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Condividi la tua positività, condividi la tua Luce, condividi tutto ciò che hai.Qualunque cosa bella tu abbia non accumularla. La tua saggezza condividila. La tua preghiera condividila. Il tuo amore, la tua felicità, la tua gioia, condividila. Dai il sacro pasto ai cani, getta le perle ai porci, ciò che importa è il dare.

Accumulare avvelena il cuore. Ogni forma di accumulazione è velenosa. Condividendo liberi il tuo organismo dai veleni. Quando dai non curarti se coloro a cui dai ti dicono “grazie”!

Viceversa, sii grato tu stesso perché quella persona è stata disposta ad ascoltare la tua canzone, a guardare la tua danza. Siile grato perché quando sei venuto per dare non ti ha respinto, mentre avrebbe potuto respingerti.

Il controllo della mente

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“Quando vi sentite mal disposti, irritati o tristi, restate tranquilli a casa vostra, fate un lavoro con la luce, pregate, meditate, cantate, ascoltate della musica…Oppure uscite, andate a camminare un po’ nella natura, respirate profondamente legandovi alla terra, agli alberi, al cielo…
Presentatevi davanti ai vostri genitori e ai vostri amici solo quando vi sentite liberi e in grado di portare loro qualcosa di buono, di luminoso, di costruttivo. Osservatevi, e constaterete che spesso fate esattamente il contrario: quando tutto va storto, vi precipitate da qualcuno, per farlo partecipe delle vostre preoccupazioni e dei vostri dispiaceri, e quando invece tutto va bene, non avete niente da dire loro. Sì, è straordinario: quando tutto va bene, non si ha nulla da raccontare!
Non pensate che vi sia in tutto ciò qualcosa da correggere, e che dovreste imparare a condividere con gli altri unicamente i vostri stati positivi?”

I cinque maggiori rimpianti

“NON RIMPIANGERE NULLA DI CIO’ CHE E’ SUCCESSO NELLA TUA VITA, NON PUO’ ESSERE CAMBIATO, RIFATTO, DIMENTICATO. QUINDI PRENDILO COME LEZIONE ACQUISITA‚ E VAI OLTRE”

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In questo articolo preso dal blog Salute olistica, Bronnie Ware scrittrice-cantante-autrice australiana, nel suo libro  ‘The Top Five Regrets of The Dying.’ (I 5 grandi rimpianti dei morenti), descrive i cinque principali ostacoli che imprigionano la nostra consapevolezza nelle basse sfere della coscienza. Le nostre vite sono protese in avanti, concentrate su un ipotetico futuro che, troppo spesso, non accadrà mai. Quanti investimenti di pensieri, parole, sentimenti, delle nostre più nobili energie per arrivare in ultimo a una valutazione di fine vita dove ci si accorge che “il bilancio è zero” ossia né profitti né perdite, e dove tutto ha comunque seguito il flusso silente dell’Universo. Nonostante noi stessi. Nonostante i nostri attaccamenti. Nonostante le nostre resistenze. Panta rei, come insegnava Eraclito. Tutto scorre…
“Quanto segue sono testimonianze raccolte da una infermiera di cure palliative. Ma prima di proseguire è importante ricordare che indipendentemente da dove siamo nella vita, non c’è bisogno di rimpianto. Il processo del rimpianto ci espone alla sofferenza dal momento. Nel rimpiangere qualcosa, permettiamo che il passato detti legge su come dovremmo sentirci ora. Invece, possiamo usare il passato  come punto di riferimento per comprendere cosa vorremmo e potremmo sistemare proseguendo nel nostro cammino di vita. Questi “aggiustamenti” non dovrebbero essere conseguenza di dolore, sofferenza, rimpianto  o giudizio, ma semplicemente una scelta nel voler fare le cose in modo diverso.
Impariamo continuamente nella nostra vita, ma possiamo rallentare molto velocemente il nostro apprendimento se restiamo incastrati nell’idea del rimpianto. Quando devi fare delle scelte o le stai facendo sii in pace col passato e ricorda: ogni momento è un nuova scelta”.
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1. Avrei voluto avere il coraggio di vivere una vita fedele a me stessa, non quella che gli altri si aspettavano da me.

Questo è stato il rimpianto più condiviso da tutti. Quando le persone capiscono che la loro vita è quasi finita e si guardano indietro con chiarezza, è facile vedere quanti sogni non hanno realizzato. Molte persone non hanno “onorato” nemmeno la metà dei loro sogni ed hanno dovuto morire sapendo che questo era imputabile al tipo di scelte che avevano fatto o non fatto. La salute porta una libertà di cui si rendono conto solo in pochi. Lo si capisce quando la salute se ne va.

2. Avrei voluto non lavorare cosi tanto.

Questa affermazione  è giunti da ogni paziente uomo che ho assistito. Queste persone si erano persi la gioventù dei loro figli  e la compagnia della propria partner. Anche le donne hanno parlato di questo rimpianto, ma siccome la maggior parte veniva da una vecchia generazione, molte delle pazienti donne  non avevano lavorato per guadagnarsi da vivere. Tutti gli uomini che ho assistito rimpiangevano profondamente di aver speso cosi tanto tempo della loro vita nella routine di una esistenza basata sul lavoro.

3. Avrei voluto avere il coraggio di esprimere le miei emozioni.

Molte persone hanno soppresso le loro emozioni per mantenere la pace con gli altri. Però il risultato è stato che la loro esistenza è stata mediocre e non sono mai diventati quello che avrebbero potuto veramente diventare. Molti hanno sviluppato una malattia come risultato conseguente  all’amarezza  e al risentimento che avevano in sé.

4. Avrei voluto stare in contatto con i miei amici.

Spesso non si sono resi conto di quanto fosse benefico avere vecchi amici, se non quando era troppo tardi perché non era più possibile rintracciarli. Molti sono stati cosi catturati nelle loro vite, da aver lasciato scappar via amicizie d’oro. Ci sono stati molti rimpianti per non aver dato all’amicizia il tempo e l’impegno che meritava. A tutti mancano quegli amici che stanno per morire.

5. Avrei voluto permettermi di essere più felice.

Questo “rimpianto” sorprendentemente è molto frequente. In molti non si sono resi conto, se non alla fine, che la felicità è una scelta. Sono rimasti incollati a vecchi schemi  e abitudini.  Il cosiddetto ‘comfort’ della familiarità aveva inondato le loro emozioni  e le loro vite fisiche. La paura del cambiamento  aveva fatto si che fingessero con gli altri e con se stessi, di essere contenti.

Fonte: Salute Olistica

La resilienza

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Pubblico integralmente il post della mia cara amica e compagna di pratica yoga Luisa Carrada, del blog mestiere di scrivere.com per ricollegarmi al mio precedente post sull’arte di resistere, in ogni nostro vissuto, allo sconforto che spesso ci prende affrontando le esperienze negative. Nulla da aggiungere se non l’approfondimento della parola “resilienza” nel nostro vissuto personale. Un ringraziamento a Luisa per aver scritto con poche efficaci  parole un concetto sul quale ho basato tutta la mia vita.

Parole nuove. Un bel libro che sto leggendo in questi giorni mi ha insegnato una parola che non conoscevo: resilienza. Per lo Zingarelli è “la capacità di un materiale di resistere a urti improvvisi senza spezzarsi”. Per gli esseri umani è il sistema immunitario dell’anima, la capacità di affrontare gli eventi negativi e improvvisi della vita senza lasciarsi abbattere, anzi chiamando a raccolta tutte le proprie risorse per superare indenni, qualche volta migliori, il dolore, il lutto e l’abbandono. “La persona resiliente lo diventa nel corso di un processo di crescita, passo dopo passo, in funzione delle esperienze e degli incontri che fa, delle paure e delle frustrazioni che riesce a superare, dei risultati che ottiene, dell’amore che riesce a ricevere e a dare, degli schemi di riferimento che via via struttura, della capacità di costruire un’immagine di sé positiva e di intravedere una via d’uscita anche in condizioni precarie.” (La forza d’animo, Anna Oliverio Ferraris, Rizzoli 2003)

L’arte di saper passare attraverso le difficoltà

C’erano una volta un uomo anziano e un vecchio asino. Un giorno l’asino cadde in un pozzo ormai asciutto, ma profondo. Il povero animale ragliò tutto il giorno e l’uomo cercò di pensare a come tirarlo fuori dal pozzo. Alla fine, però, pensò che l’asino era molto vecchio e debole, senza contare che da tempo aveva deciso di riempire di terra il pozzo che era ormai prosciugato. Decise di seppellire là il vecchio asino. Chiese a diversi vicini di aiutarlo; tutti presero una pala e cominciarono a gettare terra nel pozzo. L’asino si mise a ragliare con tutta la forza che aveva. Dopo un po’, però, tra lo stupore generale, dal pozzo non venne più alcun suono. Il padrone dell’asino guardò nel pozzo, credendo che l’asino fosse morto, ma vide uno spettacolo incredibile: tutte le volte in cui veniva gettata una palata di terra nel pozzo, l’asino la schiacciava con gli zoccoli. Il suo padrone e i vicini continuarono a gettare terra nel pozzo e l’asino continuò a schiacciarla, formando un mucchio sempre più alto, finché riuscì a saltare fuori.

MORALE DELLA FAVOLA: ” La vita non smetterà mai di gettarci addosso ” palate di terra”, ma noi riusciremo ad ” uscire dal pozzo”, se ogni volta reagiremo. Ogni problema ci offre l’opportunità di compiere un passo avanti, se non ci diamo per vinti… Non bisogna mai arrendersi, anche perchè (metaforicamente) ciò che sembra seppellirci potrebbe essere la nostra àncora di salvezza! E se ce l’ha fatta un asino, possiamo farcela anche noi comuni mortali!”

Questa storia è un allegoria sulla nostra pratica yoga di ogni giorno. Spesso restiamo impantanati per giorni, mesi a volte anni nelle nostre “buche” di difficoltà in alcuni asana, nel pranayama o nella meditazione. Mai darsi per vinti, ma con amorevole e infinita pazienza mettersi al lavoro con metodo e intelligenza per “calpestare la terra” di quella difficoltà, facendone il nostro scalino di uscita, per saltare via liberi e acquisire nuova esperienza nella nostra pratica. Del resto abbiamo solo due alternative: farci seppellire dalla “terra della vita” che spesso ci viene riversata addosso, o prendere quella difficoltà come opportunità per studiare le nostre risorse e farle fruttare come scalini di risalita dalle varie “buche” nelle quali spesso la Vita ci cala. E voi, da quale “buca” state lottando per saltarne fuori e…con quali risorse intendete uscirne?

Fonti utilizzate: “L’arte di risalire”, di Alfredo Formosa ed Elena Campanini.