L’arte di sapersi rilassare 1

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La vita moderna è diventata molto complessa. La lotta per l’esistenza si è fatta molto competitiva. Una grande quantità di usura costante, mentale e fisica, viene imposta all’umanità attraverso ritmi lavorativi pesanti  e modalità di vita innaturali. L’essere umano ha acquisito molte abitudini artificiali. Attraverso atteggiamenti posturali scorretti, ha portato tensioni ai suoi muscoli e nervi e ha dimenticato i principi fondamentali del rilassamento.

Se voi praticate il rilassamento regolarmente nessuna vostra energia verrà dissipata. Sarete molto attivi ed energici. Durante il rilassamento i muscoli e i nervi sono a riposo. Il prana e l’energia sono conservati e immagazzinati. La maggior parte delle persone disperde la loro energia creando dei movimenti inutili e impegnando muscoli e nervi forzatamente. Alcuni scuotono le gambe senza necessità mentre sono seduti. Altri tamburellano con le dita delle mani sulla tavola, lasciando vagabondare la loro mente. Alcuni fischiettano. Molti scuotono il capo, con tic nervosi: la loro energia è dissipata attraverso movimenti non necessari dovuti alla mancanza degli elementi di base della scienza del rilassamento.

Attenzione: non scambiate la pigrizia per rilassamento! La persona pigra è inattiva, piena di letargia e inerzia. La persona che pratica il rilassamento rigenera se stessa. Ha vigore, forza, vitalità e resistenza. Non permette mai che nemmeno una piccola quantità della sua energia venga dispersa.  Realizza una gran mole di lavoro in un tempo minimo. Persone con nature facilmente irritabili non possono godere della pace mentale: il cervello, i nervi e i muscoli sono sempre sotto una grande tensione. Sebbene possano essere dotati di forza fisica sono in realtà deboli, poiché perdono l’equilibrio della loro mente con estrema facilità.

Se veramente volete godere di una pace indisturbata e raggiungere la gioia, dovete applicarvi per ottenere una mente calma ed equilibrata, attraverso lo sradicamento di impulsi come preoccupazione, paura e rabbia. Se vi preoccupate di frequente, svilupperete un’abitudine alla preoccupazione: la vostra vitalità ed energia vengono risucchiate, muscoli e nervi sono sempre in tensione e contrazione. Il continuo sorgere d’impulsi e contro-impulsi o la repressione di questi causa ancora più tensione nel cervello, nel sistema nervoso e nell’apparato muscolare. Difatti molte sono le persone schiavi dei loro impulsi. Sono scaraventati qua e là, come in balia di un uragano. Ecco che non possono godere della pace mentale.

La scienza del rilassamento è un’ antica conoscenza dello yoga. Può essere appresa velocemente. Il rilassamento dei muscoli è fondamentale tanto quanto la loro contrazione. Possiamo dividere il rilassamento in fisico e mentale. Nel rilassamento fisico dovete sapere come rilassare tutti i muscoli del vostro corpo: questo rigenererà sia la mente che il corpo. La tensione muscolare verrà sciolta e il silenzio si espanderà in tutte le cellule. Quando praticate il rilassamento pensate alla calma e alla forza che state incamerando. Chi pratica questa scienza dello yoga raramente sperimenta stanchezza. Quando ci si rilassa, l’energia scorre nei nervi proprio come l’acqua tiepida scorre da un rubinetto che viene aperto. Come ogni attività artistica il rilassamento va praticato regolarmente, per farlo diventare man mano una seconda natura. Nei prossimi post illustrerò le varie tipologie di rilassamento, dove agiscono, come praticarle e il modo in cui lo yoga dona sollievo dallo stress, tagliandone le radici e instaurando al suo posto un senso di radiante benessere.

Stare con i piedi per terra

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Nel post di oggi darò un breve accenno sull’uso dei piedi nell’Iyengar yoga. Lo schema della foto, in inglese, è la spiegazione di come vengono denominate le aree del piede e l’utilizzo che se ne fa i tutti gli asana, sia quando i piedi vengono mantenuti saldi in terra negli Utthita Sthiti (asana in piedi), nei Pashima  Pratana Sthiti (discese in avanti) che nei Viparita Stithi (capovolte) e nei Purva Pratana Stithi (archi). In sintesi senza un adeguato uso dei piedi la dinamica dell’asana non può essere riportata nelle gambe e nella spina dorsale, il fulcro di tutta la pratica dello yoga e nostra colonna portante in ogni senso. Ci sarebbe da parlare all’infinito sulle corrette azioni da effettuare nei piedi, ma il mio non vuole essere un trattato di yoga sui piedi bensì un semplice post per visualizzare al meglio le zone sensibili alle azioni dello yoga.

Osservate i quattro rettangoli posti rispettivamente nei quattro angoli esterni dei piedi. Immaginate il piede come un’automobile, e quei punti come gli pneumatici che sostengono il piede in terra saldo su quattro basi uniformi. E’ la prima azione che qualunque insegnante di Iyengar yoga direbbe a un principiante, per avere la percezione di radicamento a terra con le gambe.

Osservate quelle tre forme ellissoidali che si trovano nell’arco plantare interno esterno e sul davanti del tallone. Vengono denominate rispettivamente “arco plantare interno”, “arco plantare esterno” (si, avete letto bene!  Va attivato con un paziente e sottile lavoro) e “davanti del tallone”. Punti chiave del piede da dove si dipartono azioni che hanno effetti in parti distali del corpo (bacino, schiena, spalle). Senza l’attivazione di questi punti è pressoché impensabile parlare di Utthita Stithi.

Abbiamo in ultimo le zone evidenziate dai cerchietti. Sono rispettivamente i “cuscinetti” dei metatarsi, la fine del quinto metatarso (vicino all’arco esterno del piede), il centro del tallone (visualizzatelo come il punto d’appoggio di una sfera) e il “davanti” del tallone interno, punti chiave da dove dipartono le principali azioni per i Pashima Pratana Sthiti e i Viparita Sthiti.

Mi auguro di aver dato dei “memento” originali per i praticanti maturi e dei spunti di riflessione per i principianti, che avranno modo di ricordare e visualizzare al meglio le azioni corrette impartite dai loro insegnanti, e avere materiale di studio e approfondimento per la loro pratica a casa.

 

 

 

Il corretto appoggio delle mani nello yoga

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Il post di oggi è dedicato all’attenzione che i praticanti devono porre nell’uso corretto delle mani in asana come Adho Mukha Swanasana, Adho Mukha Vriksasana, Pincha Mayurasana, Chaturanga Dandasana e in tutti quegli asana dove si richiede il pieno appoggio del palmo della mano a terra per sostenere il peso del corpo.

L’illustrazione è in inglese per cui, chi capisce la lingua, non avrà problemi nel comprendere chiaramente le azioni da mettere in gioco durante l’esecuzione degli asana.Tradurrò per i praticanti che non comprendono la lingua inglese.

Osservate i cerchi di colore verde scuro. Vicino c’è riportata l’azione di “premere con fermezza queste aree della mano sul tappetino di pratica“. Sono i punti da tenere con priorità ben premuti senza sollevarli in nessun modo.

Passate ora ai cerchi di colore verde oltremare, più chiari. Sono aree della mano “che vengono mantenute aderenti in terra sul nostro tappetino di pratica“.

C’è poi indicato, con un cerchio giallo, il centro del palmo della mano. L’azione che viene suggerita quì è di “visualizzare quest ‘area della mano come se ci fosse un risucchiare verso l’alto“, una sorta di bandha al centro del palmo della mano.

Osservate il cerchio rosso, l’area della mano da “mantenere saldamente in terra per evitare che si sollevi“.

In ultimo abbiamo i cerchi color arancio, nel “tallone della mano” come lo chiama B.K.S.Iyengar, che indicano l’azione da svolgere in quell’area: “evitate di far collassare il peso corporeo in questo punto”.

Tutto questo per scongiurare eventuali danni in allievi che hanno subito incidenti nei polsi (fratture, cadute, lussazioni, traumi sportivi, ecc) o in allievi che soffrono con disturbi di artrite e artrosi con dolori ai polsi e presentano una ridotta mobilità articolare. Il peso deve essere equamente distribuito in tutte queste zone così da evitare sovraccarichi inutili nei polsi, specialmente se gli allievi presentano problemi in questa parte della mano. Lo yoga, correttamente insegnato, deve aiutare tutti nell’esecuzione degli asana in maniera sicura, funzionale e conservativa: anche in età avanzata.

B.K.S. Iyengar, con una intera vita dedicata alla pratica e il vasto insegnamento che tutt’ora ci tramanda, credo sia l’esempio vivente di quanto è stato appena detto. Auguro a voi tutti uno studio corretto e amorevolmente disciplinato, mettendo in pratica i consigli dei vostri insegnanti in questa arte di vita che è lo yoga.

Vivere in pienezza

 

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 “Entro i limiti imposti dall’età, con una vita di disciplina alle spalle, e con una sempre maggiore dose di amore e compassione, lo yogin deve continuare il suo cammino. Non vuole avere una coscienza difettosa. Aspira a raggiungere la mèta, il sé puro e privo di spaccature, che mai cadrà all’indietro, mai tradirà, mai arrecherà danno, mai mentirà, mai agirà con malvagità o egoismo. Lo yogin pratica un gioco che non ha fine, perché il gioco è semplicemente la vista della sua stessa Anima”.  B.K.S.Iyengar

 

Vi siete mai chiesti quale sarebbe il vostro più grande rimpianto se oggi fosse il vostro ultimo giorno di vita? Cosa vorreste aver fatto, cosa vi pentireste di non aver mai provato?

Bronnie Ware, un’infermiera australiana nella rete delle Cure Palliative per i malati terminali, che assisteva i moribondi nelle loro ultime dodici settimane, ha riportato per anni le loro ultime parole e desideri in un blog intitolato “Inspiration and Chai” che ha avuto un seguito talmente grande da convincerla a scrivere un libro intitolato “I cinque più grandi rimpianti dei morenti”.

Quando la Ware ha chiesto ai suoi pazienti di eventuali rammarichi, o su qualcosa che avrebbero fatto diversamente, sono venuti fuori molti temi comuni. Nessun accenno al non aver fatto più sesso o a non avere provato a fare sport estremi, ma il rimorso di non aver speso più tempo con la propria famiglia, coltivato le amicizie o cercato con più accortezza la via della felicità.

Questi i cinque più comuni rimpianti, secondo la testimonianza dell’infermiera:

5. Vorrei essere stato capace di rendermi più felice.

Questo è un sorprendentemente comune a tutti. Molti non si rendono conto, finché non è tardi, che la felicità è una scelta. Sono rimasti bloccati nelle loro abitudini e nella routine. Il cosiddetto ‘comfort’ di familiarità si è espanso anche alle loro emozioni, perfino ad un livello fisico. La paura del cambiamento li fa fingere con gli  altri e mentire a se stessi, convincendosi di essere contenti, quando nel profondo,  non desideravano che ridere a crepapelle e un po’ di infantilità nella loro vita. “

4. Vorrei esser rimasto in contatto con i miei amici.

“Spesso non sono riusciti ad apprezzare quale privilegio magnifico fosse avere dei vecchi amici se non nelle loro ultime settimane e non sempre era stato possibile rintracciarli. Molti erano così concentrati sulle proprie vite che hanno perso per strada delle amicizie d’oro nel corso degli anni. Molti rimpiangevano profondamente di non aver dato alle amicizie il tempo e lo sforzo che si meritavano. Ognuno sente la mancanza dei propri amici quando sta morendo.”

3. Vorrei aver avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti.

“Molte persone sopprimono i loro sentimenti in modo da mantenere il quieto vivere con gli altri. Di conseguenza, si accontentano di un’esistenza mediocre e non diventano mai chi erano realmente in grado di divenire. Come risultato, amarezza e risentimento diventano delle malattie che si sviluppano dentro. “

2. Vorrei non aver lavorato così duramente.

“Questo è venuto fuori da ogni paziente di sesso maschile che ho assistito. Si sono persi l’infanzia dei loro figli e la compagnia dei propri partner. Anche alcune donne hanno menzionato questo rimpianto, ma come se fossero di una vecchia generazione, molti dei pazienti di sesso femminile non erano stati capifamiglia. Tutti gli uomini che ho curato hanno rimpianto profondamente l’aver trascorso così tanto della loro esistenza a dedicarsi sfrenatamente al lavoro. “

1. Vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita come volevo io, non quella che gli altri si aspettavano da me.

“Questo il rammarico più comune per tutti. Quando le persone si rendono conto che la loro vita è quasi finita e ripensano ad essa tirando le somme, è facile rendersi conto di quanti sogni sono rimasti insoddisfatti. La maggior parte delle persone non aveva realizzato nemmeno la metà dei loro sogni e doveva morire con la consapevolezza che era a causa di scelte che aveva compiuto. La salute offre una libertà di cui in pochi si rendono conto, fino a quando non la perdono.”

La Ware testimonia di come le persone alla fine della propria vita acquisiscano un’incredibile lucidità di visione e che noi tutti potremmo imparare dalla loro saggezza.

Come diceva il poeta Henry David Thoreau: “Vivere con saggezza, vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto”.

Viviamo. Prima che sia troppo tardi.

 

Fonte: http://www.newswiki.it/newswiki/salute/86-rimpianti-malati-terminali-alla-morte

Il canto dell’Om per la meditazione

La musica e le immagini parlano da sole. Ricordo tutto questo nel mio viaggio in Ladhak, terra degli stupa e dei monasteri abbarbicati sui fianchi di montagne che si stagliano verso il cielo. Odori d’incenso, canti delle scritture con toni d’altre dimensioni, i monaci, le danze sacre nelle feste, i kilometri percorsi in paesaggi lunari aldilà del tempo e dello spazio. E la notte, quella vera, con le stelle di un nitore del diamante, che potevano essere afferrate con le mani tanto sembravano vicine a quota 5.600…Il the salato al burro, odore di legna nei fuochi degli accampamenti notturni. La neve e il candore dei ghiacciai eterni dell’Himalaya. Praticando la vostra meditazione con questi suoni, entrate sempre più dentro voi stessi. Lì, ci incontreremo nel luogo di ristoro di tutti gli entronauti di ogni epoca e sentiero: la fonte del Cuore.