Lo Swami Sri Yukteswar nell’ashram di Serampore


Questo raro filmato del 1935 fa vedere lo Swami Sri Yuktewar Giri, la figura in piedi: sicuramente il più grande discepolo diretto di Lahiri Mahasaya, nel suo ashram in Serampore, nel distretto di Hooghly, nel Bengala occidentale. Seduto alla sua destra c’è Swami Yogananda Giri, conosciutissimo per aver diffuso la scienza del Kriya Yoga pranayama nel mondo occidentale. Ogni volta che capito a Calcutta, odierna Kolkata, non manco mai di fare visita a questo ashram, dove si pratica tutt’ora una delle più antiche tradizioni yogiche.
Ho meditato molte volte in quei sacri luoghi, e posso testimoniare che tra le loro mura  aleggia tutt’ora l’impalpabile presenza di questi giganti spirituali.

Il significato del Pranam, il saluto indiano

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Secondo la tradizione kriya yoga l’energia vitale che scorre all’interno del nostro corpo verso l’alto nella spina dorsale e al cervello è chiamata prana. L’energia vitale che fluisce verso il basso e verso l’esterno dal cervello e dalla spina dorsale è chiamata apana.

Quando ci inchiniamo nel pranam (saluto) in avanti, così che il mento incontri il petto, mentre le nostre mani sono giunte sullo sterno, curviamo il nostro corpo in avanti, ed abbiamo più consapevolezza della nostra interezza corporea e mentale. Questo inoltre favorisce l’unione delle correnti di vita di prana e apana all’interno del corpo: ecco il senso profondo  dell’atto di fare pranam. Pranam nel senso yogico è quindi la forma più alta di pranayama.

Se notate, prana, pranayama e pranam hanno la stessa etimologia. Anche la parola prono, che indica il distendersi, ha la stessa radice indoeuropea. Quando prana e apana vengono riunificate dallo yogi in se stesso, ciò rappresenta lo stato di coscienza più elevato. E quando lo yogi ha conseguito questo stato d’armonizzazione col proprio Sé, ciò è conosciuto col termine di Yogastha: radicato nell’unione interna (yoga).

Quando il Signore Krishna manifestò la sua cosmica coscienza al discepolo Arjuna, come descritto nella Bhagavadgītā, lo fece da quello stato di Yogastha, e aiutò Arjuna a conseguire il medesimo stato di coscienza. A quel punto, la comunicazione tra i due era corretta e comprensibile.

Pranam indica che si dovrebbe essere in uno stato meditativo. Quando voi parlate a qualcuno da tale stato di coscienza, e quando egli si trova nello stesso stato, allora si stabilisce la corretta comunicazione. Praticate dunque l’introspezione, grazie alla quale conoscerete il significato recondito di ogni cosa.

Riflessioni sul pranayama alla luce del kriya yoga

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Nella tradizione del kriya yoga di Lahiri Mahasaya viene posta molta enfasi sul lavoro tramite il pranayama, tanto che esso diventa una vera e propria sadhana (pratica yogica), da svolgere con estrema regolarità e precisione.
Gli yogi asseriscono che i nostri organi di azione, i cinque sensi, si proiettano nell’azione smossi da qualche obiettivo specifico. Negli Yoga Shastra è scritto “Chale vate chalachittam”: significa che il movimento del pranavayu, del vento del prana, mantiene la nostra mente, chitta, in perpetuo movimento e agitata, “kinetic”, come dice Lahiri Mahasaya. Ne consegue la necessità di placare le onde della mente e del cuore con una “azione” specifica, o karma.

Il termine karma proviene dalla radice sancrita “kr”, agire, effettuare. Tramite il Pranakarma, come insegna il kriya yoga, il flusso del prana viene modulato e incanalato nella spina dorsale, per essere offerto come oblazione nei centri cerebrali superiori: solo così la mente e il cuore possono essere pacificati e resi idonei per il dharana (concentrazione) e il pratyahara (ritiro dei sensi dall’esterno verso l’interno), due dei rami o angha dell’ottuplice sentiero di Patanjali, l’autore degli Yoga Sutra.

L’Universo ci ha dotati di un corpo umano, una preziosissima opportunità alla quale persino i Devata (gli dei) aspirano, secondo i Veda. Uno strumento eccellente per praticare il pranayama e la meditazione, per poter accelerare notevolmente la nostra evoluzione e far risplendere attraverso questo stesso corpo-strumento la luce dello spirito. Come vedete, mi sto ricollegando ai post precedenti: ci sarà un filo conduttore che legherà i vari argomenti, e vi prego di ricorrere al vostro discernimento per poter leggere “tra le righe”, connettendo tra loro gli argomenti che vi propongo ed utilizzandoli come una sorta d’alchimia di ricerca personale.

Tramite il corpo possiamo procurarci la nostra rovina psicofisica, ma anche lavorare per la nostra evoluzione e il raffinamento del nostro intelletto e del nostro sentire. Patanjali con il termine chitta indica quella sfera della mente/sentimento, che come le onde del mare è agitata dal vayu (vento) del prana agitato, fuori controllo. Avete mai assistito al mare in burrasca o, peggio, ancora vi siete mai trovati in navigazione in simili condizioni? Ebbene, lo stato di un respiro agitato con una mente e cuore fuori controllo ricalca la stessa situazione! A chi di noi almeno una volta nella vita non è successo di vivere questa esperienza destabilizzante, per motivi più o meno seri? Ricordate come era allora il vostro flusso respiratorio, la vostra mente, come il cuore batteva all’impazzata, e come i pensieri turbinavano come foglie al vento?

Questo perché i tre elementi di prana, respiro e mente sono tre anelli inscindibili di una catena unica: se destabilizzo uno dei tre anche gli altri due saranno toccati inesorabilmente. Ma se pongo sotto controllo tramite il pranayama il flusso respiratorio, anche la mia mente e il flusso del prana saranno modulati e ridotti pressoché a zero, entrando nello stato di ritiro dei sensi (pratyahara). Vedete dunque, praticanti di ogni tradizione, quanta importanza assume il lavoro con il pranayama, o Pranakarma.

Mettete mano a questa arte sublime di controllo del prana, studiate, ricercate, provate, cadete e continuamente rialzatevi, poiché nessuno dei vostri sforzi sarà mai invano: alla lunga sarete ripagati di ogni vostra fatica. Lahiri Mahasaya era solito ripetere “Banat, banat, ban jay!”, che significa “facendo e rifacendo (il Pranakarma) un giorno troverete che tutto sarà compiuto!”, riferendosi al controllo della mente, alle qualità divine dell’anima, e all’armonico sviluppo interiore.

Vi auguro di essere toccati anche voi dal Fuoco Sacro della ricerca, affinché possiate essere d’esempio, stimolo e servizio per gli altri, alleviando nei vostri simili la triplice sofferenza di corpo, mente ed anima.

L’arte di entrare nel sonno yogicamente

Questo raro filmato girato nel 1936 a Londra, testimonia il controllo che uno yogi ha sulla sua mente e sui suoi stati di coscienza. Paramahansa Yogananda fu un grande maestro della tradizione del kriya yoga, e quì dà un cenno su come scendere nello stato di sonno profondo, e su come addormentarsi, fissando la propria mente in Ajna chakra, il punto tra le sopracciglia che gli indiani identificano come “terzo occhio”.