Antichi suoni per il nostro shavasana

Cinque minuti per gustare nel nostro shavasana, il rilassamento dopo la pratica dello yoga, le antiche melodie senza tempo di un popolo con tradizioni a noi ancora sconosciute: i mongoli. Questi suoni entrano come un vento tiepido nelle profondità della nostra anima, facendo vibrare le corde del nostro cuore come le arpe eoliche degli antichi Celti. Suoni e melodie antiche come l’Universo, riscoperte nell’infinita cassa di risonanza del Cosmo per riconnettere gli “entronauti” di ogni epoca con la Luce dentro di sé. Utilizzateli per il vostro shavasana, per una breve meditazione, per sciogliere i nodi del Cuore e per ricollegarsi con il Sé infinito.

 

 

 

 

La melodia del vento
È la canzone che racconta il ritmo del vento, dell’andatura del cavallo, dell’avvicendarsi di laghi e foreste. Dall’imitazione dei suoni della natura nasce a sua volta l’hoomiy, canto di gola, la raffinata tecnica vocale che consente di riprodurre il fruscio delle fronde, i versi degli uccelli, lo scrosciare dei fiumi. Con uno spericolato alternarsi di respirazione addominale, canto di naso e di gola e uso del torace.

Le anime mistiche ameranno la produzione sacra: buddhista (mutuata dal Tibet lamaista) e sciamanica, solitamente accompagnata dal tamburo, che simboleggia la cavalcatura utilizzata nel rito. Ma tutti si lasceranno commuovere dal khoomei, il canto armonico e persuasivo che i nomadi usano per sussurrare alle loro greggi. Gorgheggiare agli animali? Sì, e se ne è fatto anche un film di successo, “La storia del cammello che piange.” Perché accade che un cucciolo sia rifiutatodalla madre. E accade che il pastore, cantando di gola, modulando la voce, sussurrando melodie alla madre fedifraga, alla fine la convinca a prendersi cura del negletto piccino. Un trionfo della pastorizia mongola e del potere del canto. A tanta ricchezza sonora corrisponde un adeguato campionario di strumenti musicali.

Su tutti domina il morin khuur (in alto a destra), strumento nazionale del Paese, insostituibile accompagnamento dell’urtyn duu, entrato nel 2010 nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, insieme al khoomi, il canto di gola. Simile a una viola da gamba, si suona tirando o spingendo di lato le corde (a differenza degli strumenti occidentali, in cui le corde si schiacciano e si pizzicano). Della stessa famiglia fanno parte l’Ikh Khuur (contrabbasso), l’Huu-Chir (violino), la Yatga (cetra), lo Yoo-Chin (salterio a percussione), il Tobs Khuur e lo Shanz (liuto).

Gli strumenti a fiato si vantano del Limbe, secondo per importanza solo al Morin Khuur. Simile al flauto traverso, possono suonarlo solo gli uomini, che adottano una tecnica di respirazione particolarmente difficoltosa, detta “circolare”, con cui si soffia nello strumento e contemporaneamente si inspira nuova aria. Meno ostici da affrontare lo Tsuur (flauto dritto), il Bishur (oboe), l’Ever Buree (clarinetto), il Rapal (tromba d’ottone), il Ganlin (o Gandan, o Dun, tromba corta usata per i rituali buddisti), il Buri (colossale tromba in rame rosso lunga quasi cinque metri).

Di derivazione cinese o tibetana le percussioni: Rnga (grande tamburo orizzontale), Damaru (tamburo a clessidra), Khets (tamburello con sonagli), Tsan (piatti), Gong, Aman Khhur (scacciapensieri). Tra tanta musica tradizionale, un “orecchio di riguardo” la merita anche la musica classica occidentale. Nel 1957 è stata istituita la Filarmonica Nazionale, che ha fatto conoscere e amare ai mongoli le composizioni occidentali più famose.

L’apoteosi ha avuto luogo nel 1980, quando il maestro Ts. Namsraijav ha commosso il suo popolo con un’impeccabile esecuzione della Nona Sinfonia di Beethoven. Altro momento grandioso il 3 maggio 2003: per ricordare l’anniversario della nascita di Gengis Khan (840 anni, e il suo mito è ancora fresco come una rosa) il più grande compositore mongolo, B. Sharav, ha rappresentato al Teatro Nazionale dell’Opera e del Balletto la sua opera Chinggis. Forma sonora occidentale per cantare il più grande eroe asiatico.

A proposito di canto: le capriole vocali e le strepitose qualità richieste al più normale dei mongoli per intonare una canzoncina fanno sì che molti di loro si avventurino in Italia a studiare lirica. Gioco da ragazzi, per le loro ugole altamente esercitate!

 

Fonte: www.mongolia.it

 

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