Omaggio a un grande ricercatore ed “entronauta”, Franco Battiato, impegnato anche lui nella diffusione delle pratiche meditative della tradizione Sufi. Ascoltate la musica e le parole. Si viene portati per qualche minuto nell’Eterno Momento Presente, nostra vera dimora.
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Meditazione come terapia
Pratiche spirituali, meditazione o preghiera possono aiutare a difendere il cervello dalla depressione. Lo studio pubblicato su Jama Psychiatry che riabilita il ruolo dimenticato della spiritualità. La meditazione fa bene. E su questo tema, sono ormai decine le ricerche che ne hanno dato conferma. Anche altre pratiche meditative, indubbiamente, sono utili anche alla salute. Ma finalmente adesso ne conosciamo il motivo. Le pratiche spirituali, infatti, sarebbero legate a un ispessimento della corteccia cerebrale.
Il risultato che ne deriva, secondo alcuni studiosi della Columbia University, proteggerebbe dalla depressione e da altri disturbi di salute mentale, in particolare nei soggetti geneticamente predisposti. I sintomi della depressione provocano nei soggetti calo di interesse nelle attività di gruppo, nelle varie relazioni sociali (amicizie, famiglia, interessi culturali, sportivi ecc.) e nell’amore per la vita stessa.
Secondo recenti stime la depressione colpisce ben 121 milioni di persone in tutto il mondo. Per tale motivo, alcuni ricercatori hanno deciso di indagare sulle motivazioni scatenanti e se ci sono reali effetti protettivi legati alla ricerca spirituale (atma vichara). Per far ciò, sono stati coinvolte 103 persone adulte, sia ad alto che basso rischio di depressione. Tale rischio era basato sostanzialmente sul vissuto familiare dei soggetti. Nei volontari sottoposti a risonanza magnetica si è potuto notare come chi dava grande importanza alla ricerca interiore o alla spiritualità in generale, possedesse delle cortecce cerebrali molto più spesse, rispetto a soggetti non interessati allo yoga o al Dharma. Ma non è tutto: tale ispessimento si notava in particolar modo nelle stessa zona in cui vi era un evidente assottigliamento nelle persone con altissimo rischio di depressione: come se il tessuto cerebrale nei soggetti ad alto rischio depressivo venisse lentamente eroso!
“Il nuovo studio collega questo (estremamente grande) beneficio protettivo della spiritualità o religione” – spiega Lisa Miller, docente di Psicologia e direttrice dello Spirituality Mind Body Institute presso il Teachers College della Columbia University . Studi precedenti erano riusciti a individuare grandi distese di assottigliamento corticale in regioni specifiche del cervello, nei figli adulti di famiglie ad alto rischio di depressione. Prima di tale ricerca, Miller e il suo team avevano rilevato una diminuzione del 90% della depressione nelle persone che seguivano pratiche spirituali o meditative rispetto ai genitori che, invece, erano soggetti ad alto rischio.
Dai risultati dello studio pubblicato su JAMA Psychiatry è anche emerso che la frequenza regolare di un luogo preposto – per esempio frequentare una chiesa, un tempio, un centro – non era assolutamente necessaria. Era invece di estrema importanza il rilievo che si dava alla disciplina o alle proprie pratiche. Miller afferma che senz’altro saranno necessarie ulteriori ricerche in merito, ma già i dati ottenuti sono molto promettenti e mettono in evidenza come una pratica meditativa possa incidere notevolmente anche a livello fisiologico.
Potremmo concludere l’articolo, ricordando l’antico detto di Virigilio – anche se inizialmente il senso era un po’ differente – “Mens agitat molem”, e cioè lo spirito vivifica la materia. A questo aggiungerei il primo degli Yoga Sutra di Patanjali: “Yoga Chitta Vritti Nirodha”, che immancabilmente sottolinea: “La pratica dello yoga tiene sotto controllo le onde agitate (Vrittis) della mente (Chitta)”. Meditate, gente, meditate! Scrivetemi le vostre esperienze utili per chi ci segue.
Fonte: lastampa.it del 22-01-14, – Neuroanatomical Correlates of Religiosity and Spirituality
Pratica breve settimanale
Questo post è dedicato ai praticanti gravati da molti impegni lavorativi e familiari, che a volte riescono a ritagliare appena mezz’ora al giorno per la pratica a casa. Niente paura! Spesso è meglio fare poco, bene ma regolarmente, che praticare solo le due volte settimanali con l’insegnante e pretendere in quei giorni di fare cose oltre la nostra portata, ma ciò che è peggio non supportati da un minimo di regolare pratica quotidiana, fossero anche asana ristorativi.
Per cui oggi vi propongo un breve schema di lavoro che, se praticato altre due volte oltre alle lezioni svolte nel vostro centro di yoga, farà la differenza nel vostro corpo e nella vostra mente e verrà notato anche da chi vi insegna. Mezz’ora di pratica a casa due volte la settimana non è un impegno gravoso e i benefici non tarderanno a farsi sentire. Dobbiamo prenderci cura di noi stessi per mantenere il nostro benessere psicofisico. Quindi buon lavoro e… fatemi sapere!
Fonte:Iyengar yoga center of North County – San Diego – California
Divenire un lago di pace
“Amaro! Salatissimo!” rispose il giovane sputando l’acqua.
Il maestro sorrise senza parlare, poi chiese al giovane uomo di seguirlo.
Mentre qualche goccia ancora cadeva dal suo mento, il maestro gli chiese “Che sapore ha?”.
“Fresco” disse il discepolo.
“Senti ancora il sapore del sale?”
“No” disse il giovane.
“Il dolore della vita è puro sale. Niente di più, niente di meno. La quantità di dolore nella vita rimane esattamente la stessa e non la si può evitare. Tuttavia quanta amarezza proviamo, dipende dal contenitore in cui riversiamo il nostro dolore. Per cui quando provi sofferenza, l’unica cosa che puoi fare è ampliare il tuo senso delle cose. Smetti di essere un bicchiere e diventa un lago!”
Posizionare i piedi in Parivrtta Trikonasana
Questo post, simile al precedente, è dedicato ai miei allievi che nutrono ancora qualche dubbio sulla corretta disposizione dei piedi quando si eseguono asana del tipo Parivrtta Trikonasana e Parsvottanasana. Visualizzate una immaginaria linea centrale che divide longitudinalmente il vostro tappetino di yoga in due parti esatte. I primi mesi di pratica del sistema Iyengar io usavo disegnare questa linea con un pennarello indelebile per capire ancor meglio le azioni dei piedi negli Utthita Sthtiti (posizioni in piedi). O se proprio non volete pasticciare il vostro tappetino, ponete una cintura in lunghezza per dividerlo in due metà esatte. Come illustrato nella figura posizionate i vostri piedi. Dopo qualche settimana di pratica costante e attenta, il “mistero” su come i vostri piedi dovranno posizionarsi e agire non sarà più tale. Per cui praticate fino alla corretta comprensione e…buon Iyengar yoga!

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