Archivio dell'autore: aldobenedetti
I cinque maggiori rimpianti
“NON RIMPIANGERE NULLA DI CIO’ CHE E’ SUCCESSO NELLA TUA VITA, NON PUO’ ESSERE CAMBIATO, RIFATTO, DIMENTICATO. QUINDI PRENDILO COME LEZIONE ACQUISITA‚ E VAI OLTRE”
Impariamo continuamente nella nostra vita, ma possiamo rallentare molto velocemente il nostro apprendimento se restiamo incastrati nell’idea del rimpianto. Quando devi fare delle scelte o le stai facendo sii in pace col passato e ricorda: ogni momento è un nuova scelta”.
1. Avrei voluto avere il coraggio di vivere una vita fedele a me stessa, non quella che gli altri si aspettavano da me.
Questo è stato il rimpianto più condiviso da tutti. Quando le persone capiscono che la loro vita è quasi finita e si guardano indietro con chiarezza, è facile vedere quanti sogni non hanno realizzato. Molte persone non hanno “onorato” nemmeno la metà dei loro sogni ed hanno dovuto morire sapendo che questo era imputabile al tipo di scelte che avevano fatto o non fatto. La salute porta una libertà di cui si rendono conto solo in pochi. Lo si capisce quando la salute se ne va.
2. Avrei voluto non lavorare cosi tanto.
Questa affermazione è giunti da ogni paziente uomo che ho assistito. Queste persone si erano persi la gioventù dei loro figli e la compagnia della propria partner. Anche le donne hanno parlato di questo rimpianto, ma siccome la maggior parte veniva da una vecchia generazione, molte delle pazienti donne non avevano lavorato per guadagnarsi da vivere. Tutti gli uomini che ho assistito rimpiangevano profondamente di aver speso cosi tanto tempo della loro vita nella routine di una esistenza basata sul lavoro.
3. Avrei voluto avere il coraggio di esprimere le miei emozioni.
Molte persone hanno soppresso le loro emozioni per mantenere la pace con gli altri. Però il risultato è stato che la loro esistenza è stata mediocre e non sono mai diventati quello che avrebbero potuto veramente diventare. Molti hanno sviluppato una malattia come risultato conseguente all’amarezza e al risentimento che avevano in sé.
4. Avrei voluto stare in contatto con i miei amici.
Spesso non si sono resi conto di quanto fosse benefico avere vecchi amici, se non quando era troppo tardi perché non era più possibile rintracciarli. Molti sono stati cosi catturati nelle loro vite, da aver lasciato scappar via amicizie d’oro. Ci sono stati molti rimpianti per non aver dato all’amicizia il tempo e l’impegno che meritava. A tutti mancano quegli amici che stanno per morire.
5. Avrei voluto permettermi di essere più felice.
Questo “rimpianto” sorprendentemente è molto frequente. In molti non si sono resi conto, se non alla fine, che la felicità è una scelta. Sono rimasti incollati a vecchi schemi e abitudini. Il cosiddetto ‘comfort’ della familiarità aveva inondato le loro emozioni e le loro vite fisiche. La paura del cambiamento aveva fatto si che fingessero con gli altri e con se stessi, di essere contenti.
Fonte: Salute Olistica
La resilienza
Pubblico integralmente il post della mia cara amica e compagna di pratica yoga Luisa Carrada, del blog mestiere di scrivere.com per ricollegarmi al mio precedente post sull’arte di resistere, in ogni nostro vissuto, allo sconforto che spesso ci prende affrontando le esperienze negative. Nulla da aggiungere se non l’approfondimento della parola “resilienza” nel nostro vissuto personale. Un ringraziamento a Luisa per aver scritto con poche efficaci parole un concetto sul quale ho basato tutta la mia vita.
Parole nuove. Un bel libro che sto leggendo in questi giorni mi ha insegnato una parola che non conoscevo: resilienza. Per lo Zingarelli è “la capacità di un materiale di resistere a urti improvvisi senza spezzarsi”. Per gli esseri umani è il sistema immunitario dell’anima, la capacità di affrontare gli eventi negativi e improvvisi della vita senza lasciarsi abbattere, anzi chiamando a raccolta tutte le proprie risorse per superare indenni, qualche volta migliori, il dolore, il lutto e l’abbandono. “La persona resiliente lo diventa nel corso di un processo di crescita, passo dopo passo, in funzione delle esperienze e degli incontri che fa, delle paure e delle frustrazioni che riesce a superare, dei risultati che ottiene, dell’amore che riesce a ricevere e a dare, degli schemi di riferimento che via via struttura, della capacità di costruire un’immagine di sé positiva e di intravedere una via d’uscita anche in condizioni precarie.” (La forza d’animo, Anna Oliverio Ferraris, Rizzoli 2003)
L’arte di saper passare attraverso le difficoltà
C’erano una volta un uomo anziano e un vecchio asino. Un giorno l’asino cadde in un pozzo ormai asciutto, ma profondo. Il povero animale ragliò tutto il giorno e l’uomo cercò di pensare a come tirarlo fuori dal pozzo. Alla fine, però, pensò che l’asino era molto vecchio e debole, senza contare che da tempo aveva deciso di riempire di terra il pozzo che era ormai prosciugato. Decise di seppellire là il vecchio asino. Chiese a diversi vicini di aiutarlo; tutti presero una pala e cominciarono a gettare terra nel pozzo. L’asino si mise a ragliare con tutta la forza che aveva. Dopo un po’, però, tra lo stupore generale, dal pozzo non venne più alcun suono. Il padrone dell’asino guardò nel pozzo, credendo che l’asino fosse morto, ma vide uno spettacolo incredibile: tutte le volte in cui veniva gettata una palata di terra nel pozzo, l’asino la schiacciava con gli zoccoli. Il suo padrone e i vicini continuarono a gettare terra nel pozzo e l’asino continuò a schiacciarla, formando un mucchio sempre più alto, finché riuscì a saltare fuori.
MORALE DELLA FAVOLA: ” La vita non smetterà mai di gettarci addosso ” palate di terra”, ma noi riusciremo ad ” uscire dal pozzo”, se ogni volta reagiremo. Ogni problema ci offre l’opportunità di compiere un passo avanti, se non ci diamo per vinti… Non bisogna mai arrendersi, anche perchè (metaforicamente) ciò che sembra seppellirci potrebbe essere la nostra àncora di salvezza! E se ce l’ha fatta un asino, possiamo farcela anche noi comuni mortali!”
Questa storia è un allegoria sulla nostra pratica yoga di ogni giorno. Spesso restiamo impantanati per giorni, mesi a volte anni nelle nostre “buche” di difficoltà in alcuni asana, nel pranayama o nella meditazione. Mai darsi per vinti, ma con amorevole e infinita pazienza mettersi al lavoro con metodo e intelligenza per “calpestare la terra” di quella difficoltà, facendone il nostro scalino di uscita, per saltare via liberi e acquisire nuova esperienza nella nostra pratica. Del resto abbiamo solo due alternative: farci seppellire dalla “terra della vita” che spesso ci viene riversata addosso, o prendere quella difficoltà come opportunità per studiare le nostre risorse e farle fruttare come scalini di risalita dalle varie “buche” nelle quali spesso la Vita ci cala. E voi, da quale “buca” state lottando per saltarne fuori e…con quali risorse intendete uscirne?
Fonti utilizzate: “L’arte di risalire”, di Alfredo Formosa ed Elena Campanini.
La sequenza degli asana nella propria pratica
La giusta sequenza di asana è la chiave per avere una pratica di yoga efficace e funzionale. Dopo aver eseguito una corretta sequenza si è penetrati progressivamente in profondità dalla pelle ai muscoli, dai muscoli alle ossa del corpo fino ad arrivare a percepire il corpo energetico a un livello più “cellulare”. E’ in quei momenti che viene costruita la nostra mente yogica, e devono gradatamente essere coltivati con la pratica. In alcune modalità di yoga come l‘Ashtanga, le sessioni sono organizzate in Vinyasa, o serie di pratica. Un Vinyasa antico e conosciuto da ogni praticante di yoga è il Surya Namaskar, il famoso “saluto al sole”.
Nella didattica dello yoga Iyengar non ci sono schemi fissi da seguire come i Vinyasa, ma essere in grado di porre gli asana in buona sequenza richiede una conoscenza ottenuta da uno studio approfondito, e l’aver sperimentato sul proprio corpo e sulla mente gli effetti di diverse serie di asana. Saper creare una sequenza funzionale è un discorso avanzato e complesso. Molti asana come Adho Mukha Svanasana vanno studiati prima di asana più impegnative come Urdhva Dhanurasana, e gli effetti che ne derivano nel corpo e nella mente vanno attentamente analizzati prima ancora di essere insegnati. Solo allora si può parlare di via esperienziale per capire la sequenzialità negli asana. Ci sono molti fattori che possono influenzare il modo di comporre una sequenza: il tempo(caldo, freddo), l’abilità e l’esperienza dei praticanti, il mood mentale e fisico dei praticanti in quel determinato giorno o in quella specifica ora della giornata (mattina, sera).
Differenti “famiglie” di asana hanno effetti completamente differenti sul nostro corpo, la nostra mente e sulle nostre emozioni. Gli asana in piedi donano stabilità e forza. I piegamenti in avanti sono calmanti. Gli archi sono ottimi antidepressivi e promuovono il buon umore. Le capovolte aumentano il livello di energia e donano equanimità, creando un profondo senso di benessere.
La scelta di una determinata sequenza dipende da come ci si sente fisicamente, mentalmente ed emotivamente in quel giorno. Nessuna sequenza sarà mai appropriata per qualsiasi persona, per ogni tipologia mentale, per qualunque livello energetico (che è personale), per ogni livello di pratica e per tutti i giorni dell’anno. Le variabili sono quindi numerose e strettamente soggettive.
Nel mettere in ordine una sequenza di asana nel sistema Iyengar ci sono alcune regole più o meno strette che il praticante è tenuto ad osservare. Per esempio Sirsasana deve essere seguito in sequenza da Sarvangasana o da asana simili come Sethu Bandha Sarvangasana e Halasana, per riallungare le vertebre cervicali e rinfrescare il sistema nervoso. Altri sistemi di Yoga non usano questa modalità di sequenza.
Ci sarebbero molte altre cose da dire sulla corretta sequenza delle posture e su come osservare la maniera di praticare in maniera sicura e confortevole. Seguitemi nei prossimi post dove, illustrando progressivamente alcune semplici regole di base osservate nell’Iyengar yoga, avrò il piacere di spiegarvi i principi generali per praticare delle corrette sequenze di asana da sperimentare nella pratica personale.


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