Ecologia senza tempo

I Guardiani della Terra che abbracciarono gli alberi – I Bishnois

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Ancora un bellissimo articolo su una India che va progressivamente sparendo, dal blog degli amici di passoinindia. Dal 1989 ho iniziato i miei viaggi in questa terra benedetta, ed ogni volta che  ci ritorno trovo sempre più occidentalizzazione e sempre meno “India”. Posso testimoniare con la mia esperienza le parole di questo post, poiché molte cose quì descritte sono state da me viste e vissute nelle varie esplorazione dei villaggi himalayani e bengalesi. Buona lettura e…commentate!

Le donne del popolo Bishnoi allattano al seno i loro bambini e contemporaneamente i cuccioli orfani di antilope e di cinkara (una specie di gazzella). Ecco perché:

La parola Bishnoi deriva da bis (venti) e noi (nove); essi infatti sono seguaci dei 29 principi enunciati da Guru Jambheshwar. I Bishnois sono conosciuti in tutto il mondo come i primi protettori dell’ambiente. Circa 562 anni, fa quando nessuno poteva ancora prevedere che danneggiare l’ambiente significa farsi del male, Guru Jambheshwar ha dato loro il messaggio di proteggere gli alberi e la fauna selvatica formulando questi 29 principi mirati alla conservazione della biodiversità della zona e per assicurare una conduzione pacifica della vita sociale della comunità.

Dei 29 principi, dieci sono diretti all’igiene personale e al mantenimento di una buona salute di base, sette ad un sano comportamento sociale, e cinque all’adorazione di Dio. Otto principi sono stati prescritti per preservare la biodiversità e incoraggiare il buon allevamento degli animali, incluso il divieto di uccidere gli animali, di abbattere alberi verdi, e di fornire protezione a tutte le forme di vita. La comunità deve fare attenzione che la legna da usare sia priva di piccoli insetti e non indossa panni blu perché il blu deriva da un colorante ottenuto dal taglio di una grande quantità di arbusti.

I Bishnois si trovano in Rajasthan, in Punjab,in Haryana, in Madhya Pradesh e in Uttar Pradesh (quindi prevalentemente nel nord India). La comunità dei Bishnois è stata fondata da Guru Jambheshwar nato a Bikaner nel 1451 ed lì sepolto. Egli ebbe una visione e capì che la causa della siccità era stata causata dall’interferenza delle persone con la natura. In seguito, divenne un sanyasi (uomo santo) noto come Swami Maharaj Jambeshwa. Egli lasciò ai suoi seguaci delle Scritture in carattere nagri chiamate Shabdwani che consistono di 120 Shabds. I Bishnois sono i discendenti di immigrati provenienti da Bikaner, parti dell’Haryana e del Punjab e sono quasi esclusivamente di casta Jats o Rajput, anche se spesso abbandonano il nome della casta e si descrivono semplicemente come Bishnoi. Oggi i Bishnois sono occupati nei settori dell’ information technology, dell’ingegneria, della medicina, della ricerca, lavorano per il governo, nei servizi di difesa, nella diplomazia o come assistenti sociali.

Il luogo di pellegrinaggio più importante per i Bishnois si trova al villaggio chiamato Mukam in Nokha Tehsil, nel distretto di Bikaner in Rajasthan.

Essendo grandi amanti degli animali selvatici si dedicano alla loro protezione e perciò si vedono cervi e antilopi pascolare nei loro campi, nonostante la grave carenza di acqua che attanaglia il Rajastan, dove vivono le maggiori comunità Bishnois. Essi non usano la legna per le cremazioni e, anche se sono indu, preferiscono dare sepoltura ai morti. E questo non è l’unico precetto dell’induismo ad essere rifiutato perché anche la separazione castale viene bandita.

I Bishnois raccontano la storia di Amrita Devi, una donna Bishnoi che, insieme a più di 363 Bishnois, inclusi donne e bambini, è morta per salvare gli alberi di Khejarli, un villaggio nel distretto di Jodhpur, in Rajasthan (India), 26 km a sud-est della città di Jodhpur, da cui prendono il nome. Quasi due secoli fa, nel 1730, Abhay Singh Maharajah di Jodhpur richiese del legno per la costruzione del suo nuovo palazzo. Allora il re mandò i suoi soldati a tagliare gli alberi nella vicina regione di Khejarli. Ma quando Amrita Devi e gli abitanti dei villaggi locali lo vennero a sapere, si opposero agli uomini del re e abbracciarono gli alberi per proteggerli. Fu detto loro che il taglio degli alberi sarebbe stato risparmiato solo in cambio di denaro. Amrita rifiutò questo ricatto, considerandolo un insulto alla sua fede religiosa tanto che preferì perdere la sua vita e quella dei suoi compagni per salvare gli alberi. Questo episodio viene ricordato come il grande sacrificio di Khejarli. Alcuni dei Bishnois uccisi sono stati sepolti nel villaggio di Khejerli vicino a Jodhpur, dove è stata eretta una semplice tomba con quattro pilastri. Ogni anno, nel mese di settembre, i Bishnois si riuniscono in quel luogo per commemorare il sacrificio estremo fatto dal loro popolo per preservare la loro fede e la loro religione.

I Bishnois usualmente indossano una camicia bianca, un dhoti e turbante. Questo vestiario è l’ideale per il clima caldo secco del deserto. Essi prestano particolare attenzione alla pulizia nelle loro case. Un solo raccolto di miglio perlato (bajra) cresce durante la stagione dei monsoni. I cespugli, che crescono nei campi, proteggono la sabbia sciolta dall’erosione eolica fornendo così il necessario foraggio per gli animali durante la carestia. I Bisnois vivono spesso in piccoli villaggi chiamati Dhannis, costituiti da poche capanne rotonde con intricati tetti di paglia. I pavimenti di fango sono intonacati con sterco di vacca per tenere lontano i parassiti. Gli interni sono ariosi e puliti. C’è un granaio per proteggere le loro scorte e una vasta per immagazzinare acqua.

Queste le loro regole:

Osservare 30 giorni di intoccabilità dopo la nascita del bambino

Osservare una segregazione di 5 giorni, mentre una donna è nel suo ciclo mestruale

Fare un bagno di prima mattina

Rispettare le regole ideali di vita: Modestia, pazienza, purificazione

Eseguire due volte al giorno il rituale Sandhya

Elogiare Dio, il Signore Vishnu nelle ore serali (Aarti)

Eseguire Yajna (Havan) tutte le mattine (un antico rituale di offerte accompagnate da canto dei mantra vedici)

Filtrare il latte, l’acqua e la legna da ardere

Pronunciare parole pure in tutta sincerità

Adottare la regola del perdono e della pietà

Non rubare

Non condannare o criticare

Non mentire

Non sprecare il tempo

Osservare il digiuno di preghiera nel giorno di Amavashya (giorno che coincide con il Diwali – vedi articolo su questo blog) e fare offerte a Vishnu

Amare e avere pietà di tutti gli esseri viventi

Non tagliare il verde degli alberi, salvare l’ambiente

Allontanare la lussuria, l’ira, l’avidità e l’attaccamento

Accettare cibo e acqua solo se purificati dalla comunità

Fornire un rifugio comune per capre/pecore per evitare che vengano macellati nei macelli

Non sterilizzare il bue

Non usare oppio

Non fumare e fare uso di tabacco

Non assumere bhang (un preparato dalle foglie e fiori (gemme) della pianta di cannabis femmina, affumicati o consumato come bevanda nel subcontinente indiano) o canapa

Non bere vino o qualsiasi tipo di liquore

Non mangiare carne, rimanere sempre vegetariani puri

Non usare mai panni blu

(testo liberamente tratto e tradotto  http://en.wikipedia.org/wiki/Bishnois)

Ancora oggi i Bishnoi evitano i comfort moderni, compresa l’energia elettrica e l’acqua corrente in sintonia con una economia compatibile con l’ambiente circostante. A chi farà un viaggio in Rajastan sarà certamente proposto un bishnoi safari, nel deserto del Thar.

Il Raga nella musica indiana

Bellissimo articolo sulla musica classica indiana e sul suo utilizzo nella pratica dello yoga. Il blog dal quale ho tratto questo post è GuidaIndia, che segnalo per gli interessanti articoli sull’India. Aggiungo a questo simpatico articolo un Raga  da ascoltare durante le vostre pratiche di asana rigeneranti, il pranayama e le pratiche meditative.


Quello che a parole è certamente un bel concetto diventa estremamente difficile da spiegare, musicalmente parlando. Non esiste una parola per tradurre l’idea che soggiace al Raga o Raag. Perchè si tratta di una composizione la cui base è formata da caratteristiche con multiple combinazioni che la definiscono di volta in volta. Si tratta essenzialmente di un insieme di vari Swara, note, in scala ascendente e discendente, che vengono organizzati in melodie secondo un tono definito, Thaat, utilizzando uno specifico e diverso numero degli stessi all’interno di esso. Non tutti i Raga infatti utilizzano i sette Swara e per catalogarli a seconda del numero impiegato si utilizzano molte definizioni che fanno capo alla stessa parola, che significa casta, gruppo: Jati.  Dopo secoli di sperimentazione sono state fissate le Swaroop, che si possono definire come frasi caratteristiche o modelli fissi dei vari Raga. Queste dipendono principalmente dalle Swara utilizzate nell’ Arhoa – cioè l’ aumento graduale sulla scala da una nota più bassa – e nell’ Avrhoa – la discesa graduale da una nota più alta – dalle sequenze in cui appaiono, dallo Swara principale e dal secondario,  ossia la dominante e la tonica.

Ogni Raga è poi associato a una precisa emozione, Rasa, che deve sviluppare, spiegare e coltivare e sulla quale insiste, esaltandola, affinchè l’ascoltatore ne rimanga profondamente colpito. Si dice che la forza evocativa del Raga sia talmente grande da far materializzare come per incanto nella mente dell’ascoltatore educato alla musica quello che essi esprimono. La psicologia indiana riconosce alle fasi del ciclo diurno – alba, mezzogiorno e sera – anche un senso più ampio, che si applica al corso della vita.  Ogni Raga è poi collegato ad un orario specifico e secondo la tradizione dev’essere eseguito proprio durante quell’ora. Ed anche le ore del giorno erano collegate a specifiche emozioni; quindi l’orario migliore per l’esecuzione di uno specifico Raga era considerato quello che rappresenta proprio quella precisa emozione.

I Raga del mattino sono soprattutto devozionali, mentre quelli serali evocano l’amore e la passione. Naturalmente si tratta di una regola puramente tradizionale, chiamata Samay, in via di sparizione, senza contare che diverse Gharanas, le scuole musicali, attribuiscono gli stessi Raga ad orari differenti. La musica Carnatica, dell’ India meridionale, da tempo non riconosce queste suddivisioni, complicate anche dall’immenso numero di Raga di difficile o dubbia collocazione oraria. Permane invece solida la tradizione che vede i Raga capaci di evocare felicità, gioia, disperazione, tristezza o malinconia.

La filosofia indiana distingue nove sentimenti, 9 Rasa, che portano a queste emozioni e che connotano i Raga.

I nove Rasa legati alle principali emozioni sono:

Shrinagara         amore,  erotismo, sensibilità per la natura

Hasya                 gioia, allegria

Karuna               dispiacere

Raudra               rabbia, collera

Veer                   eroismo, dignità

Bhayanak           terrore

Bibhatsa             disgusto

Adbhuta             divertimento

Shanta               serenità, calma

Il Rasa Shrinagara è considerato il più importante ed è chiamato il Re dei Rasa

Uno schema di classificazione che si ritrova nei testi più antichi, antropomorfizzava invece i sei Raga primari, i precursori di tutti gli altri Raga: Bhairav, Malkauns, Hindol, Shree, Deepak e Megh. Ognuno di questi Raga ha la sua sposa, la Ragini. Ogni Ragini ha sei figli e questi a loro volta sono sposati con altrettante Ragini. Questi sei Raga primari erano associati alle stagioni dell’anno.

Tutte le forme musicali indiane adottano, per le proprie composizioni, il Raga e, pur rispettandone le regole, lo trasformano secondo le proprie caratteristiche. La differenza consiste  nel modo in cui gli Swara vengono collegati e abbelliti o nel modo in cui si svolge l’improvvisazione del Raga. Nel Khayal per esempio si accentua il Tan – una rapida successione di note, tra gli ornamenti più importanti e diffusi – mentre nel Dhrupad è la parte dell’Alap che acquisisce maggior importanza.

Iniziare la pratica yoga a casa

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State frequentando un corso di yoga due volte la settimana, volete migliorare e approfondire la conoscenza degli asana, migliorare la vostra flessibilità, la resistenza, la capacità di salire e scendere senza aiuti nelle capovolte. Bene! Dovete trovare degli spazi di tempo almeno due volte la settimana per la vostra pratica a casa. Quando dico “spazi di tempo” a chi pratica da poco, intendo che un’ora due volte a settimana va benissimo per chi già frequenta per altre due volte regolarmente le lezioni con un insegnante certificato. Vuol dire che un praticante studierà col proprio insegnante per due volte la settimana, e sperimenterà a casa propria i consigli tecnici dati dall’insegnante per altre due volte. Sono quattro giorni di pratica settimanale, un eccellente inizio per un principiante. Fa la differenza. E il vostro insegnante lo noterà!

Stabilite quindi una stanza nella vostra casa designata per la pratica, e se non avete spazio a disposizione liberate un angolo di questa stanza creando spazio a sufficienza per muovervi tranquillamente. Questo per avere la vostra attrezzatura per lo yoga a portata di mano, senza andarla a cercare a destra o a sinistra in giro, altrimenti il desiderio della vostra pratica a casa svanirà così come è nato! Non importa se il vostro insegnante sia il migliore del mondo o il tipo di scuola che seguite: se le strategie yogiche  che vi dà l’insegnante non vengono messe in pratica ed allenate regolarmente, sia pur per pochi minuti al giorno, saranno completamente inutili per la vostra trasformazione fisica e mentale.

L’angolo di casa vostra designato per la pratica dovrà essere di facile accesso, mantenuto pulito, arieggiato e illuminato. E se praticate vicino a una finestra fate in modo che ci siano  delle tendine che attenuino la luce proveniente da fuori. Non è bene praticare sotto la luce diretta del sole, specialmente nella stagione calda e… immaginate lo spavento dei vicini vedendovi in sirshasana o appesi alle corde! Un pochino di privacy  in tal caso è consigliabile.

Organizzatevi in modo da avere i props (coperte, mattoni, cinture) a portata di mano vicino a voi. Non c’è niente di peggio mentre si è già entrati in un’ asana che scoprire di avere bisogno di “quel mattone o di quella cintura”, e interrompere bruscamente la pratica per ovviare al disagio. Quando partite per un viaggio del resto organizzate bagaglio e biglietti nei minimi dettagli, non vedo perché quì non debba esserci un minimo di pianificazione.

Arredate la stanza con colori chiari, pastello, calmanti per la mente. Potete mettere qualche immagine riguardante la natura, lo yoga, la spiritualità, una pianta, fiori, un brucia-incenso, tutto ciò che porti la mente su quel che state facendo ma che allo stesso tempo non la distragga: per esempio troppi oggetti, troppe immagini e così via. Costruire un angolo armonioso per la vostra pratica è facile, economico e accessibile a tutti. Basta a volte spostare un tavolo per scoprire spazio sufficiente per dar inizio alla vostra “home practice”.

Detto questo cosa aspettate ancora? Trovate lo spazio sufficiente per un tappetino e avrete il vostro centro yoga nelle pareti domestiche. Se poi lo spazio è per due o tre tappetini ancor meglio! Condividere la pratica con altri amici che studiano con lo stesso insegnante sarà un bellissimo incentivo per il vostro e il loro miglioramento.

Pensieri di un maestro

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“Malgrado i dolori sofferti durante l’apprendimento, continuate a praticare con devozione ciò che avete appreso. L’apprendimento è un processo molto difficile, ma è ancor più difficile mantenere il campo conquistato. I soldati dicono che è più facile vincere una battaglia che occupare il territorio conquistato. Mentre cerco continuamente di migliorare la mia pratica e di fare sempre del mio meglio, mi accontento di ciò che sono in grado di ottenere. Persino quando il corpo invecchia e non è più in grado di agire come prima, appaiono delle sottigliezze che rimarrebbero invisibili ai corpi più giovani o atletici.

Dovete sviluppare amore e affetto per il vostro corpo, per quello che può fare per voi. L’amore deve essere incarnato nel più piccolo poro della vostra pelle, nella più infinitesima cellula del vostro organismo, per renderli intelligenti in modo che possano collaborare con tutti i loro simili, in quella grande democrazia che è il corpo umano.

Questo amore si deve diffondere da voi agli altri. Chi pratica solamente gli asana si dimentica spesso che lo yoga serve a coltivare la mente e il cuore. Patanjali parlò di cordialità, compassione , letizia e gioia. La cordialità e la grazia sono due qualità essenziali per il praticante di yoga. Durante le lezioni di yoga, gli studenti sembrano spesso così seri e distaccati dagli altri. Dov’è la cordialità? Dov’è la compassione? Dov’è la letizia? Dov’è la gioia? Senza queste qualità, non possiamo praticare il vero yoga di Patanjali”.   B.K.S. Iyengar

Questo stralcio di riflessione è stato preso dal bellissimo libro “Vita nello Yoga” di B.K.S.Iyengar. Le sue parole hanno avuto una eco profonda nel mio cuore, perché sono cose che ho vissuto e tutt’ora a volte vivo quando sono a lezione con i miei insegnanti. Spesso mi sono chiesto il perché di così tanto distacco e di volti gravi nei praticanti, come se fosse quella la chiave per accedere nel più profondo dell’anima. Non tenendo conto che lo scopo dello yoga è libertà, pace e gioia di vivere. Magari da principiante ho avuto gli stessi atteggiamenti descritti da Iyengar (forse anche peggio!), ma sforzandomi costantemente di migliorare la mia pratica ho iniziato anche io a fare caso a sottigliezze che prima non ero in grado neanche di immaginare. Grazie alla devozione alla quale fa cenno il Maestro, gradatamente la pratica matura e si approfondisce creando spazio per nuovi orizzonti dell’anima, sconosciuti quando si è presi dall’ardore egoico giovanile. L’intensità della vostra pratica si svilupperà gradualmente col passare del tempo. E richiede tanta tanta pazienza.

L’uso di coperte e cuscini nel rilassamento

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I miei allievi spesso chiedono cosa usare durante lo shavasana, la postura di rilassamento utilizzata alla fine di una serie di asana o quando si ha bisogno di diminuire il livello di stress, recuperando così da una giornata intensa. Specialmente quando non si dispone di tempo per fare qualche asana rigenerante e si hanno solo pochi minuti a disposizione, suggerisco di effettuare lo shavasana con supporti come coperte o bolster.

Ci si siede in dandasana sul pavimento, con la punta del bolster o delle coperte piegate in lunghezza a soffietto, che toccano il sacro, da dietro, e si estendono indietro. Le coperte nell’Iyengar yoga vengono piegate ad arte con precisione e accuratezza. Ci si sdraia sulla schiena supportando il peso del corpo con i gomiti, in modo che schiena e testa poggino comodamente sui sostegni. Prima di sdraiarsi del tutto controllare che il mento rimanga in linea con lo sterno, l’ombelico e l’osso pubico formando una linea diritta: questo per non spezzare l’armonia dell’allineamento corporeo.

Se necessario riaggiustare la posizione del torace così che quella linea diritta formata da naso, mento, sterno, ombelico e osso pubico si estenda direttamente fino a un punto centrale situato tra i due talloni a terra. Si continua a riallungare il torace sul supporto a terra, senza crollare a destra o a sinistra. Prima di stendersi completamente, supportare la testa con una o due coperte sotto la nuca e che tocchino le spalle, ma non sotto di esse. Questo impedirà alla fronte di scivolare all’indietro, e la solleverà appena poco più in alto dello sterno, favorendo lo stato di rilassamento.

Questa stupenda posizione può essere praticata sia con le gambe estese, sia con un altro bolster sotto i femori, per favorire il rilassamento della zona lombare. A questo punto il vostro corpo sarà pronto a ricevere i benefici dello shavasana sostenuto dalle coperte, dal bolster a dal pavimento. Buona pratica e…mandatemi un feedback!

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