Il legame psiche-soma nella pratica dello yoga

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Il legame che intercorre tra psiche e soma, tra la nostra mente e il nostro corpo, è cosa nota sin dall’antichità. I latini sentenziavano “Mens sana in corpore sano”, e la tradizione dello yoga dall’oriente prima, la civiltà greca e l’evoluta civiltà araba poi, dimostrano quanto fosse importante la ricerca dell’armonia tra la mente e il corpo.

Nei praticanti di yoga questo legame indissolubile di psiche-soma è profondamente studiato. Per B.K.S.Iyengar  la pratica dello yoga è un viaggio che si svolge contemporaneamente dalla periferia verso il nostro centro interiore, e dal quel centro verso la  nostra periferia corporea. Una armonica simultaneità, ciclica e mai uguale nel tempo, con percezioni ogni volta sempre nuove e dalle mille delicate sfumature, che  lasciano intravedere la meravigliosa complessità del nostro essere profondo.

Chi ha vissuto l’esperienza di un corroborante shavasana (posizione di rilassamento), di una profonda seduta di pranayama, di asana con effetti introspettivi o della meditazione, sa cosa intendo dire. In quei momenti si vive il momento presente. La mente, dissolvendosi, diventa kalatita, al di là dello spazio-tempo: il tempo è come si restringesse e implodesse su sé stesso,  lasciando spazio ad una espansione della coscienza e a una accresciuta consapevolezza. In quei momenti si può avere la chiara percezione del delicato legame che intercorre tra psiche e soma, tanto è inequivocabilmente presente alla nostra coscienza.

A questo proposito segnalo un articolo interessante dal titolo Medicina psicosomatica: funziona. E la filosofia yoga l’aveva scoperta secoli fa. Gradirei avere un vostro feedback tramite i commenti a questo articolo, perché in quanto ricercatore ed insegnante di yoga sono per me importante materiale di verifica.

Lo Swami Sri Yukteswar nell’ashram di Serampore


Questo raro filmato del 1935 fa vedere lo Swami Sri Yuktewar Giri, la figura in piedi: sicuramente il più grande discepolo diretto di Lahiri Mahasaya, nel suo ashram in Serampore, nel distretto di Hooghly, nel Bengala occidentale. Seduto alla sua destra c’è Swami Yogananda Giri, conosciutissimo per aver diffuso la scienza del Kriya Yoga pranayama nel mondo occidentale. Ogni volta che capito a Calcutta, odierna Kolkata, non manco mai di fare visita a questo ashram, dove si pratica tutt’ora una delle più antiche tradizioni yogiche.
Ho meditato molte volte in quei sacri luoghi, e posso testimoniare che tra le loro mura  aleggia tutt’ora l’impalpabile presenza di questi giganti spirituali.

Riflessioni sul pranayama alla luce del kriya yoga

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Nella tradizione del kriya yoga di Lahiri Mahasaya viene posta molta enfasi sul lavoro tramite il pranayama, tanto che esso diventa una vera e propria sadhana (pratica yogica), da svolgere con estrema regolarità e precisione.
Gli yogi asseriscono che i nostri organi di azione, i cinque sensi, si proiettano nell’azione smossi da qualche obiettivo specifico. Negli Yoga Shastra è scritto “Chale vate chalachittam”: significa che il movimento del pranavayu, del vento del prana, mantiene la nostra mente, chitta, in perpetuo movimento e agitata, “kinetic”, come dice Lahiri Mahasaya. Ne consegue la necessità di placare le onde della mente e del cuore con una “azione” specifica, o karma.

Il termine karma proviene dalla radice sancrita “kr”, agire, effettuare. Tramite il Pranakarma, come insegna il kriya yoga, il flusso del prana viene modulato e incanalato nella spina dorsale, per essere offerto come oblazione nei centri cerebrali superiori: solo così la mente e il cuore possono essere pacificati e resi idonei per il dharana (concentrazione) e il pratyahara (ritiro dei sensi dall’esterno verso l’interno), due dei rami o angha dell’ottuplice sentiero di Patanjali, l’autore degli Yoga Sutra.

L’Universo ci ha dotati di un corpo umano, una preziosissima opportunità alla quale persino i Devata (gli dei) aspirano, secondo i Veda. Uno strumento eccellente per praticare il pranayama e la meditazione, per poter accelerare notevolmente la nostra evoluzione e far risplendere attraverso questo stesso corpo-strumento la luce dello spirito. Come vedete, mi sto ricollegando ai post precedenti: ci sarà un filo conduttore che legherà i vari argomenti, e vi prego di ricorrere al vostro discernimento per poter leggere “tra le righe”, connettendo tra loro gli argomenti che vi propongo ed utilizzandoli come una sorta d’alchimia di ricerca personale.

Tramite il corpo possiamo procurarci la nostra rovina psicofisica, ma anche lavorare per la nostra evoluzione e il raffinamento del nostro intelletto e del nostro sentire. Patanjali con il termine chitta indica quella sfera della mente/sentimento, che come le onde del mare è agitata dal vayu (vento) del prana agitato, fuori controllo. Avete mai assistito al mare in burrasca o, peggio, ancora vi siete mai trovati in navigazione in simili condizioni? Ebbene, lo stato di un respiro agitato con una mente e cuore fuori controllo ricalca la stessa situazione! A chi di noi almeno una volta nella vita non è successo di vivere questa esperienza destabilizzante, per motivi più o meno seri? Ricordate come era allora il vostro flusso respiratorio, la vostra mente, come il cuore batteva all’impazzata, e come i pensieri turbinavano come foglie al vento?

Questo perché i tre elementi di prana, respiro e mente sono tre anelli inscindibili di una catena unica: se destabilizzo uno dei tre anche gli altri due saranno toccati inesorabilmente. Ma se pongo sotto controllo tramite il pranayama il flusso respiratorio, anche la mia mente e il flusso del prana saranno modulati e ridotti pressoché a zero, entrando nello stato di ritiro dei sensi (pratyahara). Vedete dunque, praticanti di ogni tradizione, quanta importanza assume il lavoro con il pranayama, o Pranakarma.

Mettete mano a questa arte sublime di controllo del prana, studiate, ricercate, provate, cadete e continuamente rialzatevi, poiché nessuno dei vostri sforzi sarà mai invano: alla lunga sarete ripagati di ogni vostra fatica. Lahiri Mahasaya era solito ripetere “Banat, banat, ban jay!”, che significa “facendo e rifacendo (il Pranakarma) un giorno troverete che tutto sarà compiuto!”, riferendosi al controllo della mente, alle qualità divine dell’anima, e all’armonico sviluppo interiore.

Vi auguro di essere toccati anche voi dal Fuoco Sacro della ricerca, affinché possiate essere d’esempio, stimolo e servizio per gli altri, alleviando nei vostri simili la triplice sofferenza di corpo, mente ed anima.

Pranayama, ovvero l’uso cosciente del respiro

La parola Pranayama è composta da prana, che indica energia, luce, e yama, che indica regolazione, misurazione, controllo.Ricordo quando, appena diciassettenne, mi ingegnavo con le prime esperienze nell’uso del respiro secondo la tradizione yogica. Al solo pensarci oggi sorrido: quante peripezie affrontate per tentare di cavalcare la tigre del respiro! Ma già da quei primi rudimentali approcci col mio respiro, capivo che non è possibile praticare pranayama senza essere coscientemente vigili e stabiliti nel presente. È precisamente questo che percepisce chiunque si metta all’opera con il pranayama. Se la mente non è presente nel guidare il respiro, il processo diventa praticamente impossibile!

Col tempo e l’esperienza scoprii l’unità che sottende corpo, mente e respiro, tre anelli inscindibili che formano un’unica catena. Insomma, l’esperienza comune nelle pratiche respiratorie yogiche è la direzione della coscienza nel presente e l’interiorizzazione della consapevolezza.

Ecco perché il pranayama è uno degli elementi dell’ottuplice sentiero di Patanjali, o Ashtanga Yoga. La parola Ashtanga è composta da ashta, otto, e anga, membra.

La nostra mente vive quasi sempre o nelle ansie del futuro o nei rimpianti del passato: raramente è ben stabile nel presente. Vivendo nel presente noi effettuiamo invece un semplice ma fondamentale processo. Cioè spostiamo il nostro equilibrio dal sistema nervoso simpatico a quello parasimpatico, con l’effetto di ottenere sensazioni calmanti e rigeneranti, la diminuzione della frequenza cardiaca e respiratoria, la conseguente regolarizzazione della pressione sanguigna. Ritengo che già solo questi elementi, nel mondo caotico e veloce in cui viviamo, possano essere considerati un validissimo strumento di auto-aiuto e un inizio di autoconoscenza.
La pratica costante e regolare dona gradatamente qualità come serenità, autocontrollo, stabilità emotiva e psichica. La pratica personale e l’esperienza ottenuta con i miei allievi in tanti anni d’insegnamento mi portano a testimoniare la validità del pranayama, anche come preventivo di molti disturbi psicosomatici.

Questa è solo una breve introduzione, ma in seguito esploreremo questo tema, analizzandolo nei suoi molteplici aspetti, tipologia di pratiche, metodologie e implicazioni psiche-soma.