Corpo flessibile e corpo rigido

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Cari amici dello yoga ben ritrovati al nostro periodico appuntamento. Inizia un nuovo anno dove semineremo semi di pratica e consapevolezza, dei quali avremo il frutto nei mesi a venire. Una domanda che spesso gli studenti rivolgono agli insegnanti, è sulla mancata flessibilità del loro corpo, specialmente quegli studenti che hanno appena iniziato a praticare. Anche io, come loro, ricordo i miei vani tentativi di Uttanasa, Supta Virasana, Urdhva Dhanurasana, ecc. pensandomi come un caso senza speranza.

Ma lo svantaggio apparente di avere un corpo rigido o delle aree critiche da lavorare, dona a lunga scadenza una capacità di ascoltare il nostro corpo e una capacità interattiva tra mente, corpo e intelligenza che saranno una risorsa nella pratica e nell’insegnamento. A tale scopo riporto uno stralcio d’intervista fatta ad Iyengar nel 1992, dove Guruji descrive brevemente ma perfettamente le differenze che ci sono tra un corpo flessibile e un corpo meno flessibile, e le potenzialità di entrambi.

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“Molti vedono le fotografie degli asana e pensano che un corpo  flessibile da solo sia in grado di eseguire tali asana. Ma occorre sapere che spesso anche il corpo sottile non riesce a dare riscontro al cervello o alla mente, perché manca di sensibilità. Sebbene la flessibilità del corpo eviti l’esperienza del dolore, esso grava sui nervi, provocando affaticamento, inquietudine e dolore o pesantezza alla testa.

I soggetti flessibili nella pratica esauriscono le energie anziché riceverle; le cellule vengono “spremute” e questo può indurre una infinità di malattie. Il corpo flessibile non stimola l’intelligenza a riflettere su cosa ci sia di sbagliato o di giusto  nella esecuzione di un asana. Al contrario il corpo rigido ha resistenza, azione e opposizione che spingono l’intelligenza a studiare gli asana nella giusta prospettiva.

Nel corpo flessibile non esiste azione, opposizione o resistenza che forniscano stimoli per il pensiero intellettuale e la stabilità emotiva: i praticanti entrano facilmente negli asana senza provare dentro di sé alcuna resistenza né risposta. Quando durante la gravidanza non si sente alcuna risposta, affiora la paura che il bambino non si muova perché privo di vita. Analogamente, l’asana eseguito senza resistenza è un asana privo di vita: come un bimbo nato morto.

Supponete inoltre di ricordare una poesia parola per parola senza conoscerne il significato. Ha senso secondo voi? Solo nel momento in cui conoscete la profondità del significato della poesia iniziate ad apprezzarla. Tale apprezzamento è interazione. Iniziate a riflettere sui versi e la riflessione si riverbera su di voi inducendo pensieri nuovi.

Similmente, mentre si entra in un asana o lo si mantiene, ci deve essere interazione fra corpo e mente come pure fra mente e intelligenza. Può essere che il corpo agisca ma la mente deve reagire. L’intelligenza deve riflettere sulla interazione tra corpo e mente: altrimenti il corpo fa da sé senza mandare alcun messaggio alla mente o all’intelligenza. In questo modo le porte non sia aprono all’intelligenza che non riesce a penetrare all’interno o all’esterno dell’asana, mancando di svilupparla appieno”.

“SE IL CORPO E’ FLESSIBILE, LA MENTE DEVE RESISTERE  E DIVENTARE DURA, AFFINCHE’ IL CORPO POSSA ESEGUIRE GLI ASANA”  B.K.S.Iyengar

 

Fonte: tratto da “Seed of pratical Yoga sown in America”, intervista di Laurie Blakeney, Rose Richardson, Sue Salaniuk e Tony Fhurman, Luglio 1992. Pubblicata da “Yoga 93, American Yoga Convention”, Ann Arbor, Michigan, 1993.

 

Pranayama: l’Amore per la pratica

 

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Cari amici dello yoga,

oggi voglio ricordare con voi le ispiranti parole di B.K.S. Iyengar sulla necessità di sviluppare amore per la pratica dello yoga, nello specifico del pranayama, affinché non diventi un mero esercizio ripetuto meccanicamente, ma un anelito a progredire nello yoga e a preparare la mente a una libertà difficilmente conosciuta nell’ordinario. Grazie allo yoga e a i suoi molteplici strumenti, questo traguardo lentamente diverrà sempre più vicino…

“Riguardo al pranayama voi siete come me. Per anni ero solito alzarmi presto per fare il pranayama. Non appena lo facevo per tre o quattro minuti,  sentivo che era troppo per me, e così terminava il pranayama di quel giorno. Rientra nella natura di chi ha più dinamismo preferire gli asana, mentre altri hanno la forza di fare il pranayama.

Dopo quindici anni di questa pratica irregolare del pranayama, ora trovo la forza di volontà di farlo. Persino un’ora di seguito ora per me è troppo poco. Questo me lo sono guadagnato pazientemente. Do a voi lo stesso consiglio. Ogni giorno praticate cinque o dieci minuti, anche se vi annoia.

Solo allora conquisterete la monotonia, e avrete successo. Poichè non ci sono variazioni nel pranayama, ci si annoia. Al termine di due o tre anni di pratica regolare avrete successo. Persino se lo fate per cinque minuti, fatelo con piena devozione e divenite tutt’uno con esso.”

Sono parole stupende e di una profonda umanità. Lo yoga necessita di consapevolezza e disciplina, due virtù che mal si sposano con la pigrizia e il lassismo, ahimè! E’ necessario trovare il tempo e la voglia di praticare anche da soli se vogliamo approfondire il nostro pranayama. L’uso che si fa del diaframma nella scienza del respiro è fondamentale, e siccome è un elemento esperienziale è impossibile da comprendere a fondo senza una pratica quotidiana regolare.

Grazie alla pratica di pranayama come Viloma I per esempio, riusciamo a sviluppare un completo utilizzo di tutti gli alveoli dei nostri polmoni, che si traduce in un miglioramento della capacità del nostro apparato respiratorio. Queste conoscenze sono necessarie se, come insegnanti, vogliamo dare sollievo a studenti con disturbi polmonari, o se desideriamo quietare le nostre onde mentali agitate grazie a pranayama come Viloma II o Brahmari.

Pranayama e Pratyahara (il ritirare all’interno la mente dai sensi estroversi) assieme rappresentano l’Antaranga Sadhana, o ricerca interiore, dove il praticante controlla il respiro e la mente per accedere a degli stati di coscienza più profondi e meditativi.

Ricorderò per sempre le parole del mio Guruji riguardo al pranayama del Kriya yoga di Swami Sri Yukteswar: “Non basta solo praticare, ricordatelo. Dovete amare questa pratica con tutto il vostro Cuore…” E anche ai miei studenti ripeto le stesse parole di Iyengar: iniziate con poco, con quel che per voi è accessibile e ragionevole. Sviluppate la vostra pratica come un seme che scaturisce dalla terra e diventa una piantina verdeggiante. A suo tempo e con la dovuta disciplina, diverrete delle querce robuste, con le radici saldamente ancorate nelle profondità della vostra anima.

Eyal Shifroni: una sedia per lo yoga

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Cari amici dello yoga,

il post di oggi è dedicato a uno dei più rivoluzionari insegnanti di iyengar yoga che ho avuto la fortuna e il piacere di incontrare: Eyal Shifroni. Ho conosciuto Eyal allo Yoga Festival a Roma del 2014 ed è stato come riconoscere un vecchio amico.

Ho subito preso i riferimenti e l’ho raggiunto a fine dicembre dello stesso anno in Israele a  Zichron Yaakov, il paese dove vive, vicino Tel Aviv. Ho fatto lezione nel centro di casa sua assieme ai suoi studenti e da li’ siamo partiti in ritiro nel deserto del Negev per tre interi giorni, trascorrendo anche il capodanno nel deserto tra pratica di asana e meditazione Vipassana intensiva.

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Eyal si interessa alla pratica dello yoga dal 1978, mentre dal 1985 inizia ad insegnare l’Iyengar Yoga. Di professione informatico, Eyal è un senior teacher che si divide nell’insegnamento tra Zichron Yaakov e il centro di Tel Aviv. Ho intuito subito la genialità del suo insegnamento. Dopo averlo invitato in team con Adriana Calò per la prima volta in Italia lo scorso anno con un seminario che ha avuto tante adesioni, abbiamo rinnovato l’invito anche per l’estate 2016, dove sarà ospite del Centro Surya e del Centro Corpo e Mente entrambi di Civitavecchia.

Siediti e fai yoga!

Eyal Shifroni non insegna lo yoga con la sedia: Eyal è LA SEDIA! Non ho mai visto tanta fertile creatività nello yoga applicato alla sedia. Autore del libro A chair for Yoga, è un vulcano di idee originali su come accedere ad asana apparentemente impossibili grazie all’ausilio di una o più sedie. E nel libro sono descritte solo alcune delle quasi infinite modalità di applicazione che egli insegna nei suoi seminari. Lo rincorro praticamente tra Israele ed Europa, dove viene continuamente invitato.

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L’avventura di Monaco

Ultima delle sue tappe, Monaco di Baviera, dove è stato ospite del centro della gentilissima insegnante Monika Hubner lo scorso 6/8 novembre. Monika ha organizzato tre giorni di stupendo lavoro con Eyal, al quale ho avuto la gioia di partecipare. Tre giorni di studio profondo degli Yoga Sutra, pratica degli asana, pratica del pranayama e alcuni approcci alla meditazione Vipassana, di cui Eyal è esperto insegnante e praticante: insomma tre giorni di yoga COMPLETO!

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Conosco le sue modalità d’insegnamento, ma quel che mi stupisce ogni volta che pratico con Eyal, è la sua geniale prolificità nel trovare metodologie sempre nuove sull’uso delle sedie e non solo! Atmosfera piacevolmente rilassata ma concentrata allo stesso tempo, compagni di pratica gradevoli, il seminario si è svolto in un sottofondo di collaborazione e vicendevole aiuto nella pratica, sotto il vigile sguardo di Eyal che si prodigava in mille spiegazioni e correzioni sugli allievi.

Eyal: l’insegnante

In questo Eyal è un grande, perché non si risparmia affatto ma condivide la sua esperienza nello yoga senza tenersi nulla. Non l’ho MAI sentito alzare la voce, insegna con un modo di parlare rilassato e pacato, e ha un approccio con gli studenti molto semplice e diretto. E’ affascinante vedere come insegna concetti profondi di asana, pranayama e meditazione imbevendo di profonda pace ogni parola dei suoi discorsi. Chi conosce Eyal sa cosa sto scrivendo. Comunica un senso di pace, calma e confidenza che silenziosamente si trasmette nella pratica. La pratica diviene gioia, la pratica diviene quiete silente. Asana in piedi, asana in avanti, archi rotazioni, lo stesso pranayama svolti con le sedie e in tantissime soluzioni.

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Il dono del suo insegnamento

Grazie Eyal per averci fatto scoprire altre dimensioni dello yoga con una semplice sedia. Grazie per averci fatto comprendere che per essere ascoltato un insegnante non ha bisogno di gridare, ma gli bastano la solida esperienza maturata e la compassione verso gli allievi. Grazie per aver approfondito ancora una volta le quattro qualità descritte da Patanjali nel Sutra 1/33: Maitri (l’amicizia), Karuna (la Compassione verso gli esseri senzienti), Mudita (la gioia per la felicità altrui) e Upeksanam (l’indifferenza verso il piacere e  il dolore, la virtù e i vizi). Questi sono i quattro gioielli che predispongono la mente umana verso l’armonia interiore. Se mancano questi, dispiacere e infelicità nasceranno nel Cuore del praticante.

Come tu sempre ci ricordi lo Yoga non è solo tirare su le rotule, ruotare le spalle ed aprire il torace, ma è essenzialmente la pratica di questi divini principi che hanno il potere renderci degli esseri umani migliori: gioire con chi è felice, provare compassione verso chi soffre, essere amici dei virtuosi, essere imparziali verso coloro che vivono nel vizio, malgrado ogni tentativo di farli cambiare. Possiamo noi far germinare quei semi di consapevolezza che tu hai depositato nei nostri cuori.

Il potere degli Utthita Sthiti

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Il post di oggi cari amici dello yoga, è dedicato all’importanza dello studio e della pratica degli asana in piedi. Generalmente si presta poca attenzione al modo corretto di stare in piedi. Questo perchè spesso le persone stanno in piedi poggiando su una gamba sola, quando addirittura non girano di lato l’altra gamba. Se vediamo come vengono consumate le suole delle scarpe scopriamo molte spiacevoli verità: non poggiamo ugualmente sui due piedi, suole e tacchi molto spesso sono consumati all’esterno soltanto e così via.

Quando si assume una posizione eretta non allineata e quando il peso non viene ugualmente distribuito sui due piedi, si generano delle disarmonie posturali che compromettono la naturale elasticità della colonna vertebrale. Ma quando grazie allo studio di Tadasana e di molti altri Utthita Sthiti (asana in piedi) si comincia a capire come poggiare correttamente sui piedi e, da un appoggio saldo e stabile, come poter estendere naturalmente e senza sforzo la spina dorsale.

Quando siamo in una postura eretta col peso che gravita solamente sui talloni, improvvisamente il nostro baricentro cambia. Si perdono le anche, l’addome protrude in fuori, il corpo tende a piegarsi all’indietro e il tutto va a discapito della colonna che risente di questo sforzo: come conseguenza la mente diventa intorpidita, tamasica, per usare un termine yogico.

Ma quando, al contrario, grazie alla pratica dello yoga si compattano le anche, l’addome va indietro e il torace inizia a riaprirsi, si acquisisce gradualmente sempre più agilità nella mente e leggerezza nel corpo. Vi è mai capitato di andare a lezione svogliati e stanchi dicendo – “No, stasera non riesco a fare neanche un Tadasana, sono a pezzi!” e invece a fine lezione “misteriosamente” ci sentiamo con ogni cellula del corpo che canta e con la mente sollevata dai vari pesi della giornata? A me è successo molte volte.

Queste sono le risorse che, fortunatamente, la pratica dello Yoga ci dona: rigenerare e rinnovare noi stessi. I piedi riacquistano la loro forma naturale, le gambe diventano più proporzionate, elastiche e forti. Il portamento e l’andatura dei praticanti vengono sensibilmente influenzati in meglio, in quanto si favorisce la crescita simmetrica del corpo e l’elasticità della colonna. Quando siamo in piedi in modo scorretto col peso solo sui talloni, si impedisce una armoniosa crescita simmetrica del corpo, e chi ne paga le conseguenze è al solito la colonna vertebrale, nostro più intimo sostegno.

Stabilità ed equilibrio vengono notevolmente migliorati. Non solo: il lavoro con gli asana in piedi favorisce un corretto metabolismo favorendo la digestione e aiutando a ridurre il peso del corpo. Quando lo studente ha iniziato ad avere una buona confidenza con gli asana in piedi, ha preparato il proprio corpo e la propria mente per iniziare lo studio di quegli asana che comportano i piegamenti in avanti: i Pashima Pratana Sthiti. Gli Utthita Stithi avranno donato allo studente quella fermezza e stabilità di cui necessita per affrontare la sfida di asana ancor più complessi.

La libertà di mente e di corpo è uno dei prerequisiti per procedere negli stadi successivi della pratica. La pratica meccanica degli asana da sola non porterà da nessuna parte, mentre comprendere il proprio corpo, la mente ed il respiro attraverso la pratica è tutt’altra cosa. Il corpo è lo strumento che abbiamo a disposizione, e dobbiamo saperlo usare con saggia discriminazione. Cari amici dello Yoga, non usate MAI la forza bruta di volontà per andare oltre i vostri limiti corporei. Se lo strumento non è stato adeguatamente forgiato nel fuoco della lunga pratica in piedi, ciò che ne scaturirà sarà dolore, come ci insegna Patanjali. Ricordate sempre che l’asana è un processo che ci aiuta a fare un focus interno, ad osservare meglio noi stessi DENTRO. Guruji ha cesellato dall’antica tradizione dello Yoga gli Utthita Sthiti con le loro infinite varianti: corde, mattoni, muro, a coppia, ecc. Il dono degli asana in piedi ci darà quel Virya (forza interna) prezioso per procedere in avanti nella nostra ricerca. Buona pratica!

 

Approfondire le nostre radici a terra

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Il post di questa mattina è dedicato ai miei studenti che regolarmente mi chiedono: “Scusa Aldo, ma non ricordo il corretto posizionamento dei piedi in questo asana!” ed ecco pronto un piccolo schema da scannerizzare, salvare, fotocopiare, ecc. Ora con l’aiuto di questa foto, i dubbi si dissolveranno come nebbia al sole! Pronti? Andiamo!

Lo schema che vedete si riferisce al posizionamento dei piedi in molti Utthita Sthiti, o asana in piedi. Vedete la prima figura a destra, come sono posizionati i piedi? Il tallone del piede avanti è in linea con il centro dell’arco plantare del piede indietro, giusto? Bene, quello è lo schema da adottare per Parsva Utthita Padasana, per Trikonasana, per Parsvakonasana, per Virabadrasana II,  e nella partenza e relativo ritorno di Ardha Chandrasana, perché si parte e si ritorna da e in Trikonasana, per menzionare gli asana principali. L’angolazione da dare ai piedi è chiaramente illustrata.

Nella figura a sinistra è illustrato come posizionare i piedi in asana in piedi come Parsvottanasana e Virabadrasana I, Parivritta Trikonasana e Parivritta Parsvakonasana.  Il tallone della gamba davanti è allineato con il tallone della gamba dietro. Vi è anche descritta la giusta angolazione da dare ai piedi. Ora non vi resta che provare e riprovare le infinite modalità di applicazione nella vostra pratica a casa usando muro, mattoni, quarti di tondo, sedie e tutto quel che riesce a farvi sperimentare questo corretto allineamento dei piedi che, se ben eseguito nei vari asana, conduce progressivamente il praticante sulle sponde di Sthirata, la stabilità e fermezza del corpo e della mente.

Nel ricercare questa Sthirata dapprima nel corpo, con il tempo si estenderà anche alla mente. Provate, sperimentate, cadete e rialzatevi con rinnovato vigore, fino a che questi schemi penetreranno dentro di voi per non lasciarvi mai più! Vi auguro una luminosa e fruttuosa pratica!