SI, viaggiare!

Asana ristorative

Spesso succede che a causa del lavoro, di viaggi in auto, treno o aereo siamo costretti a rimanere forzatamente seduti per lungo tempo con dolorose sensazioni alla schiena quando ci si rialza. Questo accade anche dopo lunghi percorsi in bicicletta o correndo: abbiamo la stessa sensazione di rigidità.

Il quadricipite femorale e l’ileopsoas si accorciano in queste circostanze, creando un nucleo di tensione che non solo accorcia la muscolatura delle gambe, ma crea inoltra debolezza nel giunto articolare dell’anca stessa. Osservate la prima figura in alto, pavanamuktasana. La gamba a terra si riallunga, mentre la gamba portata al torace si rilassa dalla tensione.

Nel piegare la gamba fatelo in maniera da non creare tensione nel giunto articolare della testa del femore. Nell’estendere la gamba in terra, premete saldamente il tallone sul pavimento mantenendo la coscia premuta che spinge verso il basso e che ruota verso l’interno, ed allungandola verso il tallone. Allontanare il tallone a terra in direzione opposta a quella dell’anca. Alternate con l’altra gamba praticando almeno tre volte per lato.

Nella seconda figura in basso, adho mukha virasana, l’ileopsoas si distende e la colonna lentamente riottiene la sua lunghezza originaria. Fate scivolare i glutei verso i talloni ed estendete le braccia oltre il capo. Usate un cuscino a sostegno del torace per ottenere un buon effetto rigenerante e…buona pratica ristorativa!

Shraddha: il potere della fede

 
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“Perdere fede in se stessi significa perdere fede in Dio. Credete in quell’infinita, buona Provvidenza che lavora in voi e attraverso di voi? Se credete che questo Uno Onnipresente si trovi in ogni atomo, in ogni cosa, penetrando il vostro corpo, mente e anima, come potete scoraggiarvi?

Agli uomini viene insegnato fin dall’infanzia che sono deboli e che sono dei peccatori. Insegnate loro che sono tutti figli gloriosi dell’immortalità, anche quelli che sembrano essere più deboli.

Lasciate che pensieri positivi, forti, giovevoli entrino nei vostri cervelli dall’infanzia. Apritevi a questi pensieri, e non a pensieri svilenti e paralizzanti. Dite alle vostre menti, “Io sono Lui, io sono Lui.” Lasciate che questo risuoni nelle vostre menti come una canzone giorno e notte, e in punto di morte dichiarate, “Io sono Lui.” Questa è la verità. La forza infinita del mondo è vostra.

Coloro che incolpano altri (e aihmè! il numero di questi sta crescendo ogni giorno) sono in genere infelici, con cervelli deboli. Si sono messi loro in quella condizione attraverso i loro errori, e incolpano gli altri; ma questo non altera la loro posizione. Non li aiuta in alcun modo. Questo tentativo di gettare la colpa su altri non fa altro che indebolirli di più.

Perciò non incolpate altri per i vostri errori; reggetevi sulle vostre gambe e assumetevi la vostra responsabilità. Dite: “Questa infelicità che sto soffrendo è opera mia, e ciò vuol dire che dovrà essere disfatta da me solo.” Quello che io ho creato posso annientare; quello che è creato da qualcun altro non sarò mai in grado di distruggere. Perciò alzatevi, siate audaci, siate forti!

Tutta la forza e l’aiuto che volete è dentro di voi. Dunque create il vostro futuro. Lasciate che il passato morto seppellisca i suoi morti. Il futuro infinito è dinanzi a voi, e voi dovrete sempre ricordarvi che ogni parola, pensiero, e azione è di grande importanza, e che come i pensieri cattivi sono pronti ad aggredirvi come tigri, così esiste anche la speranza ispiratrice che i pensieri buoni e le buone azioni siano pronti, con il potere di centomila angeli, a difendervi sempre e per sempre.”

Vivekananda

Lo yajna del pranayama 1

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Il pranayama è ritenuto la scienza suprema per ottenere la purificazione e il controllo della mente (chitta) e la liberazione dalla dualità di attrazione e repulsione. Cominceremo con questo post un lungo viaggio nel mondo del pranayama, dove esploreremo molti aspetti sconosciuti di questo mondo misterioso e ci soffermeremo sull’approfondimento di tecniche, riferimenti ai Veda e implicazioni tra le scritture e la pratica del pranayama, elementi indissolubilmente legati tra loro. Racconterò riguardo a quel che ho appreso e sperimentato nei miei viaggi in India, dove ho conosciuto i risvolti più esoterici del pranayama. Molti saranno gli aspetti trattati di questo vastissimo tema dalle infinite potenzialità. E’ una scienza psicosomatica, in quanto esplora le complesse connessioni esistenti tra le mente e il corpo e come ristabilire armonia ed equilibrio tra i due. Sarà un viaggio affascinante e dai molti risvolti pratici, che spero potranno essere utili come ispirazione per la vostra pratica quotidiana di questa sacra vidya (conoscenza).

Un punto di riferimento fondamentale per i praticanti del pranayama è la Bhagavad Gita, un codice “criptato” per i praticanti di questa sacra scienza. Nel capitolo IV versi 29-30 il Signore Krishna insegna al suo discepolo Arjuna diverse modalità di yajna (sacrifici) per ottenere la liberazione e diverse tipologie di yogi.

Tra i vari yajna descritti c’è il kumbhaka pranayama, ovvero la fusione di prana e apana, due delle cinque arie principali (vayus) che controllano il corpo umano, all’interno del canale sottile principale che si trova dentro la spina dorsale dello yogi: sushumna nadi.

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Il corpo del praticante di pranayama è l’altare dove si svolge il sacrificio, la sacra cerimonia del fuoco (agni-hotra), l’inspirazione (puraka) è l’offerta sacrificale e l’espirazione (rechaka) è il fuoco sacro che brucia le offerte. La ritenzione del respiro (kumbhaka) è il momento dove l’offerta sacrificale viene consumata nel fuoco dell’espirazione (rechaka) e dove fiamma e offerta si fondono in un fuoco purificante. l’immagine che apre il post è molto eloquente come spiegazione.

Da questo processo lo yogi consegue la conoscenza (vidya) per avere il controllo del suo respiro (pranayama vidya). Prana risiede nel torace superiore, dove il respiro affluisce. Apana risiede nella parte inferiore del torace, dove il respiro fuoriesce. Quando questi due vayus si fondono nell’inspirazione, si ha lo stato di puraka kumbhaka. Quando apana si connette con prana e fuoriesce grazie all’espirazione, si ha lo stato di vuoto di rechaka kumbhaka.

Grazie alla pratica regolare e costante, assimilando questa conoscenza grazie all’esperienza giornaliera, lo yogi rende il Pranayama vidya un parte fondamentale della sua conoscenza, del suo essere (buddhi). Lo yogi dona alla sua anima (atma) l’offerta del soffio vitale, del suo “Io”, della sua saggezza e della sua conoscenza come oblazione sacrificale(Atmahuti) .

Lo yogi offre il respiro del suo essere a Dio come sacrificio e riceve il respiro della vita dal Signore come sua benedizione. Il prānā nel corpo dell’individuo (jivātmā) è parte del respiro cosmico dello Spirito Universale (Paramātmā); attraverso la pratica del prānāyāma si compie il processo di armonizzare il respiro individuale con il respiro cosmico. Se desiderate una mente controllata, per prima cosa regolate il vostro respiro, poiché quando questi è sotto controllo, il cuore sarà in pace: un respiro spasmodico porta invece il cuore in agitazione. Prima di iniziare qualsiasi attività regolate il respiro che addolcirà il vostro carattere, calmerà il vostro spirito. La chitta (un aspetto della mente) è come un carro aggiogato ad un tiro di cavalli potenti. Uno di essi è prānā (respiro), l’altro è vāsanā (desiderio). Il carro si muove nella direzione del cavallo più potente; se viene regolarmente praticato il controllo del respiro, si ha controllo dei desideri, si tengono a freno i sensi e si calma la mente. Se prevale il desiderio, si ha invece respiro disordinato e mente agitata e turbata. Per questa ragione lo yogi impara la scienza del respiro che, moderato e controllato, regola la mente e ne calma il moto costante.

 

Fonte: Teoria e pratica del pranayama – B.K.S.Iyengar

Pramana, Viparyaya e Vikalpa nella pratica degli asana

 

Il post che vi propongo oggi è la traduzione di un interessante articolo scritto nel suo blog dall’insegnante di Iyengar yoga israeliano Eyal Shifroni, che ritengo essenziale per dare ad ogni praticante quella consapevolezza interiore durante lo studio degli asana, senza la quale la nostra pratica si riduce ad una sterile sequenza di asana da eseguire meccanicamente. In realtà lo yoga è molto, molto di più di asana eseguiti roboticamente in sequenza.. Leggiamo cosa Eyal Shifroni ha da dire riguardo le posture e il modo in cui il nostro sguardo interiore dovrebbe attivarsi durante la nostra pratica.

Nel suo Yoga Sutras Patanjali discute sui cinque tipi di vrittis, o fluttuazioni della coscienza. “I vrittis sono differenti tipi di pensieri o attività mentali. Quali sono queste cinque vrittis? (Le attività mentali) sono causate da conoscenza valida (pramana), illusione (viparyaya), delusione (vikalpa), sonno (nidra) e memoria (smriti)”  (Sutra 1.6 da Light on Yoga Sutras of Patanjali, di B.K.S.Iyengar). La conoscenza non corretta è quando noi pensiamo di conoscere qualcosa, ma in realtà ci sbagliamo. La concettualizzazione, delusione o fantasia (vikalpa) è una condizione nella quale la nostra mente crea una percezione che non è basata sui fatti attuali. Gran parte dei nostri pensieri sono fantasie ed immagini che non sono basate sulla realtà. La nostra mente ha la capacità di creare interi mondi immaginari.

Nelle nostre vita quotidiane siamo costantemente immersi in queste vrittis; Patanjali scrive che  “Yoga è la cessazione dei movimenti della coscienza” e che una volta che l’attività si ferma, “l’osservatore”  o principio cosciente del nostro essere, “vi permane in tutto il suo vero splendore” (da Sutra 1.2 a 1.3). Si possono intraprendere lunghi discorsi e teorizzare molte ipotesi sul concetto di “cessazione dell’attività mentale” e cosa Patanjali realmente intendeva su questo. In ogni caso Patanjali non esclude tutta l’attività della mente e indica (nel Sutra 1.5) “che l’attività mentale può essere dolorosa e non dolorosa”.

Nella vita d’ogni giorno noi vogliamo che le nostre azioni siano basate sulla conoscenza valida (pramana) e non sulla conoscenza non corretta (viparyaya) o su immagini inconsistenti (vikalpa). Mentre pratichiamo gli asana noi possiamo, attraverso la nostra esperienza fisica, consapevolezza, osservazione e correzione stabilire una corretta conoscenza.

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Per esempio, quando ci riallunghiamo in Urdhva Baddhangulyasana, noi vogliamo estendere l’intera colonna in maniera tale che nel torace la parte dietro sarà ugualmente estesa come la parte davanti. Ma spesso, a causa di una insufficiente mobilità articolare nelle spalle o a mancanza di consapevolezza, noi estendiamo la parte frontale del torace a detrimento della schiena, così che la schiena ne risulta in effetti accorciata. Questo è un esempio di “conoscenza non corretta”. Pensiamo che stiamo estendendo, mentre in pratica stiamo accorciando… In realtà riallunghiamo la nostra colonna frontale ma accorciamo il retro della nostra colonna. Una delle ragioni è che la consapevolezza del nostro corpo è carente: siamo consapevoli maggiormente del davanti del corpo, semplicemente perché lo vediamo; quel che accade nella schiena è in maggior parte inesistente per noi.

Così da portare consapevolezza nella schiena, noi possiamo praticare la posizione con la nostra schiena al muro (o ad un’angolo del muro). Da qui, possiamo usare il senso del tatto per capire il posizionamento della nostra schiena. Col portare consapevolezza nella schiena, noi possiamo correggere la nostra conoscenza-non corretta, e apprendere come riallungare in maniera uguale la parte avanti e dietro della colonna, e muoversi così da viparyaya a pramana.

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Tale pratica che coltiva la consapevolezza può sviluppare una conoscenza valida circa una parte importante della realtà: il nostro corpo. Percependo correttamente il posizionamento del nostro corpo nello spazio e le varie attività che svolgiamo con esso, ci stiamo aprendo alla corretta percezione di ciò che è giusto e sbagliato in altre aree della nostra esperienza. Inoltre, la pratica corretta che è svolta con osservazione riflessiva può rimodulare e donarci, attraverso l’esperienza fisica, un senso di distinzione tra giusto e sbagliato. Questa abilità è la base per fissare pramana, o valida percezione della realtà.

Cos’è che costruisce il pramana?

Patanjali dice “la conoscenza valida è diretta (pratyaksha), dedotta (anumana) o provata come reale (agama)”. Quando iniziamo a praticare, non abbiamo la diretta percezione basata sui dati sensoriali e dobbiamo basarci sull’evidenza esterna, che vuol dire, ascoltare ciò che ci dice l’insegnante, o leggere libri sullo yoga ed apprendere da questi (agama). Più tardi, quando iniziamo a ravvisarne lo scopo, possiamo trarne delle conclusioni o delle deduzioni razionali in merito (anumana). Solo quando diveniamo abili e maturi possiamo raggiungere la percezione intuitiva diretta della realtà che sperimentiamo (pratyaksha).

Iyengar racconta del suo sentiero dello yoga (volume 3 di Astadala Yoga Mala) e dice “Capovolgendo il sutra 1.7 di Patanjali, imparai l’importanza del sadhana. Presi ogni asana, Utthita Trikonasana, Tadasana o Vrshikasana come una scrittura spirituale (agama). Per me ogni asana divenne un libro di letteratura. Sapendo che ogni asana è un’icona archetipica del corpo, lavorai per ottenere quella raffinatezza in ognuna. Per questo usai il riferimento di Patanjali, per applicare la mia stessa immaginazione logica (anumana). Quindi, praticai usando i props e gli aggiustamenti in diverse maniere. Improvvisamente, sperimento naturalezza, armonia, padronanza e ritmo nelle varie parti del corpo, e leggerezza nella mente. Questo senso d’armonia nel corpo e di leggerezza nella mente mi condusse alla valida conoscenza (pramana). Questa valida conoscenza mi portò alla percezione intuitiva (pratyaksha-pramana)”.

L’arte di sapersi rilassare 3


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Come affronta lo yoga realmente il problema delle tensioni? In primo luogo attraverso la pratica degli asana lo yoga aiuta ad eliminare le tensioni parassite che ci sottraggono energia vitale. Grazie alle ultime scoperte della psiconeuroimmonologia, si è scoperta la grande influenza che le ghiandole endocrine hanno sul comportamento fisico e sull’umore mentale. Mente e sistema ghiandolare sono strettamente interconnessi tra di loro.

La pratica regolare degli asana aiuta a mantenere il sistema ghiandolare in equilibrio e rilassa le tensioni mentali e muscolari, qualcosa che è essenziale per le persone di oggi oberate da ritmi lavorativi sempre più stressanti. Se gli asana vengono svolti con concentrazione, elimineranno velocemente lo stress favorendo la pace della mente. Il praticante si sentirà sollevato, in armonia e in grado di fronteggiare le sfide della giornata con fiducia e senza angoscia.

Grazie anche alla pratica del pranayama il cervello riceve una giusta fornitura d’ossigeno, il carburante di cui ha bisogno per funzionare in maniera corretta. Se non rifornite la vostra auto di benzina questa non si muoverà. Sono molte le persone che non nutrono il loro cervello e il loro sistema nervoso adeguatamente a causa di una respirazione non corretta. Le tossine in questo modo si accumulano nel cervello. Il pranayama aiuta i praticanti di yoga a rimuovere questi veleni e permette al sistema nervoso di funzionare armoniosamente, cosa che favorisce il rilascio graduale di ogni genere di tensione.

Le persone sentono che si stanno rilassando quando si distendono in poltrona con una bevanda, o una sigaretta e leggono il giornale o guardano la televisione. In realtà tutto ciò non sarà mai sufficiente come definizione yogica del rilassamento: queste sono solo diversioni sensoriali dove la mente è impegnata nel “fare un qualcosa”. Il vero rilassamento è in effetti un’esperienza che va oltre tutto ciò. Grazie allo yoga, diventa un metodo sistematico per indurre una completa rigenerazione fisica, mentale ed emozionale.

Durante le fasi più profonde del rilassamento il praticante sembra addormentato, ma la sua coscienza funziona ad un livello di consapevolezza più profondo. In questo stadio intermedio tra il sonno e la veglia, il contatto con le dimensioni subcosciente ed inconscia avviene spontaneamente. Se la coscienza può essere separata dalla consapevolezza esteriore e dal sonno, essa diviene molto potente e può essere applicata in molte maniere, per esempio per sviluppare la memoria, per incrementare la conoscenza e la creatività o per trasformare la propria natura. Questo perché quando il rilassamento è completo la ricettività della coscienza è maggiore, mentre quando la coscienza è collegata ai cinque sensi la ricettività è minore.

E’ lo stato mentale che Patanjali chiama “pratyahara” dove la mente e la consapevolezza sono disconnesse dai canali sensoriali. A causa del processo d’intellettualizzazione, la conoscenza entra che nel cervello non rimane impressa in quest’ultimo. Ma quando grazie al pratyahara la mente si ritira dai sensi, si entra in uno stato in cui non si è nel sonno profondo, né completamente svegli: qualsiasi impressione che entra nella vostra mente in quel momento, diviene potente e lì vi rimane. Qualsiasi impressione voi immettete nella mente subcosciente crescerà e i suoi frutti arricchiranno ogni aspetto della vostra vita. Molte altre cose ci sarebbero da aggiungere e questo non vuole essere un trattato sul rilassamento, ma vuole offrire uno spunto d’approfondimento per i praticanti con esperienza e uno stimolo ulteriore per chi vuole avvicinarsi allo studio di questa meravigliosa arte di vita che è lo yoga. Concludo questo affascinante viaggio nel mondo del rilassamento yogico con le parole di Swami Satyananda  Saraswati :

“Quando la consapevolezza è separata dalle vritti,

Quando veglia, sogno e sonno profondo scorrono come nuvole,

Ma tuttavia la consapevolezza dell’atma rimane,

Questa è l’esperienza del rilassamento totale”.