“Quando non sarò più che un sogno”

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Questa meravigliosa poesia, tratta dal libro di Paramahansa yogananda  “Sussurri dall’Eternità”, parla dell’amore immortale che unisce Guru e discepolo, una volta che il Guru ha accettato di guidare vita dopo vita questo discepolo, e quando l’abbandono incondizionato alle istruzioni del Guru permette al discepolo di bruciare gradualmente i semi del proprio karma terreno. Da stampare e da tenere costantemente sotto i nostri occhi, in un punto della nostra casa dove risalta allo sguardo. Il nostro amore spesso è mutevole, instabile e tiepido, e le relazioni umane sono molte volte soggette a condizioni. Ma la parola del Guru è una. E per sempre.

“Vengo a voi per dirvi di Lui e della via per chiuderlo nel vostro cuore e della disciplina che porta la Sua grazia.

Per mezzo della mia mente che in silenzio vi parla, io comunico con voi che mi avete chiesto di guidarvi alla presenza del mio Amato o vi parlo con un dolce sguardo espressivo o con amore vi dico parole sommesse o, in modo chiaro, vi induco a non allontanarvi da Lui.

Ma quando non sarò più che un ricordo o un’immagine mentale, o una voce silente, quando nessun richiamo terreno potrà mai rivelare la mia dimora nello spazio inesplorato, quando né lievi implorazioni, né duri, possenti comandi vi porteranno la mia risposta, sorriderò nella vostra mente quando sarete nel giusto e quando avrete torto piangerò coi miei occhi osservandovi nell’oscurità, e piangerò coi vostri occhi, forse; e, sussurrando, parlerò nella vostra coscienza e ragionerò con voi attraverso la vostra ragione e amerò tutti attraverso il vostro amore.

Quando non potrete più parlare con me, leggete i miei Sussurri dall’Eternità; attraverso di essi vi parlerò eternamente.

Sconosciuto camminerò al vostro fianco e vi proteggerò con braccia invisibili. E non appena conoscerete il mio Amato e udrete la Sua voce nel silenzio voi conoscerete anche me in un modo tangibile, più di quanto mi abbiate conosciuto su questo piano terrestre.

E, inoltre, quando non sarò più che un sogno per voi verrò a ricordarvi che anche voi non siete altro che un sogno del mio Celeste Amato, e quando anche voi saprete di essere un sogno, come lo so io ora, saremo tutti per sempre desti in Lui.

Paramahansa Yogananda

La battaglia della meditazione

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Il brano che vi propongo è tratto dall’interpretazione della Bhagavad  Gita da parte di Paramahansa Yogananda, che diffuse il metodo del Kriya Yoga di Lahiri Mahasaya nell’occidente.
Il Kriya Yoga è un sistema di pranayama, mudra e meditazione che ha come scopo la pacificazione delle onde mentali e l’instaurarsi di profondi stati meditativi. Questo sistema è conosciuto da secoli in India e solo dagli anni venti, con l’arrivo di Paramahansa  Yogananda negli Stati Uniti, è stata possibile una graduale diffusione di questa Vidya (conoscenza) in molti paesi del mondo.
Seguo questa disciplina yogica dall’età di 17 anni, e  l’ho gradualmente sempre più approfondita e arricchita, grazie ai costanti viaggi in India nel Bengala orientale, nell’Orissa e in Himalaya per poter accedere a questi elaborati sistemi di pranayama. Spero che l’interpretazione dei versi 21 e 22 del primo capitolo della Bhagavad Gita alla luce della scienza del pranayama vi possa essere utile nella pratica dello yoga.
Rammentate sempre ciò che Patanjali insegnava negli Yoga Sutra:
Yoga chitta vritti nirodha –  Lo yoga serve per placare le onde agitate (vritti) della mente..
I nostri problemi iniziano quando la mente non viene controllata. La nostra pace (shanty) inizia con il disciplinare gradualmente e con metodo la nostra mente ribelle. Questo è l’insegnamento senza tempo dello yoga. Fortunato chi ne può accedere. Diverrà una benedizione per sé stesso e per chi lo circonda.
Versi 21 e 22 del primo capitolo
Arjuna disse con riverenza: – O Immutabile Krishna, metteresti gentilmente il tuo carro tra i due eserciti, affinché possa vedere quelli che sono pronti in ordine di battaglia? Alla vigilia della guerra fammi vedere con chi devo combattere – .
“La leggenda dice che nella battaglia tra i buoni Pandava e i malvagi Kaurava, Krishna fu l’auriga di uno dei fratelli Pandava, Arjuna. L’allegoria interpretata significa che quando l’ardente autocontrollo del devoto (Arjuna) è pronto a combattere tutte le forze dei sensi, allora lo Spirito (Krishna)diventa l’auriga e il potere guida che conduce il carro della vita alla vittoria nella battaglia contro le lusinghe dei sensi.
Ci sono tre stati nella meditazione Nel primo stato il devoto è disturbato guardando mentalmente le forze dell’agitazione che deve vincere. In questo stato, la sua mente è concentrata sui suoni materiali e i pensieri irrequieti.
Nel secondo stato  contatta il calmo Spirito interiore, e quindi chiede mentalmente al Potere Divino di guidarlo tra le calme forze della mente agitata e legata al corpo.
Nel primo stato la coscienza del devoto si trova nei centri dei sensi. Milioni di devoti superficiali non vanno mai oltre questo stato di lotta tra i sensi e l’intuizione.
Nel secondo stato la coscienza e l’energia del devoto vengono accentrate nei plessi spinali (chakra). E’ allora che incontra lo Spirito nei plessi cerebrali e si vede sul comune campo di battaglia della spina dorsale (Kurukshetra), dove le contendenti forze spinali e le forze dei sensi rimangono sotto forma sottile. Se vincono i sensi, il devoto diventa prigioniero della carne. Se vincono forze spirituali intuitive della Beatitudine (ananda) e della Pace (shanty), allora il devoto è portato più profondamente nel regno del puro Spirito. Questo è il terzo stato; da quì non c’è quasi mai pericolo di ricadere nella coscienza dei sensi”.
Nel secondo stato il devoto sente una spinta simultanea sia verso i sensi corporei sia verso i plessi spinali (chakra). E’ allora che il devoto chiede di mettere il carro dell’intuizione tra le sottili percezioni divine e le grossolane percezioni dei sensi. Il devoto spera, con l’aiuto dello Spirito, d’incoraggiare le sue forze di meditazione (Pandava) a combattere le forze dell’agitazione (Kaurava)”.

Viparita Karani o “elisir di lunga vita”

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Viparita karani viene definita da molti insegnanti “l’elisir di lunga vita” degli asana. Chi pratica già da tempo ma anche i principianti stessi sanno bene quel che intendo dire. In Sanscrito la parola Viparita indica “capovolta”. Karani si riferisce a una modalità specifica di pratica. Questa postura è conosciuta anche come “posizione sulle spalle con supporto”.

Questo asana dolce, rinfrescante e da effettuare in tutta sicurezza, può essere mantenuto molto a lungo dalla maggior parte dei praticanti, così da effettuare un ritorno venoso nelle gambe grazie alla forza di gravità e guidare il sangue dalle estremità fino agli organi interni. Potete utilizzare Viparita Karani specialmente quando siete affaticati, stanchi, debilitati o quando le vostre gambe hanno bisogno di “respirare”. L’ asana è indicato per una larga fascia di persone: sani, sportivi, convalescenti, giovani e meno giovani. Chiunque può godere dei potenti effetti rigeneranti di questa capovolta apparentemente semplice ma molto efficace.

Con la modalità soft in cui questo asana riposante capovolge il corpo senza alcuno sforzo, porta fisiologicamente il praticante verso un profondo e graduale rilassamento della mente. Una volta che avete allineato correttamente il corpo nella postura, il vostro lavoro sarà di lasciar andare ogni sforzo superfluo e d’immergervi lentamente in quel senso di rilassamento che l’asana vi donerà. Semplicemente meraviglioso e assolutamente da provare.

Viparita Karani è considerata la più risanante tra le posizioni yoga rigeneranti. Quando effettuate questo asana la gravità aiuta il sangue venoso – che altrimenti tenderebbe a ristagnare nelle gambe – a ritornare verso il cuore facilmente e senza sforzo. Riduce il lavoro cardiaco favorendo l’afflusso di sangue al torace e facendo riposare il cuore. In questa tranquilla capovolta – come in molte altre capovolte più attive – il peso del sangue dei piedi, gambe e addome stimola i recettori della pressione nel collo e nel torace così da ridurre il restringimento arterioso in tutto il corpo. Questo favorisce la riduzione della pressione alta nei praticanti ipertesi.

Molti degli effetti rinfrescanti derivano dall’angolazione del torace, che si trova leggermente arcuato grazie al supporto del bolster sotto il bacino, mentre le gambe sono supportate dal muro. Una volta entrati in posizione, immaginate che la forma dell’asana crei una “cascata” fluida interna dalle gambe verso l’addome e il torace in direzione del cuore. Il sangue sembra riversarsi come una placida cascata verso il cuore con un flusso dolce e controllato. Questo “effetto cascata” crea un sereno effetto rinfrescante nella mente e nel corpo. Mantenete l’asana dai 5 ai 15 minuti, usando il buon senso. Da non praticare durante il ciclo mestruale onde evitare disturbi nel flusso stesso. Scrivetemi e mandatemi le vostre impressioni sugli effetti della pratica di Viparita Karani alla parete, o su qualsiasi dubbio o domanda riguardo l’asana. Buona rigenerazione!

Ecologia senza tempo

I Guardiani della Terra che abbracciarono gli alberi – I Bishnois

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Ancora un bellissimo articolo su una India che va progressivamente sparendo, dal blog degli amici di passoinindia. Dal 1989 ho iniziato i miei viaggi in questa terra benedetta, ed ogni volta che  ci ritorno trovo sempre più occidentalizzazione e sempre meno “India”. Posso testimoniare con la mia esperienza le parole di questo post, poiché molte cose quì descritte sono state da me viste e vissute nelle varie esplorazione dei villaggi himalayani e bengalesi. Buona lettura e…commentate!

Le donne del popolo Bishnoi allattano al seno i loro bambini e contemporaneamente i cuccioli orfani di antilope e di cinkara (una specie di gazzella). Ecco perché:

La parola Bishnoi deriva da bis (venti) e noi (nove); essi infatti sono seguaci dei 29 principi enunciati da Guru Jambheshwar. I Bishnois sono conosciuti in tutto il mondo come i primi protettori dell’ambiente. Circa 562 anni, fa quando nessuno poteva ancora prevedere che danneggiare l’ambiente significa farsi del male, Guru Jambheshwar ha dato loro il messaggio di proteggere gli alberi e la fauna selvatica formulando questi 29 principi mirati alla conservazione della biodiversità della zona e per assicurare una conduzione pacifica della vita sociale della comunità.

Dei 29 principi, dieci sono diretti all’igiene personale e al mantenimento di una buona salute di base, sette ad un sano comportamento sociale, e cinque all’adorazione di Dio. Otto principi sono stati prescritti per preservare la biodiversità e incoraggiare il buon allevamento degli animali, incluso il divieto di uccidere gli animali, di abbattere alberi verdi, e di fornire protezione a tutte le forme di vita. La comunità deve fare attenzione che la legna da usare sia priva di piccoli insetti e non indossa panni blu perché il blu deriva da un colorante ottenuto dal taglio di una grande quantità di arbusti.

I Bishnois si trovano in Rajasthan, in Punjab,in Haryana, in Madhya Pradesh e in Uttar Pradesh (quindi prevalentemente nel nord India). La comunità dei Bishnois è stata fondata da Guru Jambheshwar nato a Bikaner nel 1451 ed lì sepolto. Egli ebbe una visione e capì che la causa della siccità era stata causata dall’interferenza delle persone con la natura. In seguito, divenne un sanyasi (uomo santo) noto come Swami Maharaj Jambeshwa. Egli lasciò ai suoi seguaci delle Scritture in carattere nagri chiamate Shabdwani che consistono di 120 Shabds. I Bishnois sono i discendenti di immigrati provenienti da Bikaner, parti dell’Haryana e del Punjab e sono quasi esclusivamente di casta Jats o Rajput, anche se spesso abbandonano il nome della casta e si descrivono semplicemente come Bishnoi. Oggi i Bishnois sono occupati nei settori dell’ information technology, dell’ingegneria, della medicina, della ricerca, lavorano per il governo, nei servizi di difesa, nella diplomazia o come assistenti sociali.

Il luogo di pellegrinaggio più importante per i Bishnois si trova al villaggio chiamato Mukam in Nokha Tehsil, nel distretto di Bikaner in Rajasthan.

Essendo grandi amanti degli animali selvatici si dedicano alla loro protezione e perciò si vedono cervi e antilopi pascolare nei loro campi, nonostante la grave carenza di acqua che attanaglia il Rajastan, dove vivono le maggiori comunità Bishnois. Essi non usano la legna per le cremazioni e, anche se sono indu, preferiscono dare sepoltura ai morti. E questo non è l’unico precetto dell’induismo ad essere rifiutato perché anche la separazione castale viene bandita.

I Bishnois raccontano la storia di Amrita Devi, una donna Bishnoi che, insieme a più di 363 Bishnois, inclusi donne e bambini, è morta per salvare gli alberi di Khejarli, un villaggio nel distretto di Jodhpur, in Rajasthan (India), 26 km a sud-est della città di Jodhpur, da cui prendono il nome. Quasi due secoli fa, nel 1730, Abhay Singh Maharajah di Jodhpur richiese del legno per la costruzione del suo nuovo palazzo. Allora il re mandò i suoi soldati a tagliare gli alberi nella vicina regione di Khejarli. Ma quando Amrita Devi e gli abitanti dei villaggi locali lo vennero a sapere, si opposero agli uomini del re e abbracciarono gli alberi per proteggerli. Fu detto loro che il taglio degli alberi sarebbe stato risparmiato solo in cambio di denaro. Amrita rifiutò questo ricatto, considerandolo un insulto alla sua fede religiosa tanto che preferì perdere la sua vita e quella dei suoi compagni per salvare gli alberi. Questo episodio viene ricordato come il grande sacrificio di Khejarli. Alcuni dei Bishnois uccisi sono stati sepolti nel villaggio di Khejerli vicino a Jodhpur, dove è stata eretta una semplice tomba con quattro pilastri. Ogni anno, nel mese di settembre, i Bishnois si riuniscono in quel luogo per commemorare il sacrificio estremo fatto dal loro popolo per preservare la loro fede e la loro religione.

I Bishnois usualmente indossano una camicia bianca, un dhoti e turbante. Questo vestiario è l’ideale per il clima caldo secco del deserto. Essi prestano particolare attenzione alla pulizia nelle loro case. Un solo raccolto di miglio perlato (bajra) cresce durante la stagione dei monsoni. I cespugli, che crescono nei campi, proteggono la sabbia sciolta dall’erosione eolica fornendo così il necessario foraggio per gli animali durante la carestia. I Bisnois vivono spesso in piccoli villaggi chiamati Dhannis, costituiti da poche capanne rotonde con intricati tetti di paglia. I pavimenti di fango sono intonacati con sterco di vacca per tenere lontano i parassiti. Gli interni sono ariosi e puliti. C’è un granaio per proteggere le loro scorte e una vasta per immagazzinare acqua.

Queste le loro regole:

Osservare 30 giorni di intoccabilità dopo la nascita del bambino

Osservare una segregazione di 5 giorni, mentre una donna è nel suo ciclo mestruale

Fare un bagno di prima mattina

Rispettare le regole ideali di vita: Modestia, pazienza, purificazione

Eseguire due volte al giorno il rituale Sandhya

Elogiare Dio, il Signore Vishnu nelle ore serali (Aarti)

Eseguire Yajna (Havan) tutte le mattine (un antico rituale di offerte accompagnate da canto dei mantra vedici)

Filtrare il latte, l’acqua e la legna da ardere

Pronunciare parole pure in tutta sincerità

Adottare la regola del perdono e della pietà

Non rubare

Non condannare o criticare

Non mentire

Non sprecare il tempo

Osservare il digiuno di preghiera nel giorno di Amavashya (giorno che coincide con il Diwali – vedi articolo su questo blog) e fare offerte a Vishnu

Amare e avere pietà di tutti gli esseri viventi

Non tagliare il verde degli alberi, salvare l’ambiente

Allontanare la lussuria, l’ira, l’avidità e l’attaccamento

Accettare cibo e acqua solo se purificati dalla comunità

Fornire un rifugio comune per capre/pecore per evitare che vengano macellati nei macelli

Non sterilizzare il bue

Non usare oppio

Non fumare e fare uso di tabacco

Non assumere bhang (un preparato dalle foglie e fiori (gemme) della pianta di cannabis femmina, affumicati o consumato come bevanda nel subcontinente indiano) o canapa

Non bere vino o qualsiasi tipo di liquore

Non mangiare carne, rimanere sempre vegetariani puri

Non usare mai panni blu

(testo liberamente tratto e tradotto  http://en.wikipedia.org/wiki/Bishnois)

Ancora oggi i Bishnoi evitano i comfort moderni, compresa l’energia elettrica e l’acqua corrente in sintonia con una economia compatibile con l’ambiente circostante. A chi farà un viaggio in Rajastan sarà certamente proposto un bishnoi safari, nel deserto del Thar.

Il Raga nella musica indiana

Bellissimo articolo sulla musica classica indiana e sul suo utilizzo nella pratica dello yoga. Il blog dal quale ho tratto questo post è GuidaIndia, che segnalo per gli interessanti articoli sull’India. Aggiungo a questo simpatico articolo un Raga  da ascoltare durante le vostre pratiche di asana rigeneranti, il pranayama e le pratiche meditative.


Quello che a parole è certamente un bel concetto diventa estremamente difficile da spiegare, musicalmente parlando. Non esiste una parola per tradurre l’idea che soggiace al Raga o Raag. Perchè si tratta di una composizione la cui base è formata da caratteristiche con multiple combinazioni che la definiscono di volta in volta. Si tratta essenzialmente di un insieme di vari Swara, note, in scala ascendente e discendente, che vengono organizzati in melodie secondo un tono definito, Thaat, utilizzando uno specifico e diverso numero degli stessi all’interno di esso. Non tutti i Raga infatti utilizzano i sette Swara e per catalogarli a seconda del numero impiegato si utilizzano molte definizioni che fanno capo alla stessa parola, che significa casta, gruppo: Jati.  Dopo secoli di sperimentazione sono state fissate le Swaroop, che si possono definire come frasi caratteristiche o modelli fissi dei vari Raga. Queste dipendono principalmente dalle Swara utilizzate nell’ Arhoa – cioè l’ aumento graduale sulla scala da una nota più bassa – e nell’ Avrhoa – la discesa graduale da una nota più alta – dalle sequenze in cui appaiono, dallo Swara principale e dal secondario,  ossia la dominante e la tonica.

Ogni Raga è poi associato a una precisa emozione, Rasa, che deve sviluppare, spiegare e coltivare e sulla quale insiste, esaltandola, affinchè l’ascoltatore ne rimanga profondamente colpito. Si dice che la forza evocativa del Raga sia talmente grande da far materializzare come per incanto nella mente dell’ascoltatore educato alla musica quello che essi esprimono. La psicologia indiana riconosce alle fasi del ciclo diurno – alba, mezzogiorno e sera – anche un senso più ampio, che si applica al corso della vita.  Ogni Raga è poi collegato ad un orario specifico e secondo la tradizione dev’essere eseguito proprio durante quell’ora. Ed anche le ore del giorno erano collegate a specifiche emozioni; quindi l’orario migliore per l’esecuzione di uno specifico Raga era considerato quello che rappresenta proprio quella precisa emozione.

I Raga del mattino sono soprattutto devozionali, mentre quelli serali evocano l’amore e la passione. Naturalmente si tratta di una regola puramente tradizionale, chiamata Samay, in via di sparizione, senza contare che diverse Gharanas, le scuole musicali, attribuiscono gli stessi Raga ad orari differenti. La musica Carnatica, dell’ India meridionale, da tempo non riconosce queste suddivisioni, complicate anche dall’immenso numero di Raga di difficile o dubbia collocazione oraria. Permane invece solida la tradizione che vede i Raga capaci di evocare felicità, gioia, disperazione, tristezza o malinconia.

La filosofia indiana distingue nove sentimenti, 9 Rasa, che portano a queste emozioni e che connotano i Raga.

I nove Rasa legati alle principali emozioni sono:

Shrinagara         amore,  erotismo, sensibilità per la natura

Hasya                 gioia, allegria

Karuna               dispiacere

Raudra               rabbia, collera

Veer                   eroismo, dignità

Bhayanak           terrore

Bibhatsa             disgusto

Adbhuta             divertimento

Shanta               serenità, calma

Il Rasa Shrinagara è considerato il più importante ed è chiamato il Re dei Rasa

Uno schema di classificazione che si ritrova nei testi più antichi, antropomorfizzava invece i sei Raga primari, i precursori di tutti gli altri Raga: Bhairav, Malkauns, Hindol, Shree, Deepak e Megh. Ognuno di questi Raga ha la sua sposa, la Ragini. Ogni Ragini ha sei figli e questi a loro volta sono sposati con altrettante Ragini. Questi sei Raga primari erano associati alle stagioni dell’anno.

Tutte le forme musicali indiane adottano, per le proprie composizioni, il Raga e, pur rispettandone le regole, lo trasformano secondo le proprie caratteristiche. La differenza consiste  nel modo in cui gli Swara vengono collegati e abbelliti o nel modo in cui si svolge l’improvvisazione del Raga. Nel Khayal per esempio si accentua il Tan – una rapida successione di note, tra gli ornamenti più importanti e diffusi – mentre nel Dhrupad è la parte dell’Alap che acquisisce maggior importanza.