Il mantra 3

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Prosegue il nostro affascinante itinerario lungo le vie del mantra yoga. Abbiamo spiegato nei post precedenti, “Il mantra 1” e “Il mantra 2”, come il suono abbia un effetto specifico sulla nostra mente e come scenda in profondità nel nostro inconscio. La filosofia dello yoga divide la mente in Manas, Chitta, Buddhi e Ahamkara, ognuna con una particolarità e funzioni di cui ci occuperemo più avanti.

E’ interessante notare che nell’antica tradizione vedica l’essere umano è concepito come entità pensante più che corporea, e come questo sia stato trasportato nelle radici linguistiche indo-europee: man (manas) in inglese indica uomo, così come woman (notate la radice man-as ) indica donna. La “parte” di mente di cui andremo ad occuparci è la Chitta, fonte di ogni nostro problema interiore.

Patanjali nel primo degli Yoga Sutra dice : “Yoga chitta vritti nirodha”, e cioè lo yoga quieta (nirodha) i vortici mentali (vritti) della mente (chitta). Noi concepiamo della mente come un procedimento di pensiero, ma secondo il Tantra è proprio il contrario. Pensiero e sensazioni (vritti) sono espressioni della mente (chitta) e non la mente stessa. Le onde dell’oceano sono una manifestazione dell’oceano, una sua espressione, e non l’oceano stesso. Per cui la rabbia, la passione, la cupidigia, l’orgoglio, la gelosia, l’attaccamento, l’amore, la memoria e sono tutte vritti (vortici senza fine) che danno origine a Chitta (la mente-scimmia agitata). Quando i vritti vengono resi quieti dalla pratica del mantra, Chitta semplicemente scompare…

Quando noi dissociamo la mente dai sensi aumenta la nostra consapevolezza interiore. La mente può essere rivolta al di fuori sperimentando attraverso i cinque organi di senso il mondo esterno: le esperienze sensoriali sono in effetti un gioco esteriore della mente. Ma quando la mente è portata all’interno (pratyahara) ritirata dai cinque sensi esiste solo la consapevolezza interna. Il mantra favorisce questo processo di ritiro della mente dai telefoni sensoriali, disconnettendoli e dissolvendo ogni vritti che dà origine alla mente agitata (Chitta), sviluppando quindi una “consapevolezza concentrata” (Pratyahara).

Come liberarsi da queste interferenze dei vritti? E’ la domanda che si sono posti da gli yogi di ogni epoca e paese: vedremo come le tecniche di pacificazione della mente non sono esclusivo appannaggio dello yoga ma come hanno impegnato l’umanità intera nel tentativo di portare sollievo all’agitazione interiore. Quando ripetiamo un mantra questa pratica viene denominata “japa”. Nel japa facciamo uno sforzo cosciente per dare continuità alla ripetizione del mantra. Ripetere il mantra in forma udibile richiede il suono come tramite. Usando il suono fisico, udibile, permettiamo alle vritti di dissolversi e alla mente di quietarsi.

Ai principianti è consigliata la pratica del mantra in forma udibile, in quanto la loro mente è più agitata. Per allievi con più esperienza si utilizzano metodologie differenti, perché la loro mente è più stabile. Una volta che la ripetizione udibile del mantra porta l’allievo verso una certa stabilità, il mantra verrà ripetuto sussurrandolo, poi sincronizzandolo col respiro e infine ripetendolo mentalmente. Ad ogni stadio mentale dell’allievo corrisponde una fase di pratica. Quanto più silenziosamente viene ripetuto, tanto più il mantra diviene potente perché acquisisce forza. Qualsiasi cosa di silenzioso ha un grande potere dinamico e il mantra vibrato silenziosamente ha un immenso potere.

Continueremo questo discorso nei prossimi post, esaminando diverse modalità di vibrare un mantra e gli effetti che ha sulla mente: la pratica del mantra porta una grande trasformazione negli stati mentali, riarmonizzandoli.

6 thoughts on “Il mantra 3

  1. “quando dissociamo la nostra mente dai sensi aumenta la nostra consapevolezza interiore”.
    credo proprio che sia utile ‘disconnettersi dai sensi’ di tanto in tanto.
    ciao Aldo, buona serata

    • E’ di vitale importanza: è il nostro cibarsi interiormente. Se non lo facciamo moriamo…d’inedia spirituale. Mangiamo almeno 3 volte al giorno. Quante volte facciamo mangiare la nostra anima al giorno? Un abbraccio a te cara Ludmilla 😉

  2. Veramente interessante questa terza parte,soprattutto perchè ci spieghi come la mente e i sensi sono collegati e come staccare col japa questo collegamento.Posso dire a tal proposito che anche nel periodo in cui avevo smesso di praticare lo yoga ,la ripetizione del mantra mi ha sempre accompagnato,perchè il mio Maestro mi aveva insegnato che il japa fatto con devozione e fede era l’unico modo per rimuovere dalla mente le impurità ,per “renderla capace di riflettere le più alte verità spirituali come uno specchio ormai libero dalla polvere”.E di impurità dovevo averne molte perchè concentrarmi mi era difficile,per cui da principiante il mantra lo scrivevo e contemporaneamente lo ripetevo con la mente.Poi ,potendolo fare,solo mentalmente anche mentre lavoravo.Cosi’,acquisita la capacità di concentrarmi in qualunque circostanza,il japa silenzioso è diventato,oltre che parte fondamentale della mia sadhana personale,anche un fedele alleato nel bloccare i pensieri incontrollati,che spesso sono per me fonte di sofferenza…e già solo per questo vale la pena continuare ogni giorno.
    Grazie Aldo perchè con questi post sto approfondendo degli insegnamenti che metto in pratica quotidianamente…quindi non mi resta che aspettare mantra 4 per altri spunti di riflessione Giò

  3. Pingback: Il mantra 4 | Saluto al sole

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