Aparigraha: libertà dall’attaccamento

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“Alle porte della città e presso il focolare
vi ho veduto prostrati ad adorare la vostra libertà.
Così come gli schiavi si umiliano dinanzi a un tiranno
e lo lodano anche se egli li uccide.

Si, nel boschetto del tempio e all’ombra della fortezza
ho veduto i più liberi tra voi
portare la propria libertà come giogo e catena.
E il mio cuore sanguinò in me;
poiché liberi voi potete essere soltanto quando
anche il desiderio di ricerca di libertà
diventerà una bardatura per voi
e quando cesserete di parlare della libertà 
come di una fine e di un compimento.
 

Sarete davvero liberi non quando i vostri giorni
saranno privi di affanni
e le vostre notti saranno senza carenza e dolore;
ma piuttosto quando queste cose cingeranno la vostra vita
e tuttavia voi vi libererete al di sopra,
nudi e senza vincoli” . 

Kahlil Gibran, Il profeta

La divinità nascosta nell’uomo

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Un’antica leggenda narra che gli dei nascosero la divinità nell’uomo e solo successivamente gli insegnarono la meditazione, per riscoprirne l’intima essenza.

«C’era un tempo in cui gli uomini erano simili agli Dei, ma abusarono talmente del proprio potere che Brahma, il Dio Supremo, decise di privarli della potenza divina nascondendola in un luogo a loro inaccessibile.

Pensò di consultare gli altri Dei per risolvere il problema. Alcuni degli Dei riuniti a consiglio dissero: ”Nasconderemo la divinità dell’uomo nelle profondità della terra”. Brahma rispose: “Non è sufficiente, l’uomo scaverà e la troverà”.

Gli Dei dissero allora: ”Nasconderemo la divinità dell’uomo negli abissi oceanici”. Brahma rispose ancora: “Non basta. L’uomo esplorerà le profondità dei mari e riuscirà a riportarla in superficie”. Allora gli Dei: “La nasconderemo sulla montagna più alta, quasi al limite del cielo, dove l’uomo non potrà arrivare”.

Brahma rispose ancora: “Non basta. L’uomo scalerà le montagne più alte e se ne impadronirà”. Allora gli Dei conclusero: “Non sappiamo dove nascondere la divinità dell’uomo, non c’è posto sulla terra, nel mare o nel cielo che egli non possa raggiungere”.

Finalmente Brahma sentì di aver trovato la soluzione al problema e disse: “ La nasconderemo profondamente dentro l’uomo stesso, abiterà proprio nel suo cuore: è l’unico posto in cui l’uomo non guarderà.»

Patricia Walden: l’armonia dello yoga

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Ho conosciuto Patricia Walden agli inizi del 2000 quando venne invitata in Italia a uno stage estivo tenuto a Rapolano, da Gabriella Giubilaro.  Avevo appena iniziato la pratica dell’Iyengar yoga, e il livello di pratica era molto avanzato per me. La ricordo gentilissima, con una voce musicale, geniale nel suo yoga. Mi diede un input di lavoro in Parivritta Trikonasana che tutt’ora insegno ai miei allievi. Spero di poter lavorare ancora in qualche intensivo con lei, perché è un vero piacere praticare con Patricia. Il video che segue trasmette molto più di tante parole.

L’arte di saper ridere

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“Ci sono persone che ridono durante la loro intera esistenza. Essi sanno come ridere e come far ridere gli altri. Altre persone spendono la loro vita piangendo. Dimmi: a quale categoria appartieni?

La risata è un arte. E quando sai come ridere, e come far ridere gli altri, non piangerai mai più. La persona che fa ridere gli altri è davvero in armonia con se stesso. Quindi come puoi imparare l’arte del ridere, il più alto tra i sentieri dello Yoga? Se davvero hai intenzione di apprendere tale arte devi considerare la tua vita come uno scherzo. La vita comincia in un secondo, e in un secondo finisce…”

Satyanananda Saraswati

La precisione, la gentilezza e il lasciar andare

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Il post di oggi è tratto dal libro “Troviamo la nostra vera natura” di Ane Pema Chodron (Deirdre Blomfield-Brown). Nata a New York nel 1936, ha esercitato per molti anni la professione di insegnante. Negli anni ’70 si è avvicinata al buddhismo tibetano ed è stata ordinata monaca a Londra da sua Santità il XVI Karmapa. Ha studiato col maestro Chogyam Trungpa; qualche anno dopo la sua morte è stata nominata direttore del monastero di Gampo Abbey in Canada, primo monastero per studenti occidentali. Pema Chodron è autrice di numerosi libri e offre insegnamenti anche in televisione. Le sue parole hanno una eco familiare in chi già pratica la meditazione e il pranayama, e forniscono molti utili indizi a chi desidera intraprendere questo viaggio alla riscoperta della propria natura spirituale.

“Meditare vuol dire vedere chiaramente il nostro corpo, la nostra mente, la nostra situazione familiare, il nostro lavoro, le persone che fanno parte della nostra vita. Significa osservare le nostre reazioni a tutto ciò, osservare le emozioni e i pensieri che abbiamo adesso, in questo stesso preciso istante, in questa stanza, su questa sedia. Significa non tentare di diventare migliori di ciò che siamo.

Non dobbiamo fare altro che osservare con chiarezza, precisione e gentilezza. In questo mese di meditazione ci eserciteremo a coltivare la gentilezza, la precisione innata e la capacità di lasciare andare la mentalità ristretta; impareremo ad aprirci ai pensieri, alle emozioni e a tutte le persone che incontreremo nella vita, ad aprire la mente e il cuore.

Non si tratta di un progetto di miglioramento. Non è una situazione in cui ci si sforza di essere meglio di come si è. Se avete un brutto carattere e vi rendete conto che state facendo del male a voi stessi e agli altri, potreste credere che, meditando per una settimana o un mese, cambierete completamente e diventerete la personcina deliziosa che avete sempre desiderato di essere: dalle vostre labbra immacolate come il giglio non uscirà più una parola offensiva.

Ma il fatto è che il desiderio di riuscire a cambiare è essenzialmente una forma di aggressione verso se stessi. Un altro problema è che i nostri conflitti psicologici, purtroppo o per fortuna, contengono la nostra ricchezza. Le nostre nevrosi e la nostra saggezza sono costituiti dello stesso materiale. Se buttiamo via le nevrosi, buttiamo via anche la nostra saggezza. Quando siamo molto arrabbiati, siamo anche pieni di energia: è questa energia che ci rende così vitali e che piace così tanto alla gente.

Il punto, allora, non è liberarsi della rabbia ma farci amicizia, osservarla chiaramente con precisione, onestà e gentilezza. Ciò significa che non dovete considerarvi né una persona indegna, né cadere nell’autocompiacimento: “Faccio bene a comportarmi così, ho proprio ragione. Gli altri sono insopportabili, è giusto che io sia sempre arrabbiato con loro”.

Gentilezza vuol dire non reprimere la rabbia, ma anche non darle libero sfogo. E’ qualcosa di molto più raffinato e generoso. Presuppone che, una volta compreso chi siete e cosa state facendo, impariate a lasciar andare. Potete lasciar andare la solita storiella meschina che fa da sfondo alla vostra rabbia, e iniziare a vedere chiaramente come e quando continuate a tenere in piedi tutta la faccenda.

Allora che si tratti di rabbia, attaccamento, gelosia, paura o depressione, qualunque cosa sia, l’importante è non cercare di reprimerla, ma fare amicizia con essa. Ciò significa arrivare a conoscere l’emozione in profondità e con una certa delicatezza e, una volta che l’abbiamo pienamente sperimentata, imparare a lasciarla andare.

E’ la tecnica di meditazione stessa che coltiva la precisione, la gentilezza e la capacità di lasciar andare, ma sono tutte qualità che possediamo già innate nel nostro cuore. Non dobbiamo conquistarle ma piuttosto valorizzarle, coltivarle e riscoprirle dentro di noi”.