Kali: la Madre Cosmica

kali ma, litografia, Calcutta

Il post di oggi segue il precedente su Shiva, Signore degli yogi, e parlerà di una delle figure più terrifiche e misteriose del pantheon hindu: Kali, la Madre Divina. Il mio andare ogni anno in India, ha fatto del Bengala dell’est e di Kolkata (Calcutta) praticamente la mia seconda patria. Li, ho avuto la grazia di conoscere il mio Guruji, li ho conosciuto confratelli, amici e padre e madre spirituali.

Kolkata è uno dei misteri di contraddizione dell’India, ma piena di storie di grandi santi che in quell’angolo di India sono nati e hanno segretamente vissuto il loro dramma terreno. Nelle case di ogni hindu che si rispetti vedrete sempre immagini di Krishna, Radha, Rama, Ganesha, Hanuman, ma nessuno oserà mai mettere immagini di Kali, considerate troppo “forti” come iconografia. Nessuno tranne…i bengalesi! Per loro Madre Kali è un simbolo dei più sacri che esistano, ed hanno un rapporto viscerale con questo aspetto di Dio come Madre Natura.

Ma cerchiamo di capire perché gli antichi Rishi hanno rappresentato Kali con questa iconografia e cosa in realtà rappresenta. Dobbiamo sempre andare al di là della mera rappresentazione esteriore, e comprendere che i Rishi del passato hanno voluto lasciarci dei simboli da decifrare inerenti le realtà interiori: questo è da tenerlo sempre presente, altrimenti la nostra mente, che è temporale e limitata si abbarbica all’immagine esteriore, dimenticando il reale significato di Kali e quel che può risvegliare nel cuore di ogni sincero ricercatore spirituale.

Questa effige è stata per decenni male interpretata specialmente in Occidente e non solamente in India. La sua immagine fu usata come spauracchio dall’impero colonialista britannico che diffuse tante inesattezze a scopo politico e di dominio, una delle quali fu la setta dei Thugs che sacrificavano le proprie vittime a Kali. Ma vediamo cosa in realtà significa la figura di Kali. Ho girato molti templi del Bengala e non solo, e Kali spesso viene rappresentata nuda.

Nuda come lo stato naturale primigenio dell’essere umano, riscontrabile ancora nei bambini piccoli: Lei è Madre Natura che genera, cresce e dissolve ogni forma di vita. Il divino lila di vita e morte esprime la sua attività nella Natura: Lei crea, preserva e distrugge successivamente ogni forma di vita nell’Universo. La sua energia è onnipresente, e questo è simboleggiato dai capelli scarmigliati che si dipanano attorno a lei come un’aura: rappresentano la sua energia che tutto pervade.

Kali è l’Om eterno che risuona nelle sfere celesti, l’eterno canto del Sanathan Dharma (la legge spirituale eterna) che nutre e sostiene l’Universo. Nell’Om ogni cosa esiste: la materia, l’energia e i pensieri di ogni essere vivente. Uno dei tanti significati dei teschi appesi al collo è che Lei è presente invisibilmente nei pensieri più reconditi dell’essere umano. Kali rappresenta l’Eterno come vibrazione manifesta che tutto nutre e sostiene, e poggia il suo piede danzando nell’estasi dionisiaca della creazione sul petto del suo consorte, il Signore Shiva, lo Spirito immanifesto che, al di là dello stato vibratorio della creazione, è assorto nell’eterno samadhi, lo stato di assorbimento nello Spirito.

La sua lingua protesa in fuori simboleggia il kechari mudra che lo yogi raggiunge nelle pratiche avanzate del pranayama. Nella tradizione del kriya yoga del Bengala dell’est, il kechari mudra è il cuore della pratica del pranayama, e ci sono delle fasi introduttive e specifiche in seguito riguardo la sua pratica. Non solo.

Kali tiene in mano un testa mozzata: è la mente, l’ego del devoto che, grazie a una regolare e devota pratica del pranayama e della meditazione, viene reciso di netto e permette al devoto di andare oltre i limiti della coscienza egoica limitata. Questa è un’operazione necessaria alla crescita dello yogi e Madre Kali, consapevole di questo, chiede scusa al devoto per questa ingrata ma utile azione interiore. In India quando si fa un errore e si vuol chiedere scusa mostrandosi imbarazzati, si tira fuori la lingua come atteggiamento corporeo di scusa e riappacificazione. Paese che vai usanza che trovi.

Abbiamo detto che Kali danza su tutta la creazione: è la danza del movimento di vibrazione cosmica, nel quale tutte le cose vengono in manifestazione. Quando osa toccare col piede il petto del suo fiero consorte, il Signore Shiva, tira fuori la sua lingua come per dire: “Oddio, forse sono andata troppo oltre, forse non sto mostrandoGli il dovuto rispetto!” E quando il suo piede di vibrazione creatrice tocca il petto dello Spirito oltre la vibrazione, d’un tratto tutta la creazione cessa di esistere, assorbita nello Spirito Infinito.

Kali è rappresentata con quattro mani. La mano destra in alto è nel gesto di abhaya mudra, come per dire al devoto: “Figlio mio, io sarò sempre con te e sempre ti proteggerò ovunque tu vada!” La mano destra in basso simboleggia la kripa (Grazia) della Madre Divina, che dice al devoto: “Qualunque cosa mi chiedi io te la concederò! ” E su questo ci sarebbe molto da scrivere, perché spesso si chiedono delle cose senza discernimento spirituale (viveka) e che alla lunga si rivelano impedimenti, piuttosto che benedizioni. Per cui ogni devoto è tenuto a meditare profondamente, prima di chiedere cose che in realtà poi non si rivelano affatto utili per la sua evoluzione spirituale. Difatti coloro che hanno uno smodato attaccamento per le manifestazioni esteriori dell’energia materiale, saranno costretti a girare sulla ruota della rinascita, incarnazione dopo incarnazione, facendo su e giù tra gioia e dolore e mai trovando la pace del Cuore.

A Kolkata in alcuni templi tantrici Kali viene raffigurata con in mano un pashu, un cappio, col quale lega mani e piedi i suoi figli incatenandoli al mondo materiale di nascita e morte, legandoli con i doni materiali come ricchezze, figli, donne, uomini, possedimenti e tutto ciò che possa far dimenticare ai devoti la loro divina origine di nascita. Per cui i sinceri ricercatori spirituali che hanno capito l’effimero gioco della creazione, piangono ai piedi della Madre Divina implorandola di sciogliere il cappio che li tiene avvinti alla creazione materiale, permettendogli di esplorare la vastità dello Spirito infinito.

Costoro adorano la Madre del cosmo nella loro anima e, attraverso la meditazione profonda, s’immergono del suono dell’Om diventando uno con esso, saltando poi oltre lo stato vibratorio in seno allo Spirito, al di là della vibrazione del creato. Per cui Kali rappresenta l’agire di Madre Natura nell’Universo.

Le immagini di ogni devata dell’India rappresentano delle qualità del divino, e pertanto sono prettamente simboliche. Spero di avervi dato almeno un poco della mia esperienza dei viaggi in India e degli insegnamenti che quel popolo mi ha donato, e spero di avervi donato del materiale su cui poter riflettere e poter arricchire la vostra ricerca nel campo dello yoga. Gradirei i vostri commenti come feedback prezioso per i miei futuri post.

Shiva Nataraja: la danza della creazione cosmica

shiva

Si narra nei Purana che Vishnu e Shiva, un giorno, si recarono nella foresta per incontrare i demoni. Per non farsi riconoscere Shiva si tramutò in donna. I demoni lanciarono contro le due divinità una tigre dai magici poteri, ma usando una sola unghia Shiva la uccise, la scuoiò e si cinse i fianchi con la sua pelle.

Subito gli mandarono contro un demone nano maligno e potente, Apashmara Purusha, il demone del’ignoranza (Avidya). Il Signore Shiva lo rovesciò a terra e iniziò a danzare sul suo capo la danza selvaggia chiamata Tāṇḍava or Tāṇḍava-nṛtya. Durante la misteriosa danza  manifestò i cinque poteri sacri: pancha-krtya, che sono:

1) Srishti, il potere della creazione, rappresentato dal tamburo sul quale Shiva fa risuonare il pranava, suono primordiale dal quale emanano i ritmi ed i cicli della creazione.

2) Sthiti, la durata della creazione (mantenimento).

3) Samhara, il potere della distruzione, rappresentato dal fuoco che Shiva ha nella mano sinistra superiore (riassorbimento della creazione nell’Assoluto Immanifesto).

4) Tirobhava, il potere che nasconde la verità, permettendo la crescita e la realizzazione del proprio destino, rappresentato dal piede destro che schiaccia il demone.

5) Anugraha, il potere di concedere la grazia della conoscenza (Vidya), rappresentato dal piede sinistro alzato e dalla mano sinistra abbassata (favore, riconoscimento).

Il cerchio di fuoco rappresenta Prabhamandala, il cosmo e la coscienza senza tempo e anche l’AUM, dove la A rappresenta lo stato di veglia, la U lo stato del sogno, la M il sonno profondo ed il silenzio che segue la recitazione dell’Aum: l’Eterno non manifesto.

I cinque poteri, le cinque attività di Shiva Nataraja vengono manifestate sia simultaneamente che una dopo l’altra. Simultaneamente: nell’istante, come singola vibrazione o pulsazione di eternità. Una dopo l’altra: in successione con lo scorrere del tempo. Le tre mani superiori simboleggiano la creazione, il mantenimento e la distruzione. Il piede che schiaccia la testa del demone dell’ignoranza è l’occultamento, il velo di Maya. Il piede sollevato è la grazia che libera dal ciclo di morte e rinascita.

Per ingannare i demoni della foresta Shiva Nataraja si traveste da donna, ed è come donna che svela la sua natura divina (Shiva ardhanari). La mano abbassata di Nataraja  mostra anche l’unione tra i primi tre poteri: creazione,durata, distruzione-riassorbimento. Con gli ultimi due, il celarsi e il concedere la grazia.

Shiva, il ribelle, l’eccentrico, da un lato si nasconde e contemporaneamente ci offre la chiave per ritrovarlo. Celarsi e nascondersi… Il tempo viene rappresentato dal tamburo (Damaru) ed il fato viene rappresentato dal cerchio di fuoco, l’aureola che circonda Shiva Nataraja, Colui che danzando crea e distrugge l’Universo in cicli cosmici che si perpetuano nell’Eterno Presente.

 

Fonte: Ananda K. Coomaraswamy – La danza di Shiva. Arte e civiltà dell’India – 1918

Aparigraha: sciogliere gli attaccamenti del piccolo ego

aparigraha[2]

“Possiamo perdere solo ciò a cui siamo attaccati”.

Gautama Buddha

In questo post vi parlerò del concetto di Aparigraha, o non attaccamento. Sebbene sia il più duro dei concetti da penetrare, aparigraha è allo stesso tempo il più sottile da capire e trasporre nella nostra pratica yogica e nel nostro vissuto quotidiano. Spesso ci è capitato di osservare quanta confusione e miseria l’attaccamento possa aver provocato in coloro che prendono a discapito degli altri, come se l’Universo avesse le risorse “contate” per i suoi figli. E come anche in noi stessi quanti esiti negativi ed illusioni l’attaccamento ha procurato a causa del possesso esercitato su cose, situazioni o persone.

Ma quando crediamo di avere la presa su qualcosa scopriamo un altro livello di illusione: noi ci attacchiamo a tutte le cose. Non fa alcuna differenza aggrapparsi ad un paio di scarpe nuove, a un’auto fiammante,  all’ultimo modello di hi-phone o a delle idee fisse e cristallizzate. Non sono gli oggetti desiderati o i pensieri in sé stessi ad essere sbagliati, quanto la tenacia della nostra presa sugli oggetti e sulle nostre idee. Quando noi iniziamo a mollare la presa su idee e pensieri scopriamo un livello di pratica ancora più profondo.

Mettere in pratica aparigraha ci fa lentamente risvegliare alla consapevolezza che la nostra esistenza come sé separato da tutto il resto, è una illusione del nostro piccolo ego ristretto. La pratica degli asana è un terreno fertile per coltivare i nostri attaccamenti preferiti. Riflettiamoci qualche istante. Ci sono asana che decantiamo come “nostri cavalli di battaglia”. La linea che ci divide tra attaccamento e ardore zelante per la pratica è molto sottile! Ma la nostra pratica  è anche un eccellente laboratorio di ricerca per aparigraha. In che modo?

Prendete un asana qualsiasi dove voi dovete migliorare e sapete che vi da filo da torcere: Uttanasana, Adho Mukha Svanasana, Prasarita Padottanasa per esempio; tutte asana dove dovremmo scendere con il tronco bene esteso e il capo verso il pavimento. Ho nominato queste tre ma la scelta sarà conforme alla vostra ricerca personale. Indipendentemente dalla postura scelta, fate in modo da mantenerla per alcuni minuti. Iniziate ad abbandonare ogni senso di possesso riguardo alla “mia postura” o riguardo a “come l’asana potrebbe apparire ad un osservatore esterno”. Lasciate ogni idea di finalizzazione dell’asana o di accorciare, per esempio,  la distanza tra il capo e il pavimento (Prasarita Padottanasana). Lasciate andare qualsiasi idea su cosa “avreste potuto fare in più”. Lasciate andare l’idea di “voi stessi che eseguite l’asana” o di “io sto facendo la posizione”.

Tutti questi rappresentano dei piccoli passi verso il mollare il senso di io e mio: aparigraha. Concentrate la vostra consapevolezza sulla presa geometrica dell’asana, le azioni corrette da intraprendere, come queste azioni si sviluppano nel corpo e nella mente. Non importa a che punto dell’asana voi vi trovate, dal momento che state ricercando e sperimentando questi concetti, ciò che l’asana vi dona in quel momento è ciò di cui avete più bisogno. Tutto qui. Questo vi aiuterà nell’acquisire ancor più sensibilità e consapevolezza, salvaguardando voi stessi da inutili incidenti di percorso causati dal voler ostinatamente perseguire livelli di pratica al momento prematuri e inutili. Studiare aparigraha è andare strato oltre strato dell’asana, è come pelare una cipolla: non si potrà mai raggiungere il punto dove non ci sono ulteriori strati da togliere. E lasciate andare anche il concetto di perfezione assoluta e, in ultimo, anche l’idea di arrivare ad un punto di arrivo nell’aparigraha!

Considerate inoltre l’etimologia della parola sanscrita: a, una negazione, parigraha, indicante «ottenere qualcosa non sostenendo che se stessi», ossia il giusto indispensabile, che con l’aggiunta del suffisso di negazione A diventa esattamente l’opposto. Voglio chiudere con un pensiero luminoso di B.K.S.Iyengar che descrive il nostro viaggio nello yoga:

Il cambiamento non è qualcosa che dovete temere. Piuttosto, è qualcosa a cui dobbiamo dare il benvenuto. Poiché senza il cambiamento, nulla nel mondo potrebbe crescere o fiorire, e nessuno in questo mondo si spingerebbe oltre per diventare la persona destinata a essere “.

Dodici diamanti: frasi di B.K.S.Iyengar

Insegnamento

 

 

Nel  post di oggi voglio riportare dodici frasi del maestro B.K.S.Iyengar. Dodici frasi ispiranti che mi auguro possano stimolare la vostra ricerca e la vostra pratica dello yoga, aiutandovi a scendere più profondamente nella vostra anima.  Dodici diamanti.  Si, dodici pietre preziose che come il puro carbonio, resistono alle ingiurie del tempo e alla dimenticanza degli uomini. All’età di ottanta anni il maestro fu intervistato dalla BBC e rispose a tutte le domande che gli furono rivolte. Unico “piccolo” particolare: rispose all’intervista in Sirsasana, dicendo che “per lui era una normale posizione come lo stare in piedi lo era per gli altri”! Dodici diamanti estratti laboriosamente, tagliati perfettamente e levigati con sapiente maestria da decenni di pratica regolare e ininterrotta. Possiate voi godere della Luce di queste pietre preziose, condividendola con tutti.

 

“Lo yoga ci insegna a curare ciò che non può essere sopportato e a sopportare ciò che non può essere curato.”

 

“L’azione è movimento con intelligenza. Il mondo è pieno di movimento. Quello di cui il mondo ha bisogno è di più movimento consapevole, di più azione.”

 

“Lo yoga è come la musica. Il ritmo del corpo, la melodia della mente, e l’armonia dell’anima creano la sinfonia della Vita.”  

 

“Lo yoga non cambia solo il modo in cui noi vediamo le cose, trasforma la persona che (le) vede.”

 

“E’ attraverso l’allineamento del corpo che ho scoperto l’allineamento della mia mente, del mio sé e della mia intelligenza.”  

 

“Il respiro è il re della mente.”  

 

“Lo yoga vi permette di trovare un nuovo tipo di libertà che voi non sapevate persino esistesse.”

 

“Lo yoga ti permette di riscoprire un senso di interezza nella tua vita, dove non ti senti come se stessi costantemente provando a riattaccare assieme dei pezzi rotti.”  

 

“Lo yoga è una Luce, che una volta accesa, non si oscurerà più. Migliore è la tua pratica, più risplendente è la fiamma.”

 

“Non c’è differenza alcuna nelle anime, solo nelle idee su noi stessi che indossiamo.”  

 

“Sii ispirato ma non arrogante.”  

 

“La durezza di un diamante è parte della sua utilità, ma il suo vero valore risiede nella Luce che brilla attraverso di esso.”        

Rispecchiarsi negli altri

Meditare

 

“Quando vedi rabbia negli altri,
va e scava profondamente dentro di te
e vedrai che quella rabbia si trova anche lì.
Quando vedi troppo ego negli altri,
va semplicemente dentro di te e vedrai quell’ego seduto lì dentro...
La dimensione interiore opera come un proiettore:
gli altri diventano schermi e tu inizi a vedere dei film su di loro,
che di fatto sono solo i nastri registrati di ciò che tu sei.”