La forza guaritrice del perdono

La+vita+più+intensa...[1]

In questo bellissimo post preso dal sito di buddhismo tibetano sangye.it è descritta meravigliosamente la forza che il perdono,applicato nelle nostre vite quotidiane, è in grado di generare. Questa forza è un potere rigenerante che beneficia in primo luogo noi stessi ma anche coloro che ci circondano, rendendoci più consapevoli sull’uso delle nostre energie interiori non ancora controllate.

“È possibile utilizzare la visualizzazione per esercitarsi al perdono. Pensiamo, ad esempio, alla sensazione di leggerezza e di gioia che ci dà anche solo immaginare di essere perdonati. Non si tratta di auto-convincimento, e quello che realmente pensa di noi la persona dalla quale desidereremmo essere perdonati non conta. Forse ci avrà completamente cancellati dalla sua mente, ma se sentiamo il bisogno di essere assolti per qualcosa vuol dire che dentro di noi c’è un malessere, un senso di vuoto, un disagio che dobbiamo smettere una volta per tutte di nutrire. Il trucco è lasciar andare la pesantezza che ci attanaglia, facendo dei respiri profondi e lasciando spazio al rasserenamento.

È necessario praticare il perdono giorno per giorno e restituire a noi stessi tutta la voglia di vivere di cui abbiamo bisogno, perché è necessaria per affrontare la vita così come si presenta, nel bene e nel male. Allontanare da noi l’odio e il livore per fare strada alla luce della pace.

Ma dove si origina il fuoco che alimenta il rancore? Quali sono i segni che ci avvertono che si è insediato dentro di noi? In genere è possibile riconoscere tre fasi del processo attraverso cui si sviluppa: la percezione di avere subito un torto, la sensazione che quel torto ci ha arrecato un danno grave e la certezza dell’offesa che brucia all’interno. Un tempo, per un’offesa ci si sfidava a duello, a volte anche all’ultimo sangue.

La reazione a un sopruso subito è caratterizzata da sensazioni intense. Sentirsi feriti ci rende rancorosi e  scatena in noi una conflagrazione di emozioni: astio, risentimento, rabbia, ansia, paura, freddezza, ostilità, odio. Queste sono tutte emozioni che ci fanno star male e che concorrono a rendere la situazione ancora più pericolosa e minacciosa. Soprattutto da giovani avvertiamo con forza il senso di giustizia e di rivincita, il desiderio di ‘far pagare’ alla persona che ci ha oltraggiato il danno che ci ha inflitto. Questo atteggiamento induce a premeditare la vendetta, lasciandoci impantanati nel senso di profanazione di sé e di umiliazione. Ma sentimenti di questo tipo sono caratterizzati da una forte resistenza a lasciar andare, a dimenticare e a perdonare. L’idea che il sollievo sia possibile solo attraverso un’accelerazione delle emozioni diventa certezza e dà adito all’incapacità di affrontare la situazione senza creare ulteriori problemi.

La soluzione sta invece nel superamento dell’offesa e nel mirare al vertice della piramide, dove dimorano il perdono e l’equilibrio ristabilito. Questo presuppone la presa di coscienza del torto subito, il riconoscimento del dolore che esso ha causato, il contatto empatico con il nostro ‘carnefice’ – ovvero, cercare di individuare le ragioni che l’hanno spinto a farci del male – e l’offerta del perdono.

Nessuno vi dirà mai che perdonare ed essere perdonati sia facile, ma non per questo è impossibile. A questo proposito, vorrei raccontarvi una storia.

La storia narra di due amici che, durante un viaggio nel deserto, videro la loro amicizia attraversare fasi alterne di alti e bassi. Come spesso accade nei rapporti interpersonali, a momenti di grande accordo, armonia e condivisione si alternarono momenti di diverbi e litigi. Poi, uno dei due passò dalle parole ai fatti e diede uno schiaffo all’altro che, profondamente ferito, si allontanò in silenzio e scrisse sulla sabbia: “Oggi il mio migliore amico mi ha dato uno schiaffo”. I due non parlarono più dell’accaduto e proseguirono il viaggio. Dopo qualche giorno trovarono un’oasi e decisero di rinfrescarsi tuffandosi in acqua. Mentre facevano il bagno, l’amico che era stato schiaffeggiato rischiò di annegare, ma l’altro gli venne immediatamente in aiuto e lo salvò. Ripresosi dallo spavento, l’uomo si appartò e scrisse su una pietra: “Oggi il mio migliore amico mi ha salvato la vita”. Passarono altri giorni, durante i quali i due amici ritrovarono la vecchia amicizia. A un certo punto, il secondo chiese al primo: “Avrei una domanda da farti. Perché, quando ti ho dato uno schiaffo, hai scritto sulla sabbia: ‘Oggi il mio migliore amico mi ha dato uno schiaffo’ e, quando ti ho salvato, hai scritto su una pietra: ‘Oggi il mio migliore amico mi ha salvato la vita’?”. L’amico rispose: “Quando mi hai dato uno schiaffo, l’ho scritto sulla sabbia affinché il vento portasse via quel ricordo. Quando mi hai salvato la vita, l’ho scritto sulla pietra affinché il tuo gesto e la mia gratitudine rimanessero incisi per sempre”.

Questa storia fornisce ottimi spunti di riflessione. Prima di tutto perché il racconto parla di un legame interpersonale e tutti noi, in qualità di esseri viventi e sociali, ne viviamo quotidianamente almeno uno. In secondo luogo, perché parla di una relazione tra amici, il che ci porta a riconoscere quali sono le nostre relazioni prioritarie. Tuttavia, il rapporto più importante è quello che dovremmo instaurare con noi stessi. Anche se essere in armonia con noi stessi è spesso difficile, e a volte richiede il lavoro di una vita intera, è di fondamentale importanza. Dobbiamo imparare a diventare i migliori amici di noi stessi per poter in seguito costruire e crescere nelle relazioni con gli altri.

Tengo a sottolineare questo concetto perché riguarda molto da vicino il processo di guarigione al quale siamo tutti chiamati. Nel contesto della guarigione il perdono è un elemento fondamentale, ma se non siamo in grado di perdonare prima di tutto noi stessi ci riuscirà molto difficile perdonare gli altri. Il perdono non è necessario se siamo colmi d’amore: quando il cuore è amorevole, non sentiamo nemmeno l’offesa. Di fronte a una persona che ci ferisce, diciamo semplicemente: “Non sa quello che sta facendo, non si rende conto del male che arreca”. Purtroppo, il più delle volte non siamo in questo stato di grazia, di apertura di cuore e di amore; anzi, siamo piuttosto permalosi, suscettibili e pieni di rancore.

Ecco qual è il senso del ‘donare a noi stessi’: assumere nei confronti di ciò che ci accade un atteggiamento di massima apertura, per vedere il quadro degli eventi nel suo insieme e capire i torti e le ragioni di ognuno. In questo modo siamo sicuri di non tralasciare niente e di usare la nostra esperienza ai fini di una maggiore comprensione e conoscenza. Se non siamo in grado di metterci in discussione, e se ci relazioniamo con atteggiamenti rigidi e autoritari, non lasciamo spazio alla ragione dell’altro e lo escludiamo dal nostro mondo. Allo stesso tempo escludiamo anche una parte di noi, quella più ricca e più bella”.

Fonte: http://www.centronirvana.it/articolididharma107.htm che sentitamente si ringrazia per la grande gentilezza. Tratto dal libro “Perdonare per guarire” di Mario Thanavaro – Ed. Magnanelli.

La trappola del nostro ego

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In questo stupendo brano de “Il piccolo Buddha” di Bernardo Bertolucci viene illustrata in maniera magistrale la raffigurazione dell’ahamkara o ego. Il Buddha, prototipo di ogni praticante dello yoga, ha dovuto affrontare numerose battaglie durante le sua ricerca del Sé, ma la battaglia più dura e sottilmente pericolosa in ultimo è stata quella contro l’ahamkara, l’ego: sé stesso. Commentate con la vostra preziosa esperienza.

L’arte di utilizzare la resistenza

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Il post di oggi è tratto dall’insegnamento si S.N.Goenka, insegnante indiano  di meditazione Vipassana. L’invito che Goenka ci fa è quello di sorvegliare i moti dell’animo durante l’arco della giornata e durante la nostra pratica yoga, per osservare come alcuni contenuti interiori (Samksaras) puntualmente si ri-affacciano durante i nostri momenti di prova quotidiani. Spesso noi opponiamo resistenza a determinati vissuti, esperienze, situazioni, persone o contesti. Ma se riflettiamo bene la resistenza altro non è che una forma di energia. Dobbiamo saper utilizzare questa preziosa energia poichè in questo Universo “nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma“. Quando oggi vi arenate su qualche problema puntando i piedi, ascoltate la vostra resistenza come una preziosa voce della vostra saggezza interiore. Sedete quietamente e permettete a quella voce di esprimersi. Ascoltate… Decidete poi quale corso di azione (se necessario) porterete avanti. Ma fatelo con la resistenza come vostra compagna, non come ostacolo fra voi e la Vita.

Quale migliore palestra di allenamento della vita quotidiana? Se tenete viva la vostra consapevolezza avrete centinaia di occasioni per poter affinare il laser della vostra presenza mentale: come un fuoco persistente brucerà ogni vostra vasana, giorno dopo giorno. Ricordate sempre ciò che Krishna insegnò al suo discepolo Arjuna nella Gita: abhyasa e vairagya sono le briglie per tenere  sotto controllo la mente irrequieta. Buona pratica e… scrivete le vostre esperienze!

“Una sensazione compare, allora comincia il gradimento o lo sgradimento. Quest’attimo fuggente, se ne siamo inconsapevoli, si ripete e intensifica fino a diventare brama e/o avversione, e si trasforma in una forte emozione che infine travolge la mente cosciente. Restiamo così intrappolati nell’emozione e tutto il nostro senno viene spazzato via. Il risultato è che ci troviamo coinvolti in discorsi e azioni malsani, nocivi a noi e agli altri. In questo modo ci creiamo da soli l’infelicità di cui soffriamo – adesso e in futuro – a causa di un momento di cieca reazione. Ma se siamo consapevoli nel momento in cui comincia il processo di reazione – cioè se siamo consapevoli della sensazione – possiamo scegliere di non consentire che la reazione avvenga o si intensifichi. In quei momenti la mente è libera. Forse, inizialmente, questi possono essere solo alcuni momenti in un’intera ora di meditazione mentre per il resto del tempo la mente rimane preda della vecchia abitudine di reagire alle sensazioni, prigioniera del vecchio circolo vizioso della brama, dell’avversione e dell’afflizione. Ma, con la pratica, quei pochi brevi momenti si trasformeranno prima in secondi, poi in minuti, finché, infine, la vecchia abitudine a reagire non si spezza e la mente resta continuamente in pace.Questo è il modo in cui la sofferenza può essere interrotta.”

FONTE: www.oradimeditazione.net                                                           L’ora di meditazione

Lasciar andare

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“La rinuncia non dev’essere considerata come una negazione: mi è stato insegnato che consiste nel lasciar andare la presa. Ciò cui si rinuncia è la chiusura, l’esser tagliati fuori dalla vita. Si potrebbe dire che la rinuncia non è che apertura al momento presente….Rinuncia è rendersi conto che la nostalgia per il desiderio di restare in un mondo protetto, limitato e piccolo è insana. Una volta che cominciate a rendervi conto di quanto grande sia il mondo e di quanto vasto sia il nostro potenziale di sperimentare la vita, allora comincerete realmente a comprendere la rinuncia. Quando ci sediamo in meditazione, avvertiamo l’alito che esce ed abbiamo una certa disposizione ad essere aperti al momento presente; ma allora la mente si mette a divagare in ogni genere di storie e fabbricazioni e realtà costruite, così diciamo tra noi e noi: «È pensiero». Lo diciamo con molta gentilezza e precisione. Ogni volta che siamo disposti a lasciar andare il filo della storia e ogni volta che siamo disposti a lasciar andare il respiro alla conclusione dell’esalazione, questa è la rinuncia fondamentale: impariamo come lasciar andare ciò cui ci aggrappiamo e ciò che tratteniamo”.

Fonte: Pema Chodron© copyleft perle.risveglio.net

Tra un pranayama e l’altro

 
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Il respiro è vita: conosci il respiro, conosci la vita!
“Il primo gesto che facciamo nel mondo   è una inspirazione, …e poi piangiamo, mentre tutti ridono.   L’ultimo gesto che facciamo, invece, è una espirazione, …  mentre tutti piangono …e noi ridiamo.   La nostra vita intera si svolge tra una inspirazione ed una espirazione.”