Samadhi – B.K.S.Iyengar

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Stupendo video in bianco e nero datato 1977 dove Iyengar insegna ad una classe di studenti avanzati, bambini e donne. All’epoca il maestro aveva 59 anni, e il filmato è un raro documento sulle didattiche di questo prezioso metodo di studio che è l’Iyengar yoga. Le parole sono superflue: gustatevi il video e venite a sperimentare il benessere che scaturisce da una pratica regolare, attenta e disciplinata.

Kali, simbolo del pranayama

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Nel post di oggi spiegherò la simbologia dei deva vedici, come sono raffigurati nell’iconografia indiana e cosa rappresenta la murti (forma) con la quale sono stati rappresentati. Ogni particolare di queste raffigurazioni racconta dei processi interiori della pratica yogica, con riferimenti al pranayama e ai suoi effetti sulla mente dello yogi. Oggi prenderò in esame la dea Kali e come viene rappresentata nel Bengala orientale, India,  dove ho effettuato la mia formazione nella pratica del pranayama e della meditazione. Spero che questi elementi poco conosciuti in occidente, siano per tutti voi uno stimolo per approfondire la vostra ricerca dello yoga.

Kali è una dea considerata un aspetto di Durga, la manifestazione potente della Madre Divina, la Shakti come viene chiamata nella tradizione yogica. E’ lei che ha ucciso il dèmone Raktabij, che rappresenta la moltitudine dei desideri egoici. Questi desideri terreni distolgono il praticante dal seguire il sentiero del Dharma.

Yogicamente parlando Kali è l’Energia Primordiale femminile. Rappresenta lo stato cinetico del Prana dal quale scaturisce tutta la creazione. L’individuo ordinario considera la conoscenza mondana essere la vera conoscenza. Per questa ragione Kali è raffigurata di color nero perché, nel suo primo stadio di manifestazione, la conoscenza mondana non ebbe evoluzione dalla creazione.

La sua lunga lingua protratta in fuori simboleggia il Kechari mudra, utilizzato nelle pratiche superiori del pranayama. La roncola brandita nella sua mano destra e la testa mozzata nella sua mano sinistra, simboleggiano l’ego reciso (testa, mente) del praticante yoga, l’annullamento dell’ignoranza (Avidya) e l’entrata nel regno della Conoscenza (Vidya). Con l’ardente pratica del pranayama uno yogi ottiene elevati stati di coscienza e quindi raggiunge l’onniscienza, come  molti Guru e Rishi autorealizzati.

La ghirlanda di 108 teste che porta al collo indica le 108 propensioni demoniache dell’ego umano. Queste scaturiscono dallo stato agitato del prana (Kinetic state) e impediscono al praticante il distacco dal mondo sensoriale. Ma quando il Prana è reso quieto con la pratica del pranayama, le attività di queste propensioni demoniache cessano: l’estinguersi di queste attività è per l’ego sinonimo di distruzione.

Kali inoltre è raffigurata mentre decapita con la sua roncola i 108 demoni. Questa decapitazione dell’ignoranza è necessaria affinché lo yogi sia purificato e ottenga la conoscenza dell’anima. I piedi di Kali indicano il respiro che si muove nelle due nadi Ida e Pingala. Quando i suoi due piedi diventano uno simbolizzano uno stadio del pranayama: il flusso respiratorio dello yogi continua nello Sushumna, il sottile canale energetico all’interno della spina dorsale.

Grazie alla pratica regolare e determinata (tapas), lo yogi si eleva oltre lo Sushumna fondendosi con l’Assoluto: in questo momento i piedi di Kali diventano evanescenti alla vista del praticante. Kali è raffigurata con un piede che poggia sul petto del Signore Shiva e con l’altro piede che poggia sulla Sua coscia, simboli della sua natura duale.

Il piede sul petto di Shiva indica la quiete silenziosa del Samadhi, mentre il piede sulla coscia indica il dinamismo energetico. Kali sopra Shiva simbolizza l’unione del dinamismo energetico e della quiete meditativa. Il dinamismo del Prana agitato trasformato nella quiete silenziosa e, al suo opposto, il dinamismo creativo che nasce dalla quiete profonda ottenuta con la pratica yogica.

Aparigraha: libertà dall’attaccamento

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“Alle porte della città e presso il focolare
vi ho veduto prostrati ad adorare la vostra libertà.
Così come gli schiavi si umiliano dinanzi a un tiranno
e lo lodano anche se egli li uccide.

Si, nel boschetto del tempio e all’ombra della fortezza
ho veduto i più liberi tra voi
portare la propria libertà come giogo e catena.
E il mio cuore sanguinò in me;
poiché liberi voi potete essere soltanto quando
anche il desiderio di ricerca di libertà
diventerà una bardatura per voi
e quando cesserete di parlare della libertà 
come di una fine e di un compimento.
 

Sarete davvero liberi non quando i vostri giorni
saranno privi di affanni
e le vostre notti saranno senza carenza e dolore;
ma piuttosto quando queste cose cingeranno la vostra vita
e tuttavia voi vi libererete al di sopra,
nudi e senza vincoli” . 

Kahlil Gibran, Il profeta

La divinità nascosta nell’uomo

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Un’antica leggenda narra che gli dei nascosero la divinità nell’uomo e solo successivamente gli insegnarono la meditazione, per riscoprirne l’intima essenza.

«C’era un tempo in cui gli uomini erano simili agli Dei, ma abusarono talmente del proprio potere che Brahma, il Dio Supremo, decise di privarli della potenza divina nascondendola in un luogo a loro inaccessibile.

Pensò di consultare gli altri Dei per risolvere il problema. Alcuni degli Dei riuniti a consiglio dissero: ”Nasconderemo la divinità dell’uomo nelle profondità della terra”. Brahma rispose: “Non è sufficiente, l’uomo scaverà e la troverà”.

Gli Dei dissero allora: ”Nasconderemo la divinità dell’uomo negli abissi oceanici”. Brahma rispose ancora: “Non basta. L’uomo esplorerà le profondità dei mari e riuscirà a riportarla in superficie”. Allora gli Dei: “La nasconderemo sulla montagna più alta, quasi al limite del cielo, dove l’uomo non potrà arrivare”.

Brahma rispose ancora: “Non basta. L’uomo scalerà le montagne più alte e se ne impadronirà”. Allora gli Dei conclusero: “Non sappiamo dove nascondere la divinità dell’uomo, non c’è posto sulla terra, nel mare o nel cielo che egli non possa raggiungere”.

Finalmente Brahma sentì di aver trovato la soluzione al problema e disse: “ La nasconderemo profondamente dentro l’uomo stesso, abiterà proprio nel suo cuore: è l’unico posto in cui l’uomo non guarderà.»

Patricia Walden: l’armonia dello yoga

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Ho conosciuto Patricia Walden agli inizi del 2000 quando venne invitata in Italia a uno stage estivo tenuto a Rapolano, da Gabriella Giubilaro.  Avevo appena iniziato la pratica dell’Iyengar yoga, e il livello di pratica era molto avanzato per me. La ricordo gentilissima, con una voce musicale, geniale nel suo yoga. Mi diede un input di lavoro in Parivritta Trikonasana che tutt’ora insegno ai miei allievi. Spero di poter lavorare ancora in qualche intensivo con lei, perché è un vero piacere praticare con Patricia. Il video che segue trasmette molto più di tante parole.