenticarlo durante la nostra pratica. “Mai perdere la visione del Sé”, recita un antico adagio dello yoga. Dobbiamo inoltre avere chiaro quale sia lo scopo effettivo della pratica: apprendere? Consolidare? Studiare? Raggiungere la maturità dell’asana?

 

Lo stato d’animo personale

Anche l’approccio alla pratica è molto importante. La Bhagavad Gita insegna che i frutti della nostra pratica dipendono dallo spirito col quale noi intraprendiamo la pratica stessa. Nel Linga Maha Purana un verso declama “L’aspirante deve sempre intraprendere la pratica con un buon umore”.

 

La sequenza appropriata, o Vinyasa

L’etimologia della parola Vinyasa indica “ordine”, “disposizione”, “posizionare”, “posizione” (degli arti), “disporre”, “piazzare”. Probabilmente il termine veniva usato nell’antica arte della gioielleria, come l’ arte di disporre le gemme, e il concetto raggiunse le scritture dello yoga grazie alla Mimamsa Darsana. E’ indispensabile una sequenzialità di asana appropriata per arrivare all’asana desiderato, scegliendo un giusto metodo con il quale ottenere attraverso quell’asana gli effetti desiderati o gli stati di coscienza suscitati dall’asana stessa. Iyengar definisce Vinyasa come “una sequenza per raggiungere lo stato finale dell’asana dove la mente e l’intelligenza, uniti armoniosamente con l’energia (prana) e la consapevolezza cosciente (prajna), vengono costruiti in sequenza e gradualmente all’interno del sistema di pratica.” Vamana Rishi era solito ripetere “Oh yogi, mai accingersi alla pratica senza una sequenza appropriata (di asana)”.

 

I tre stadi della pratica di un asana

Ogni yogasana deve essere eseguito nel rispetto dei “tre stadi della pratica di un asana”. Così gli yogi avevano diviso la pratica di un asana in tre stadi, prendendo a prestito dal Sad Linga (commentari vedici) i termini per il primo e terzo stadio:

1) Upakrama o inizio dell’asana: come entrare nell’asana. Vacaspati Misra, Vijnana Bhiksu and Bhoja Raja, antichi studiosi delle scritture, ritengono che la parola asana abbia la propria radice etimologica  nella parola “as” (sièdere) e la definiscono come asyate nena, ovvero la procedura e il modo attraverso il quale si entra nella posizione. Sfortunatamente la maggior parte dei praticanti dell’Iyengar yoga  si sentono coinvolti solamente in questo stadio e su un livello puramente fisico. Prashant Iyengar insiste spesso sul fatto che upakrama deve educare il corpo, la mente, la consapevolezza e l’intelligenza ad entrare nella posizione e a raggiungere lo scopo dell’asana stessa.

2) Sthiti, ovvero il mantenimento dell’asana: come stare nella posizione. Questo è lo stadio dove si creano gli effetti profondi dell’asana. Quando Iyengar praticava si rimaneva stupefatti nel vedere la stabilità e il profondo stato introspettivo con i quali eseguiva ogni postura. Si può considerare questo stadio asana-jaya, o conquista della posizione.

3) Upasamhara o conclusione dell’asana, la ricapitolazione o come chiudere l’asana.

Con lo studio onesto di questi stadi dell’asana e con l’applicazione dei tre punti cardine della pratica, avremo modo di vivificare continuamente ciò che i nostri insegnanti ci tramandano. La nostra pratica diverrà più profonda e matura, e gli asana inizieranno a raccontare nel nostro Cuore la storia antica ma sempre nuova di questa Vidya suprema: lo yoga. Buona pratica a voi tutti!