I vrittis o modificazioni della mente

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“Yoga chitta vritti nirodha” dice Patanjali negli Yoga Sutra: lo yoga controlla le vritti (onde fluttuanti) di chitta (la mente instabile). Ma cosa sono in realtà questi vritti? Come agiscono dalla mente e perché ciò accade? In questo brano che vi propongo Swami Shivananda di Rishikesh da questa sublime spiegazione alla luce della disciplina yogica, spiegando alcuni  punti chiave per capira le nostre pratiche dello yoga, conoscere noi stessi un pochino di più  e rendere funzionali questi insegnamenti antichi come le montagne. Questo è solo un primo flebile accenno riguardo alla vastità dell’argomento. Ma come insegnava Lahiri Mahasaya – Banat, banat, ban jay – facendo gradatamente la nostra pratica giornaliera un giorno si arriverà alla mèta desiderata. Scriverò ancora sui processi interni dello yoga, toccando ogni volta argomenti che riguardano le nostre pratiche quotidiane. Vi auguro una buona lettura e… scrivetemi le vostre esperienze perché sono un prezioso feedback per me e per gli altri che leggeranno i vostri commenti. Grazie.

“Vrittti significa mulinello,vortice; è un’onda di pensiero che sorge dall’anthakarana (mente involuta interna). I vritti sono modificazione della mente, sono un effetto dell’ignoranza (avidya). Quando l’ignoranza viene distrutta dalla conoscenza yogica (jnana), i vritti vengono riassorbiti nel Brahman (il sé infinito), come l’acqua messa in un tegame caldo è assorbita dal tegame  .

 Da dove sorge un vritti? Dalla mente, o citta. Perchè nasce? Fa parte della  natura dell’anthakarana. Qual’è la sua funzione? Rimuovere il velo dell’ignoranza grossolana che avvolge gli oggetti; favorire l’evoluzione dell’uomo fino al raggiungimento della perfezione. In un saggio è un vritti che fa ascendere Kundalini all‘ajna chakra per congiungerla al sahasrara. Questa è una via.

Il citta è la sostanza mentale. Il vritti o onda pensiero è una modificazione della sostanza mentale. Come sulla superficie dell’oceano si formano onde e bollicine, così i vritti si levano dalla superficie dell’oceano della mente. Come dal sole emanano tanti raggi, così dal sole della mente emanano questi raggi mentali (modificazioni di vritti). Come il sole al tramonto s’immerge nell’orizzonte raccogliendo i suoi raggi, così dovrete immergervi nel Sole dei soli – la Coscienza Assoluta, la Pace Eterna – raccogliendo tutti i raggi mentali sparpagliati e dissolvendo la mente stessa.

Secondo il raja yoga di Maharishi Patanjali ci sono 5 vritti o funzioni mentali: pramana (giusta nozione o giusta prova), viparaya (malinteso), vikalpa (fantasia o immaginazione), nidra (sonno) e smriti (memoria). Tutti questi vritti vanno assolutamente tenuti sotto controllo dalla disciplina yogica. La mente assume la forma di qualsiasi oggetto su cui si concentra con i propri sforzi. Se pensa a una donna o a un uomo, assume la forma di una donna o di un uomo. Questo vritti si chiama “tadakara”. Se pensa a Dio o a Brahman, si sviluppa il “Brahmakara vritti”. Nel primo caso nella mente verrà infuso rajas (la passione), nel secondo caso verrà infuso sattva (la purezza, virtù).

Quando la mente pensa agli oggetti e vi si sofferma, assuma la forma di quegli oggetti. Questo si chiama vishayakara vritti. Quando pensa a Brahman o all’Infinito, si forma il Brahmakara vritti. Il sadhaka (praticante di yoga) deve essere molto vigile, guardingo e attento nell’osservare la mente e le sue attività; deve trasformare il vishayakara vritti in Brahmakara vritti. Si tratta di una lotta veramente ardua. Non è l’oggetto che ci lega, ma il vritti; l’identificazione con il vritti causa attaccamento e schiavitù. Ci identifichiamo con il vritti a causa di avidya, l’ignoranza, come quando diciamo “Sono proprio arrabbiato ! “. Quando con le pratiche di pranayama e meditazione cercate di sentire che siete il Sé infinito si genera Brahmakara vritti. E nel Brahman (il Sé infinito) non vi è più vritti.

Fonte: La mente – i suoi misteri e il suo controllo – Swami Sivananda, Edizioni Vidyananda

La battaglia della meditazione

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Il brano che vi propongo è tratto dall’interpretazione della Bhagavad  Gita da parte di Paramahansa Yogananda, che diffuse il metodo del Kriya Yoga di Lahiri Mahasaya nell’occidente.
Il Kriya Yoga è un sistema di pranayama, mudra e meditazione che ha come scopo la pacificazione delle onde mentali e l’instaurarsi di profondi stati meditativi. Questo sistema è conosciuto da secoli in India e solo dagli anni venti, con l’arrivo di Paramahansa  Yogananda negli Stati Uniti, è stata possibile una graduale diffusione di questa Vidya (conoscenza) in molti paesi del mondo.
Seguo questa disciplina yogica dall’età di 17 anni, e  l’ho gradualmente sempre più approfondita e arricchita, grazie ai costanti viaggi in India nel Bengala orientale, nell’Orissa e in Himalaya per poter accedere a questi elaborati sistemi di pranayama. Spero che l’interpretazione dei versi 21 e 22 del primo capitolo della Bhagavad Gita alla luce della scienza del pranayama vi possa essere utile nella pratica dello yoga.
Rammentate sempre ciò che Patanjali insegnava negli Yoga Sutra:
Yoga chitta vritti nirodha –  Lo yoga serve per placare le onde agitate (vritti) della mente..
I nostri problemi iniziano quando la mente non viene controllata. La nostra pace (shanty) inizia con il disciplinare gradualmente e con metodo la nostra mente ribelle. Questo è l’insegnamento senza tempo dello yoga. Fortunato chi ne può accedere. Diverrà una benedizione per sé stesso e per chi lo circonda.
Versi 21 e 22 del primo capitolo
Arjuna disse con riverenza: – O Immutabile Krishna, metteresti gentilmente il tuo carro tra i due eserciti, affinché possa vedere quelli che sono pronti in ordine di battaglia? Alla vigilia della guerra fammi vedere con chi devo combattere – .
“La leggenda dice che nella battaglia tra i buoni Pandava e i malvagi Kaurava, Krishna fu l’auriga di uno dei fratelli Pandava, Arjuna. L’allegoria interpretata significa che quando l’ardente autocontrollo del devoto (Arjuna) è pronto a combattere tutte le forze dei sensi, allora lo Spirito (Krishna)diventa l’auriga e il potere guida che conduce il carro della vita alla vittoria nella battaglia contro le lusinghe dei sensi.
Ci sono tre stati nella meditazione Nel primo stato il devoto è disturbato guardando mentalmente le forze dell’agitazione che deve vincere. In questo stato, la sua mente è concentrata sui suoni materiali e i pensieri irrequieti.
Nel secondo stato  contatta il calmo Spirito interiore, e quindi chiede mentalmente al Potere Divino di guidarlo tra le calme forze della mente agitata e legata al corpo.
Nel primo stato la coscienza del devoto si trova nei centri dei sensi. Milioni di devoti superficiali non vanno mai oltre questo stato di lotta tra i sensi e l’intuizione.
Nel secondo stato la coscienza e l’energia del devoto vengono accentrate nei plessi spinali (chakra). E’ allora che incontra lo Spirito nei plessi cerebrali e si vede sul comune campo di battaglia della spina dorsale (Kurukshetra), dove le contendenti forze spinali e le forze dei sensi rimangono sotto forma sottile. Se vincono i sensi, il devoto diventa prigioniero della carne. Se vincono forze spirituali intuitive della Beatitudine (ananda) e della Pace (shanty), allora il devoto è portato più profondamente nel regno del puro Spirito. Questo è il terzo stato; da quì non c’è quasi mai pericolo di ricadere nella coscienza dei sensi”.
Nel secondo stato il devoto sente una spinta simultanea sia verso i sensi corporei sia verso i plessi spinali (chakra). E’ allora che il devoto chiede di mettere il carro dell’intuizione tra le sottili percezioni divine e le grossolane percezioni dei sensi. Il devoto spera, con l’aiuto dello Spirito, d’incoraggiare le sue forze di meditazione (Pandava) a combattere le forze dell’agitazione (Kaurava)”.

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Condividi la tua positività, condividi la tua Luce, condividi tutto ciò che hai.Qualunque cosa bella tu abbia non accumularla. La tua saggezza condividila. La tua preghiera condividila. Il tuo amore, la tua felicità, la tua gioia, condividila. Dai il sacro pasto ai cani, getta le perle ai porci, ciò che importa è il dare.

Accumulare avvelena il cuore. Ogni forma di accumulazione è velenosa. Condividendo liberi il tuo organismo dai veleni. Quando dai non curarti se coloro a cui dai ti dicono “grazie”!

Viceversa, sii grato tu stesso perché quella persona è stata disposta ad ascoltare la tua canzone, a guardare la tua danza. Siile grato perché quando sei venuto per dare non ti ha respinto, mentre avrebbe potuto respingerti.

Il controllo della mente

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“Quando vi sentite mal disposti, irritati o tristi, restate tranquilli a casa vostra, fate un lavoro con la luce, pregate, meditate, cantate, ascoltate della musica…Oppure uscite, andate a camminare un po’ nella natura, respirate profondamente legandovi alla terra, agli alberi, al cielo…
Presentatevi davanti ai vostri genitori e ai vostri amici solo quando vi sentite liberi e in grado di portare loro qualcosa di buono, di luminoso, di costruttivo. Osservatevi, e constaterete che spesso fate esattamente il contrario: quando tutto va storto, vi precipitate da qualcuno, per farlo partecipe delle vostre preoccupazioni e dei vostri dispiaceri, e quando invece tutto va bene, non avete niente da dire loro. Sì, è straordinario: quando tutto va bene, non si ha nulla da raccontare!
Non pensate che vi sia in tutto ciò qualcosa da correggere, e che dovreste imparare a condividere con gli altri unicamente i vostri stati positivi?”

I cinque maggiori rimpianti

“NON RIMPIANGERE NULLA DI CIO’ CHE E’ SUCCESSO NELLA TUA VITA, NON PUO’ ESSERE CAMBIATO, RIFATTO, DIMENTICATO. QUINDI PRENDILO COME LEZIONE ACQUISITA‚ E VAI OLTRE”

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In questo articolo preso dal blog Salute olistica, Bronnie Ware scrittrice-cantante-autrice australiana, nel suo libro  ‘The Top Five Regrets of The Dying.’ (I 5 grandi rimpianti dei morenti), descrive i cinque principali ostacoli che imprigionano la nostra consapevolezza nelle basse sfere della coscienza. Le nostre vite sono protese in avanti, concentrate su un ipotetico futuro che, troppo spesso, non accadrà mai. Quanti investimenti di pensieri, parole, sentimenti, delle nostre più nobili energie per arrivare in ultimo a una valutazione di fine vita dove ci si accorge che “il bilancio è zero” ossia né profitti né perdite, e dove tutto ha comunque seguito il flusso silente dell’Universo. Nonostante noi stessi. Nonostante i nostri attaccamenti. Nonostante le nostre resistenze. Panta rei, come insegnava Eraclito. Tutto scorre…
“Quanto segue sono testimonianze raccolte da una infermiera di cure palliative. Ma prima di proseguire è importante ricordare che indipendentemente da dove siamo nella vita, non c’è bisogno di rimpianto. Il processo del rimpianto ci espone alla sofferenza dal momento. Nel rimpiangere qualcosa, permettiamo che il passato detti legge su come dovremmo sentirci ora. Invece, possiamo usare il passato  come punto di riferimento per comprendere cosa vorremmo e potremmo sistemare proseguendo nel nostro cammino di vita. Questi “aggiustamenti” non dovrebbero essere conseguenza di dolore, sofferenza, rimpianto  o giudizio, ma semplicemente una scelta nel voler fare le cose in modo diverso.
Impariamo continuamente nella nostra vita, ma possiamo rallentare molto velocemente il nostro apprendimento se restiamo incastrati nell’idea del rimpianto. Quando devi fare delle scelte o le stai facendo sii in pace col passato e ricorda: ogni momento è un nuova scelta”.
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1. Avrei voluto avere il coraggio di vivere una vita fedele a me stessa, non quella che gli altri si aspettavano da me.

Questo è stato il rimpianto più condiviso da tutti. Quando le persone capiscono che la loro vita è quasi finita e si guardano indietro con chiarezza, è facile vedere quanti sogni non hanno realizzato. Molte persone non hanno “onorato” nemmeno la metà dei loro sogni ed hanno dovuto morire sapendo che questo era imputabile al tipo di scelte che avevano fatto o non fatto. La salute porta una libertà di cui si rendono conto solo in pochi. Lo si capisce quando la salute se ne va.

2. Avrei voluto non lavorare cosi tanto.

Questa affermazione  è giunti da ogni paziente uomo che ho assistito. Queste persone si erano persi la gioventù dei loro figli  e la compagnia della propria partner. Anche le donne hanno parlato di questo rimpianto, ma siccome la maggior parte veniva da una vecchia generazione, molte delle pazienti donne  non avevano lavorato per guadagnarsi da vivere. Tutti gli uomini che ho assistito rimpiangevano profondamente di aver speso cosi tanto tempo della loro vita nella routine di una esistenza basata sul lavoro.

3. Avrei voluto avere il coraggio di esprimere le miei emozioni.

Molte persone hanno soppresso le loro emozioni per mantenere la pace con gli altri. Però il risultato è stato che la loro esistenza è stata mediocre e non sono mai diventati quello che avrebbero potuto veramente diventare. Molti hanno sviluppato una malattia come risultato conseguente  all’amarezza  e al risentimento che avevano in sé.

4. Avrei voluto stare in contatto con i miei amici.

Spesso non si sono resi conto di quanto fosse benefico avere vecchi amici, se non quando era troppo tardi perché non era più possibile rintracciarli. Molti sono stati cosi catturati nelle loro vite, da aver lasciato scappar via amicizie d’oro. Ci sono stati molti rimpianti per non aver dato all’amicizia il tempo e l’impegno che meritava. A tutti mancano quegli amici che stanno per morire.

5. Avrei voluto permettermi di essere più felice.

Questo “rimpianto” sorprendentemente è molto frequente. In molti non si sono resi conto, se non alla fine, che la felicità è una scelta. Sono rimasti incollati a vecchi schemi  e abitudini.  Il cosiddetto ‘comfort’ della familiarità aveva inondato le loro emozioni  e le loro vite fisiche. La paura del cambiamento  aveva fatto si che fingessero con gli altri e con se stessi, di essere contenti.

Fonte: Salute Olistica