Cancellare i Samaskara: usare lo yoga per rigenerare il cervello

 

Cari amici dello yoga, il post di oggi scaturisce da un consiglio che B.K.S.Iyengar diede a Patricia Walden, che si trovò a fronteggiare un periodo di depressione ricorrente, e per il quale chiese aiuto a Guruji per supportarla con lo yoga. “Fai un passo, non importa quanto piccolo”. Questo fu il consiglio dato a Patricia da Guruji. Poco alla volta, un piccolo passo alla volta, il progresso può essere fatto: e lo si farà. Patricia dice che il primo passo è stabilire una intenzione, o Sankalpa. “Ponetelo in termini di qualcosa di raggiungibile, qualcosa nel presente”, dice Patricia Walden. “Siate sicuri di concretizzare l’intenzione in parole che la rendono qualcosa che state facendo, e non che avrete intenzione di fare”.

Col tempo, introducendo una pratica di yoga regolare può aiutare le persone che soffrono con la depressione a cambiare i loro samskara, i modelli mentali ed emozionali alla radice della depressione. I nostri samskara, secondo la filosofia yogica, sono le impressioni latenti delle azioni passate, le quali creano la tendenza a ripetere queste azioni. Noi imagazziniamo e accumuliamo queste impressioni, che influenzeranno le nostre future azioni e reazioni. Il potere di prendere un passo alla volta è che noi possiamo cambiare questi modelli intraprendendo nuove azioni. Ogni volta che facciamo una nuova azione, come per esempio praticare uno specifico asana per la depressione, vengono formati nuovi sentieri neuronali, e più spesso noi facciamo la nuova azione, più forte le connessioni neuronale diventano: questa abilità del cervello di ricablare sé stesso è conosciuto come neuroplasticità.

“In questo processo, la chiave è la ripetizione”, spiega Patricia Walden. “Nel caso dello yoga , questo vuol dire PRATICARE, ogni giorno”.

Un altro piccolo potente passo nel cancellare i vecchi Samskaras e creare nuovi sentieri neuronali positivi, come Patricia Walden fa riferimento, è il prendersi delle “pause preziose”. Questo può essere diviso in due momenti di riflessione: 1) Identificare i modelli di pensiero negativi quando si verificano; 2) Porre uno spazio attorno a loro e…prendere una pausa, semplicemente osservandoli e senza reagire loro. Osservarli come modelli di fluttuazione della mente.

“Se possiamo prenderci un momento per fare un passo indietro e percepire i modelli di pensiero invece di esservi catturati all’interno, gradualmente questo processo ci darà il potere di valutare una differente reazione, di creare un nuovo samskara”, spiega Patricia Walden. La fisiologia ha influenza sui sentimenti e viceversa: questo è  perché gli asana dello yoga possono essere un potente strumento per alleviare la depressione. Gli asana fondamentali per le persone depresse sono le aperture del torace, che riaprono il torace chiuso e collassato e il respiro superficiale tipico di chi soffre di disturbi depressivi.

Se c’è tempo solo per un asana, Guruji raccomanda Setu Bandha Sarvangasana. Questa posizione stimola le ghiandole surrenali, apre il torace, e crea la chiusura del mento di Jalandara Bandha, che stimola il nervo vago, calmando così il sistema nervoso simpatico. In questo asana il cervello si acquieta ma il torace si apre: questa è una potente combinazione per le persone intrappolate nei movimenti della loro mente.

Concludo il post rincuorando ogni praticante: ricordate che nulla è perso nella nostra pratica, per piccolo che sia. Ogni piccolo passo che intraprendiamo per diventare esseri umani sempre migliori, ogni piccolo gesto di amorevole condivisione che avremo con i compagni di pratica, ogni imput donatoci dall’insegnante e che abbiamo cura di mettere in pratica, tutto questo non farà altro che mettere in fila tanti preziosi “momenti di pausa positivi”, che formeranno nuovi sentimenti, nuove aperture del cuore e ci radicheranno gradualmente sul meraviglioso sentiero senza fine che è lo yoga. Buona pratica!

Fonte: Yoganusasanam – Iyengar Yoga Delhi

La moderazione nello Yoga: praticare con equilibrio

 

Cari amici dello yoga, il post di oggi è una traduzione estratta da un discorso di Prashant su come uno studente dovrebbe approcciare la sua pratica. Come più volte spiegato da Guruji e come sottolinea Prashant stesso tuttora, la pratica è un mezzo, non un fine, della meravigliosa conoscenza dello yoga. Riporto questo suo breve estratto con le sue stesse parole per ricordarci sempre dove siamo diretti, e perché dedichiamo la nostra vita alla diffusione di questa vasta Vidya (conoscenza).

“Per qualcuno che è eccessivamente consapevole del corpo come una modella, un foruncolo sul viso è una grande tragedia. Sfortunatamente la stessa cosa accade alla maggior parte di voi che sono abituati a praticare lo yoga riferendosi al corpo. FARE FARE FARE finche arrivate ad essere come “anatre morte” (sfiniti). Quando non siete più nel fiore dell’età e il vostro corpo non farà più quel che era abituato a fare, la vostra pratica finirà invariabilmente in totale frustrazione. Posso già vedere molti di voi lamentarsi sempre: la mia schiena dolorante, il mio dolore agli inguini, i miei dolori alle ginocchia… Se la praticate gli asana come un fine quello non è yoga. Rendete gli asana un MEZZO: siate consapevoli del respiro e della mente, PIU’ CHE CONSAPEVOLI DEL CORPO”.

 

Fonte: Prashant Iyengar

Uscire dalla bolla della nostra vita

 

 

 

Cari amici dello Yoga nel post di oggi voglio riportare le parole di Prashant Iyengar, figlio di B.K.S. Iyengar sull’importanza di usare le azioni corporee nella nostra pratica, per svincolarci dai legami dell’ego e scendere profondamente nel santuario delle nostre anime, così da poter capire ancor più profondamente che lo Yoga non è una semplice e meccanica ripetizione di posizioni, ma un prezioso strumento donatoci dai saggi per poter effettuare Swadhyaya, la conoscenza di noi stessi, in un processo a spirale che si dipana all’Infinito, dove il vaso della nostra consapevolezza diviene gradualmente sempre più vasto. Vi auguro una buona pratica, ricordando sempre le parole di Prashant.

 

“Le qualità e le identità che attribuiamo a noi stessi come – Io sono un indiano/americano/cinese oppure -sono un uomo, una donna, vecchio, in salute, malato, ecc. sono attrazioni gravitazionali nei confronti del nostro corpo. Agiscono come parassiti. Di solito viviamo la nostra vita come in una bolla. Questa bolla ci limita quando ci aggrappiamo a delle particolari qualità che esercitano la loro influenza su di noi. Attraverso i Sarira-Kriyas (le azioni corporee) di pura coordinazione voi lasciate andare la presa di questa bolla. Entriamo in una dimensione di noi stessi che è universale e onnipervadente.

Ci sono molti Sarira (corpo) Kriyas (azioni) che posso affrancarci da questo pesante fardello. Per esempio, esalare con consapevolezza dai lobi del vostro cervello, dai muscoli della vostra schiena, dalle vostre pelvi, dai vostri occhi. In similimomenti di coordinazione, scoprirete di avere una differente esperienza di voi stessi. Lo yoga non riguarda(solo) l’azione delle posture: girate il vostro piede a sinistro in dentro e il vostro piede destro in fuori. Ma è usare i Sarira Kriyas per entrare nel santuario all’interno di voi stessi, che è Universale.”

Fonte:Traduzione da una classe di Prashant Iyengar del 09/02/2017, RIMYI, a cura di Zoe Stewart e Bobby Clennell.

La corretta relazione tra lo studente e il suo insegnante

“Lo scopo dell’asana non è tanto padroneggiare la posizione. Quanto su come usare la postura per capire e trasformare noi stessi”.

B.K.S.Iyengar

 

Cari amici dello yoga, il post di oggi è una riflessione sul corretto rapporto che dovrebbe instaurarsi tra lo studente che si avvicina alla pratica dello yoga e il suo insegnante, che si prodiga al meglio per travasare nella giusta maniera i concetti all’allievo nel tempo.

“Lo studente, proprio come l’insegnante, ha bisogno di praticare fedelmente. L’insegnante dedica TEMPO e SFORZO nel prepararsi per la classe e l’insegnamento che lo attendono: per ricevere il massimo dei benefici lo studente deve assumersi lo stesso impegno. Naturalmente, svariati eventi della vita potrebbero interrompere una pratica costante e regolare.  Qualcuno potrebbe interrompere per giorni o persino per settimane, senza una solida pratica: chi di noi non ha vissuto periodi simili? Ma alla fine la disciplina di una pratica regolare deve essere consolidata, se si vuole che lo yoga incida nel nostro livello più profondo.

Guruji B.K.S. Iyengar ripeteva il suo semplice ma profondo consiglio più e più volte, che è “PRATICA”. Solo attraverso la pratica può arrivare la comprensione. E dalla comprensione arriva l’intuizione, dall’intuizione arriva la saggezza, la libertà, vera essenza dell’arte dello yoga. Si dovrebbe sperimentare questo processo evolutivo senza fine su sé stessi. Questo processo non può essere appreso con nessun altro mezzo se non con la pratica. Una parte del lavoro dell’insegnante è ispirare lo studente a mantenere una pratica regolare, ma il compito dello studente e di prendere quell’energia di ispirazione e trasformarla nella realtà dell’azione

Dedico queste sacre parole del genio creativo di B.K.S. Iyengar ai miei insegnanti formatori, a Sandra Bertana mia attuale insegnante che con pazienta infinita sta donandomi l’arte dello yoga smussando con grande perizia i miei spigoli, e a tutti i miei ragazzi, affinché utilizzino queste parole per una crescita e comprensione creative nell’universo meraviglioso e sempre nuovo che è l’Iyengar yoga.

 

Fonte: Da un estratto di Pushpanjali, di B.K.S.Iyengar

L’uso della sedia nello yoga Iyengar

 

Cari amici dello yoga, continua ancora la serie sull’origine dei props e di come B.K.S. Iyengar trovò continue soluzioni per venire incontro alle esigenze dei suoi studenti e per dare un aiuto concreto a coloro che, a causa di disturbi fisici più o meno gravi, non potevano approcciare gli asana senza un supporto che li aiutasse nella loro pratica. Spesso durante le lezioni con i nostri insegnanti facciamo uso della sedia, singola o a coppia, per eseguire asana anche di una certa difficoltà o per variare gli asana stessi approfondendone lo studio con molte sfumature diverse. Ma come è nata dal genio creativo di B.K.S. Iyengar l’idea di integrare, nei vari props usati a Poone, l’uso della sedia? Vi riporto le sue stesse parole cercando di rendere giustizia con la traduzione in italiano.

“Viparita Dandasana è stata una degli asana che mi richiese di pensare circa le molteplici alternative di sviluppare (creare) differenti props. La sedia fu usata per prima per Viparita Dandasana. Dopo averlo eseguito al “tamburo”, pensavo a quest’asana con due sedie per le persone che trovavano il tamburo difficile per la posizione delle gambe. Soltanto dopo realizzai che persino una sola sedia era sufficiente per Viparita Dandasana. Offriva un fermo supporto e creava anche un senso di sicurezza e stabilità.

Questo può essere chiaramente visto in Kapotasana con la sedia. In Light on Yoga ho usato soltanto un prop: una panca per Sarvangasana che vidi nello studio fotografico dove si stava tenendo il servizio fotografico per il libro. Supportava la schiena e le mani rimanevano sotto la panca. Poi iniziai ad usare la sedia per far eseguire Sarvangasana agli studenti. Nel periodo iniziale le spalle erano portate al pavimento, e il peso dello studente era diretto in modo sbagliato. Per ovviare a questo, venne il bolster posizionato sotto le spalle, che aiutava anche a raggiungere una corretta flessione del collo.

La seduta della sedia offriva un ottimo supporto lombo-sacrale, e impediva a quella zona di scivolare giù. Gli studenti potevano regolare la posizione afferrandosi al sedile della sedia con le spalle attivamente ruotate indietro. Molte persone non potevano neanche fare Halasana, all’epoca. Così gli davo un’altra sedia per i piedi. L’idea di scivolare via dalla sedia venne molto più tardi”…

Ogni qual volta prendiamo una sedia per eseguire uno degli infiniti asana trasmessoci da Guruji, riflettiamo a quanti molteplici tentativi si sottopose per poi offrire il dono dell’uso creativo dei props. Generazioni intere saranno in debito con lui. Buona pratica con la sedia!