Magia della Via Lattea

 

 

“Le stelle non sono solo corpi celesti che producono ed emettono energia, ma sono mondi popolati da entità spirituali che ci inviano messaggi. Percorrendo con lo sguardo la volta celeste, trovate una stella sulla quale sentite il bisogno di soffermarvi perché, lo percepite, avete con essa un legame vivo. Concentratevi su quella stella e rivolgetevi agli angeli che la abitano. Sono amici ai quali potete confidare le vostre
preoccupazioni, i  vostri dispiaceri, ma soprattutto le vostre aspirazioni e le vostre speranze.
Da tali esperienze ritornerete con una più vasta comprensione della vita, con la sensazione che non siete mai soli e che vi sono forze benevole a occuparsi di voi, a intrattenersi con voi. Anche se non sapete chi esse siano esattamente, sentirete la loro presenza. Dinanzi all’immensità della volta celeste l’essere umano, è vero, rappresenta ben poca cosa, ma questa non è una buona ragione per sentirsi soli o smarriti.”

 

 

Pramana, Viparyaya e Vikalpa nella pratica degli asana

 

Il post che vi propongo oggi è la traduzione di un interessante articolo scritto nel suo blog dall’insegnante di Iyengar yoga israeliano Eyal Shifroni, che ritengo essenziale per dare ad ogni praticante quella consapevolezza interiore durante lo studio degli asana, senza la quale la nostra pratica si riduce ad una sterile sequenza di asana da eseguire meccanicamente. In realtà lo yoga è molto, molto di più di asana eseguiti roboticamente in sequenza.. Leggiamo cosa Eyal Shifroni ha da dire riguardo le posture e il modo in cui il nostro sguardo interiore dovrebbe attivarsi durante la nostra pratica.

Nel suo Yoga Sutras Patanjali discute sui cinque tipi di vrittis, o fluttuazioni della coscienza. “I vrittis sono differenti tipi di pensieri o attività mentali. Quali sono queste cinque vrittis? (Le attività mentali) sono causate da conoscenza valida (pramana), illusione (viparyaya), delusione (vikalpa), sonno (nidra) e memoria (smriti)”  (Sutra 1.6 da Light on Yoga Sutras of Patanjali, di B.K.S.Iyengar). La conoscenza non corretta è quando noi pensiamo di conoscere qualcosa, ma in realtà ci sbagliamo. La concettualizzazione, delusione o fantasia (vikalpa) è una condizione nella quale la nostra mente crea una percezione che non è basata sui fatti attuali. Gran parte dei nostri pensieri sono fantasie ed immagini che non sono basate sulla realtà. La nostra mente ha la capacità di creare interi mondi immaginari.

Nelle nostre vita quotidiane siamo costantemente immersi in queste vrittis; Patanjali scrive che  “Yoga è la cessazione dei movimenti della coscienza” e che una volta che l’attività si ferma, “l’osservatore”  o principio cosciente del nostro essere, “vi permane in tutto il suo vero splendore” (da Sutra 1.2 a 1.3). Si possono intraprendere lunghi discorsi e teorizzare molte ipotesi sul concetto di “cessazione dell’attività mentale” e cosa Patanjali realmente intendeva su questo. In ogni caso Patanjali non esclude tutta l’attività della mente e indica (nel Sutra 1.5) “che l’attività mentale può essere dolorosa e non dolorosa”.

Nella vita d’ogni giorno noi vogliamo che le nostre azioni siano basate sulla conoscenza valida (pramana) e non sulla conoscenza non corretta (viparyaya) o su immagini inconsistenti (vikalpa). Mentre pratichiamo gli asana noi possiamo, attraverso la nostra esperienza fisica, consapevolezza, osservazione e correzione stabilire una corretta conoscenza.

???????????????????????????????

Per esempio, quando ci riallunghiamo in Urdhva Baddhangulyasana, noi vogliamo estendere l’intera colonna in maniera tale che nel torace la parte dietro sarà ugualmente estesa come la parte davanti. Ma spesso, a causa di una insufficiente mobilità articolare nelle spalle o a mancanza di consapevolezza, noi estendiamo la parte frontale del torace a detrimento della schiena, così che la schiena ne risulta in effetti accorciata. Questo è un esempio di “conoscenza non corretta”. Pensiamo che stiamo estendendo, mentre in pratica stiamo accorciando… In realtà riallunghiamo la nostra colonna frontale ma accorciamo il retro della nostra colonna. Una delle ragioni è che la consapevolezza del nostro corpo è carente: siamo consapevoli maggiormente del davanti del corpo, semplicemente perché lo vediamo; quel che accade nella schiena è in maggior parte inesistente per noi.

Così da portare consapevolezza nella schiena, noi possiamo praticare la posizione con la nostra schiena al muro (o ad un’angolo del muro). Da qui, possiamo usare il senso del tatto per capire il posizionamento della nostra schiena. Col portare consapevolezza nella schiena, noi possiamo correggere la nostra conoscenza-non corretta, e apprendere come riallungare in maniera uguale la parte avanti e dietro della colonna, e muoversi così da viparyaya a pramana.

u.-baddangulia-with-wall[1]

Tale pratica che coltiva la consapevolezza può sviluppare una conoscenza valida circa una parte importante della realtà: il nostro corpo. Percependo correttamente il posizionamento del nostro corpo nello spazio e le varie attività che svolgiamo con esso, ci stiamo aprendo alla corretta percezione di ciò che è giusto e sbagliato in altre aree della nostra esperienza. Inoltre, la pratica corretta che è svolta con osservazione riflessiva può rimodulare e donarci, attraverso l’esperienza fisica, un senso di distinzione tra giusto e sbagliato. Questa abilità è la base per fissare pramana, o valida percezione della realtà.

Cos’è che costruisce il pramana?

Patanjali dice “la conoscenza valida è diretta (pratyaksha), dedotta (anumana) o provata come reale (agama)”. Quando iniziamo a praticare, non abbiamo la diretta percezione basata sui dati sensoriali e dobbiamo basarci sull’evidenza esterna, che vuol dire, ascoltare ciò che ci dice l’insegnante, o leggere libri sullo yoga ed apprendere da questi (agama). Più tardi, quando iniziamo a ravvisarne lo scopo, possiamo trarne delle conclusioni o delle deduzioni razionali in merito (anumana). Solo quando diveniamo abili e maturi possiamo raggiungere la percezione intuitiva diretta della realtà che sperimentiamo (pratyaksha).

Iyengar racconta del suo sentiero dello yoga (volume 3 di Astadala Yoga Mala) e dice “Capovolgendo il sutra 1.7 di Patanjali, imparai l’importanza del sadhana. Presi ogni asana, Utthita Trikonasana, Tadasana o Vrshikasana come una scrittura spirituale (agama). Per me ogni asana divenne un libro di letteratura. Sapendo che ogni asana è un’icona archetipica del corpo, lavorai per ottenere quella raffinatezza in ognuna. Per questo usai il riferimento di Patanjali, per applicare la mia stessa immaginazione logica (anumana). Quindi, praticai usando i props e gli aggiustamenti in diverse maniere. Improvvisamente, sperimento naturalezza, armonia, padronanza e ritmo nelle varie parti del corpo, e leggerezza nella mente. Questo senso d’armonia nel corpo e di leggerezza nella mente mi condusse alla valida conoscenza (pramana). Questa valida conoscenza mi portò alla percezione intuitiva (pratyaksha-pramana)”.

La resilienza: l’arte di attraversare le sfide della vita

imagesDCZOF0RG

 

 

La resilienza indica la capacità di far fronte in maniera propositiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà che abbiamo attraversato. È la capacità di ricostruirsi restando sensibili nell’animo, senza perdere la propria umanità e non mancando l’opportunità svelata dalla sfida che abbiamo appena vissuto.
Persone resilienti sono coloro che immerse in circostanze avverse riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti, mete che, senza quell’ostacolo o quella difficoltà, difficilmente avrebbero pensato di superare.

Geeta Iyengar testimonia a riguardo: “Nessuno può raggiungere la meta con un solo balzo. Se volete andare in cima all’Everest, ogni giorno dovete praticare alpinismo. Ad ogni altitudine raggiunta il vostro corpo deve acclimatarsi. Dovreste essere in grado di respirare, e dovreste essere in grado di tollerare (l’ambiente). Dobbiamo progredire con gradualità, divenire acclimatati. Quella è la sadhana, il sentiero verso la libertà. E questa è la maniera in cui avviene la purificazione”.

B.K.S.Iyengar insegna a tal proposito: “La sfida dello yoga è di guidarci al di là nostri limiti, ragionevolmente. Espandiamo continuamente la cornice mentale utilizzando le tele del corpo. E’ come se dovessimo distendere sempre di più una tela per creare una superficie più ampia per un dipinto. Ma dobbiamo rispettare la forma attuale del corpo.

Se tiriamo la tela con troppa intensità o troppa velocità, finiremo per strapparla. Se la pratica di oggi danneggia la pratica di domani, significa che non è una pratica corretta. Lo yoga mira alla purificazione e all’esplorazione dell’organismo, come anche a raffinare la mente.

Per raggiungere questi obiettivi c’è bisogno della forza di volontà, sia per osservare che, allo stesso tempo, sopportare il dolore fisico senza incrementarlo”. 

Fonte: B.K.S.Iyengar ” Vita nello yoga”- Edizioni Mediterranee, Ascent Magazine

 

Il dolore: trovare l’equilibrio mentale nella tempesta

images[3]

 

Quando un principiante inizia la pratica dell’Iyengar yoga, incontra numerose difficoltà legate ad un corpo rigido. Le articolazioni sono chiuse, non si arriva a toccare i piedi con le mani, tremori nel corpo, fatica e tanti altri problemi legati ad una pratica al momento in erba. Tutto questo con una applicazione perseverante, seria e tenace verrà gradualmente superato.

Ricordo con un sorriso la frustrazione provata nel non poter toccare i miei piedi al mio primo Uttanasana, il dolore nel retro coscia e la sensazione di “non farcela più”.  Più si va avanti con la pratica, più questo senso di dover migliorare la qualità del nostro Yoga si fa sempre più sottile, profondo, e la capacità di resistenza aumenta sia nel corpo che nella mente.

Diveniamo più abili nel gestire il dolore fisico e strutturiamo la nostra mente con la “capacita di passare attraverso il dolore rimanendo integri”. Non è cosa da poco. E’ uno degli innumerevoli doni dello Yoga. Sperimentiamo su noi stessi che il dolore è un aspetto inevitabile della pratica degli asana,  legato alle mutevoli condizioni del nostro corpo. Quando insegno ai miei studenti amo spesso paragonare, per legge d’analogia, la pratica dello Yoga con la Vita stessa.

Spesso ci troviamo faccia a faccia col dolore nel nostro vissuto quotidiano, e la nostra abilità di praticanti consiste nel “trovare l’equilibrio del Cuore in mezzo alla tempesta”, senza fuggire, senza recriminare, ben centrati sul presente che ci appartiene. Leggiamo le parole del Maestro B.K.S.Iyengar in merito al dolore sperimentato durante una sessione di asana: ci aprirà a una nuova comprensione sul perchè si deve passare necessariamente su questo sentiero, e come tutto sarà preziosamente indispensabile per la nostra crescita interiore.

Molte persone si concentrano sul passato o sul futuro per evitare di sperimentare il presente, spesso perché il presente è doloroso o difficile da sopportare. Durante una lezione di Yoga, molti studenti pensano di dover semplicemente “serrare i denti e sopportare il dolore” finché l’insegnante non dice loro di uscire dalla posizione assunta.

Questo modo di vedere lo yoga come una specie di ginnastica estetica è profondamente sbagliato. Il dolore esiste per farci da insegnante, perché la vita è piena di dolore. Solo nello sforzo c’è la conoscenza. Solo quando c’è il dolore è possibile vedere la luce. Il dolore è il nostro Guru.

Così come sperimentiamo il piacere in maniera gioiosa, dobbiamo anche imparare a non perdere la nostra felicità quando ci troviamo di fronte al dolore. Così come vediamo il bene nel piacere dovremmo imparare a vedere il bene anche nel dolore. Imparate a trovare sollievo anche nel malessere. Non dobbiamo cercare di fuggire dal dolore, ma piuttosto cercare di superarlo passandoci attraverso.

In questo modo coltiviamo sia la tenacia che la perseveranza, due qualità fondamentali nell’atteggiamento spirituale da tenere nei confronti sia dello yoga, sia della vita in generale. Come le norme etiche dello yoga purificano le nostre azioni nel mondo esterno, gli asana e il pranayama purificano il nostro mondo interiore. Utilizziamo queste pratiche per imparare a sopportare e superare gli inevitabili dolori e sofferenze della vita.

Permettetemi di fare un esempio. Per scoprire se abbiamo il diabete dobbiamo sottoporci ad un test che rivela in che modo il nostro corpo tollera gli zuccheri. Allo stesso modo, le pratiche dello yoga ci rivelano quanto dolore il nostro corpo è in grado di sopportare e quanta sofferenza può essere tollerata dalla nostra mente. Poiché il dolore è inevitabile, l’asana rappresenta un laboratorio in cui possiamo scoprire come sopportare il dolore che non può essere evitato, e come trasformare quello che può esserlo.

Anche se certamente non siamo alla ricerca del dolore, non dobbiamo rifuggire dalle sofferenze della vita che fanno parte di ogni crescita e cambiamento. Gli asana ci aiutano a sviluppare una maggiore capacità di sopportazione, sia nel corpo che nella mente, così da permetterci di tollerare con più facilità lo stress e la tensione. In altre parole, lo sforzo e gli inevitabili dolori che l’accompagnano rappresentano una parte essenziale di ciò che gli asana possono insegnarci.

I piegamenti all’indietro, ad esempio, ci permettono di notare il coraggio e la tenacia delle persone, permettendoci di capire se sono in grado di sopportare il dolore. Gli asana per l’equilibrio sulle braccia insegnano a coltivare la tolleranza. Se siamo in grado di adattarci a trovare l’equilibrio in un mondo che è sempre mutevole e incostante, possiamo imparare ad essere tolleranti  verso la permanenza del cambiamento e della differenza. C’è bisogno di una certa resistenza per rimanere in un asana. Per padroneggiare una posizione c’è bisogno di pazienza e disciplina. L’asana non può essere eseguito facendo smorfie di dolore. Allora come possiamo rendere il dolore più sopportabile?

Abbiamo già visto come si deve creare rilassamento nella posizione; bisogna imparare a rilassarsi anche in presenza della giusta tensione. Questo processo di rilassamento può avere inizio eliminando lo stress presente nelle tempie e nelle cellule cerebrali. In questo modo si elimina il peso dal cervello, rilassando gli occhi e le tempie. Ciò a sua volta elimina la tensione dai nervi e dalle fibre muscolari. E’ in questo modo che possiamo trasformare il dolore insopportabile in un dolore sopportabile, concedendo così a noi stessi il tempo e lo spazio necessari per poter padroneggiare l’asana ed eliminare del tutto il dolore. Per ottenere la libertà, dobbiamo sopportare il dolore. Questo vale anche nella vita….”

 

Fonte: “Vita nello yoga”, B.K.S.Iyengar, edizioni mediterranee.

 

 

Il potere di Swadhyaya

8837789-meditation-room[1]

Molto ci sarebbe da dire sul potere di Swadhyaya applicato alla nostra quotidianità. E’ uno strumento che permette di sondare gli abissi della nostra coscienza, studiandone le poliedriche sfaccettature nel loro insieme complesso e multiforme. Swadhyaya può essere applicato in molti campi della nostra ricerca interiore, dalla meditazione, al pranayama all’esecuzione degli asana. Altrimenti la pratica del nostro Yoga diverrà puramente meccanica, robotica e arrivati a un certo punto ristagnerà, non avendo terreno fertile e irrigato sul quale fruttificare rigogliosamente.

Ascoltiamo questa interessante intervista a Salvatore Brizzi che ci illustra dei preziosi spunti di riflessione. studio della nostra anima, centratura nel momento presente: Swadhyaya, appunto! Buona visione e…donate il vostro prezioso commento e se vi è piaciuta.