Neurofisiologia della meditazione

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Dhyana o meditazione è il settimo angha, o ramo, dell’ottuplice sentiero di Patanjali e in chi pratica lo yoga è un elemento da sviluppare accanto alla pratica degli asana.

Il grande rishi Patanjali aveva così strutturato l’Ashtanga Yoga od ottuplice sentiero: Yama, Nyama, Asana, Pranayama, Pratyahara, Dharana, Dhyana, Samadhi. Come si può notare, Dhyana viene dopo Pranayama (controllo del flusso del prana tramite il respiro), Prathyahara (il ritiro del flusso degli organi dei sensi verso l’interno) e Dharana (la concentrazione).

Nella tradizione del kriya yoga di Lahiri Mahasaya viene insegnato al praticante a regolare il flusso del prana vayu per renderlo calmo, con una quotidiana e regolare pratica del pranayama. Attraverso la pratica si placa il flusso tumultuoso di respiro e prana, ottenendo così gradualmente il Pratyahara, ovvero il ritiro della mente dai sensi  verso l’interno. Solo allora la mente non sarà trascinata come le foglie dal vento nei vortici delle attrazioni o repulsioni dei sensi: a quel punto la mente viene resa ekagrata, fissa cioè in un unico punto. È lo stadio di Dharana o concentrazione. E quando Dharana viene mantenuto yogicamente, come un filo di olio che scorre ininterrottamente da un recipiente all’altro, esso pian piano ci introduce allo stato di meditazione, o Dhyana.

Riflettete perciò su quanto sia sottile il lavoro che sottende la meditazione: stabilità e capacità di poter sedere in una postura comoda e stabile; controllo del flusso del prana per poter stabilizzare la mente; capacità di poter ritirare la mente dai sensi verso l’interno; mantenere la mente su un unico punto, concentrandola come si fa con i raggi solari convogliandoli in un punto con una lente d’ingrandimento; mantenere gradualmente  quel flusso di concentrazione per poi fluire con la luce del proprio essere più profondo, o Dhyana.

Scriverò altri post più approfonditi sui vari angha dell’ottuplice sentiero, per poterne avere  una visione anche alla luce delle pratiche meditative e per potervi lasciare ulteriori spunti per la vostra pratica e la vostra ricerca personale.

Aggiungo il link a un post di Yoga Sutra  un interessante blog che ho avuto la fortuna di incontrare e che condivido con tutti i sinceri ricercatori dello yoga: 4 studi scientifici su meditazione, sistema nervoso e circolazione. Tratta degli effetti meravigliosi sul sistema sul sistema nervoso quando si effettua anche un minimo di pratica meditativa.

Il significato del Pranam, il saluto indiano

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Secondo la tradizione kriya yoga l’energia vitale che scorre all’interno del nostro corpo verso l’alto nella spina dorsale e al cervello è chiamata prana. L’energia vitale che fluisce verso il basso e verso l’esterno dal cervello e dalla spina dorsale è chiamata apana.

Quando ci inchiniamo nel pranam (saluto) in avanti, così che il mento incontri il petto, mentre le nostre mani sono giunte sullo sterno, curviamo il nostro corpo in avanti, ed abbiamo più consapevolezza della nostra interezza corporea e mentale. Questo inoltre favorisce l’unione delle correnti di vita di prana e apana all’interno del corpo: ecco il senso profondo  dell’atto di fare pranam. Pranam nel senso yogico è quindi la forma più alta di pranayama.

Se notate, prana, pranayama e pranam hanno la stessa etimologia. Anche la parola prono, che indica il distendersi, ha la stessa radice indoeuropea. Quando prana e apana vengono riunificate dallo yogi in se stesso, ciò rappresenta lo stato di coscienza più elevato. E quando lo yogi ha conseguito questo stato d’armonizzazione col proprio Sé, ciò è conosciuto col termine di Yogastha: radicato nell’unione interna (yoga).

Quando il Signore Krishna manifestò la sua cosmica coscienza al discepolo Arjuna, come descritto nella Bhagavadgītā, lo fece da quello stato di Yogastha, e aiutò Arjuna a conseguire il medesimo stato di coscienza. A quel punto, la comunicazione tra i due era corretta e comprensibile.

Pranam indica che si dovrebbe essere in uno stato meditativo. Quando voi parlate a qualcuno da tale stato di coscienza, e quando egli si trova nello stesso stato, allora si stabilisce la corretta comunicazione. Praticate dunque l’introspezione, grazie alla quale conoscerete il significato recondito di ogni cosa.

L’arte di entrare nel sonno yogicamente

Questo raro filmato girato nel 1936 a Londra, testimonia il controllo che uno yogi ha sulla sua mente e sui suoi stati di coscienza. Paramahansa Yogananda fu un grande maestro della tradizione del kriya yoga, e quì dà un cenno su come scendere nello stato di sonno profondo, e su come addormentarsi, fissando la propria mente in Ajna chakra, il punto tra le sopracciglia che gli indiani identificano come “terzo occhio”.