Saggezza di Sri Yukteswar

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Si afferma Sri Yukteswar pronunciasse spesso questa frase durante le iniziazioni:

“Ascolta! Non devi pensare che questo tocco ti libererà da solo o che arriverà un carro a portarti in cielo! Non devi mai permettere a te stesso di avere una fede cieca di questo tipo per quanto riguarda il raggiungimento del Kaivalya! Il tocco iniziale del Guru ti aiuta ad incoraggiare la realizzazione! Tu devi praticare con la massima sincerità per raggiungere l’obiettivo divino e questo avverrà grazie al tuo sforzo personale

Kali, simbolo del pranayama

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Nel post di oggi spiegherò la simbologia dei deva vedici, come sono raffigurati nell’iconografia indiana e cosa rappresenta la murti (forma) con la quale sono stati rappresentati. Ogni particolare di queste raffigurazioni racconta dei processi interiori della pratica yogica, con riferimenti al pranayama e ai suoi effetti sulla mente dello yogi. Oggi prenderò in esame la dea Kali e come viene rappresentata nel Bengala orientale, India,  dove ho effettuato la mia formazione nella pratica del pranayama e della meditazione. Spero che questi elementi poco conosciuti in occidente, siano per tutti voi uno stimolo per approfondire la vostra ricerca dello yoga.

Kali è una dea considerata un aspetto di Durga, la manifestazione potente della Madre Divina, la Shakti come viene chiamata nella tradizione yogica. E’ lei che ha ucciso il dèmone Raktabij, che rappresenta la moltitudine dei desideri egoici. Questi desideri terreni distolgono il praticante dal seguire il sentiero del Dharma.

Yogicamente parlando Kali è l’Energia Primordiale femminile. Rappresenta lo stato cinetico del Prana dal quale scaturisce tutta la creazione. L’individuo ordinario considera la conoscenza mondana essere la vera conoscenza. Per questa ragione Kali è raffigurata di color nero perché, nel suo primo stadio di manifestazione, la conoscenza mondana non ebbe evoluzione dalla creazione.

La sua lunga lingua protratta in fuori simboleggia il Kechari mudra, utilizzato nelle pratiche superiori del pranayama. La roncola brandita nella sua mano destra e la testa mozzata nella sua mano sinistra, simboleggiano l’ego reciso (testa, mente) del praticante yoga, l’annullamento dell’ignoranza (Avidya) e l’entrata nel regno della Conoscenza (Vidya). Con l’ardente pratica del pranayama uno yogi ottiene elevati stati di coscienza e quindi raggiunge l’onniscienza, come  molti Guru e Rishi autorealizzati.

La ghirlanda di 108 teste che porta al collo indica le 108 propensioni demoniache dell’ego umano. Queste scaturiscono dallo stato agitato del prana (Kinetic state) e impediscono al praticante il distacco dal mondo sensoriale. Ma quando il Prana è reso quieto con la pratica del pranayama, le attività di queste propensioni demoniache cessano: l’estinguersi di queste attività è per l’ego sinonimo di distruzione.

Kali inoltre è raffigurata mentre decapita con la sua roncola i 108 demoni. Questa decapitazione dell’ignoranza è necessaria affinché lo yogi sia purificato e ottenga la conoscenza dell’anima. I piedi di Kali indicano il respiro che si muove nelle due nadi Ida e Pingala. Quando i suoi due piedi diventano uno simbolizzano uno stadio del pranayama: il flusso respiratorio dello yogi continua nello Sushumna, il sottile canale energetico all’interno della spina dorsale.

Grazie alla pratica regolare e determinata (tapas), lo yogi si eleva oltre lo Sushumna fondendosi con l’Assoluto: in questo momento i piedi di Kali diventano evanescenti alla vista del praticante. Kali è raffigurata con un piede che poggia sul petto del Signore Shiva e con l’altro piede che poggia sulla Sua coscia, simboli della sua natura duale.

Il piede sul petto di Shiva indica la quiete silenziosa del Samadhi, mentre il piede sulla coscia indica il dinamismo energetico. Kali sopra Shiva simbolizza l’unione del dinamismo energetico e della quiete meditativa. Il dinamismo del Prana agitato trasformato nella quiete silenziosa e, al suo opposto, il dinamismo creativo che nasce dalla quiete profonda ottenuta con la pratica yogica.

La divinità nascosta nell’uomo

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Un’antica leggenda narra che gli dei nascosero la divinità nell’uomo e solo successivamente gli insegnarono la meditazione, per riscoprirne l’intima essenza.

«C’era un tempo in cui gli uomini erano simili agli Dei, ma abusarono talmente del proprio potere che Brahma, il Dio Supremo, decise di privarli della potenza divina nascondendola in un luogo a loro inaccessibile.

Pensò di consultare gli altri Dei per risolvere il problema. Alcuni degli Dei riuniti a consiglio dissero: ”Nasconderemo la divinità dell’uomo nelle profondità della terra”. Brahma rispose: “Non è sufficiente, l’uomo scaverà e la troverà”.

Gli Dei dissero allora: ”Nasconderemo la divinità dell’uomo negli abissi oceanici”. Brahma rispose ancora: “Non basta. L’uomo esplorerà le profondità dei mari e riuscirà a riportarla in superficie”. Allora gli Dei: “La nasconderemo sulla montagna più alta, quasi al limite del cielo, dove l’uomo non potrà arrivare”.

Brahma rispose ancora: “Non basta. L’uomo scalerà le montagne più alte e se ne impadronirà”. Allora gli Dei conclusero: “Non sappiamo dove nascondere la divinità dell’uomo, non c’è posto sulla terra, nel mare o nel cielo che egli non possa raggiungere”.

Finalmente Brahma sentì di aver trovato la soluzione al problema e disse: “ La nasconderemo profondamente dentro l’uomo stesso, abiterà proprio nel suo cuore: è l’unico posto in cui l’uomo non guarderà.»

La precisione, la gentilezza e il lasciar andare

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Il post di oggi è tratto dal libro “Troviamo la nostra vera natura” di Ane Pema Chodron (Deirdre Blomfield-Brown). Nata a New York nel 1936, ha esercitato per molti anni la professione di insegnante. Negli anni ’70 si è avvicinata al buddhismo tibetano ed è stata ordinata monaca a Londra da sua Santità il XVI Karmapa. Ha studiato col maestro Chogyam Trungpa; qualche anno dopo la sua morte è stata nominata direttore del monastero di Gampo Abbey in Canada, primo monastero per studenti occidentali. Pema Chodron è autrice di numerosi libri e offre insegnamenti anche in televisione. Le sue parole hanno una eco familiare in chi già pratica la meditazione e il pranayama, e forniscono molti utili indizi a chi desidera intraprendere questo viaggio alla riscoperta della propria natura spirituale.

“Meditare vuol dire vedere chiaramente il nostro corpo, la nostra mente, la nostra situazione familiare, il nostro lavoro, le persone che fanno parte della nostra vita. Significa osservare le nostre reazioni a tutto ciò, osservare le emozioni e i pensieri che abbiamo adesso, in questo stesso preciso istante, in questa stanza, su questa sedia. Significa non tentare di diventare migliori di ciò che siamo.

Non dobbiamo fare altro che osservare con chiarezza, precisione e gentilezza. In questo mese di meditazione ci eserciteremo a coltivare la gentilezza, la precisione innata e la capacità di lasciare andare la mentalità ristretta; impareremo ad aprirci ai pensieri, alle emozioni e a tutte le persone che incontreremo nella vita, ad aprire la mente e il cuore.

Non si tratta di un progetto di miglioramento. Non è una situazione in cui ci si sforza di essere meglio di come si è. Se avete un brutto carattere e vi rendete conto che state facendo del male a voi stessi e agli altri, potreste credere che, meditando per una settimana o un mese, cambierete completamente e diventerete la personcina deliziosa che avete sempre desiderato di essere: dalle vostre labbra immacolate come il giglio non uscirà più una parola offensiva.

Ma il fatto è che il desiderio di riuscire a cambiare è essenzialmente una forma di aggressione verso se stessi. Un altro problema è che i nostri conflitti psicologici, purtroppo o per fortuna, contengono la nostra ricchezza. Le nostre nevrosi e la nostra saggezza sono costituiti dello stesso materiale. Se buttiamo via le nevrosi, buttiamo via anche la nostra saggezza. Quando siamo molto arrabbiati, siamo anche pieni di energia: è questa energia che ci rende così vitali e che piace così tanto alla gente.

Il punto, allora, non è liberarsi della rabbia ma farci amicizia, osservarla chiaramente con precisione, onestà e gentilezza. Ciò significa che non dovete considerarvi né una persona indegna, né cadere nell’autocompiacimento: “Faccio bene a comportarmi così, ho proprio ragione. Gli altri sono insopportabili, è giusto che io sia sempre arrabbiato con loro”.

Gentilezza vuol dire non reprimere la rabbia, ma anche non darle libero sfogo. E’ qualcosa di molto più raffinato e generoso. Presuppone che, una volta compreso chi siete e cosa state facendo, impariate a lasciar andare. Potete lasciar andare la solita storiella meschina che fa da sfondo alla vostra rabbia, e iniziare a vedere chiaramente come e quando continuate a tenere in piedi tutta la faccenda.

Allora che si tratti di rabbia, attaccamento, gelosia, paura o depressione, qualunque cosa sia, l’importante è non cercare di reprimerla, ma fare amicizia con essa. Ciò significa arrivare a conoscere l’emozione in profondità e con una certa delicatezza e, una volta che l’abbiamo pienamente sperimentata, imparare a lasciarla andare.

E’ la tecnica di meditazione stessa che coltiva la precisione, la gentilezza e la capacità di lasciar andare, ma sono tutte qualità che possediamo già innate nel nostro cuore. Non dobbiamo conquistarle ma piuttosto valorizzarle, coltivarle e riscoprirle dentro di noi”.

La pratica interiore dello yoga

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“Programmate la vostra vita. Progettate la vostra routine spirituale. Attenetevi a essa con metodo e regolarità Applicatevi con diligenza. Non sprecate minuti preziosi. La vita è breve e il tempo è fugace. Quel domani non arriverà mai. Ora o mai più. Alzatevi con questo proposito:  – Diventerò uno yogi in questa stessa vita, in questo stesso istante – . Praticate lo yoga sadhana o abhyasa con rigore e costanza. Se siete veramente sinceri nella vostra pratica, se nella vostra mente esercitate il vairagya, o assenza di desideri, e aspirate alla liberazione, raggiungerete lo scopo della perfezione entro sei anni. Non c’è alcun dubbio al riguardo.”

Fonte: Swami Sivananda